Franco Eco conquista il Premio Musa e indaga il mistero delle origini della musica: «Forse è il suono a inventare noi»
Dal riconoscimento per la colonna sonora di “Hadar – Il frutto di Dio” alla ricerca sui Neanderthal: il compositore calabrese racconta il suo percorso tra cinema, identità, memoria e paleoantropologia musicale
Un nuovo riconoscimento per il compositore calabrese Franco Eco, premiato il 29 agosto a Massa, nell’ambito del Festival Mercurio d’Argento, con il Premio MUSA della Critica Cinemusicale per la colonna sonora di Hadar – Il frutto di Dio, documentario diretto da Luca Brignone, prodotto da Pepito Produzioni e realizzato con il sostegno della Calabria Film Commission. Il film ha ottenuto il premio come Miglior colonna sonora di Documentario.
Nel corso del festival, Eco ha inoltre presentato una prima fase della sua ricerca sulla paleoantropologia musicale, sviluppata nella masterclass “Dal flauto di Divje Babe dei Neanderthal all’intelligenza artificiale dei Sapiens”. Lo studio esplora il possibile ruolo della musica e dell’organizzazione astratta del suono nello sviluppo del pensiero simbolico, già nel mondo neandertaliano e nelle fasi più antiche dell’evoluzione umana.
Abbiamo deciso di intervistare Franco Eco per scoprirne di più.
- Il Premio MUSA della Critica Cinemusicale rappresenta un importante riconoscimento al suo lavoro: cosa ha significato per lei ricevere questo premio e cosa pensa abbia colpito maggiormente la giuria della colonna sonora di Hadar – Il frutto di Dio?
«I premi della critica hanno per me un valore particolare, perché vengono da chi non si limita a sentire la musica, ma la interroga. In Hadar credo sia stato riconosciuto soprattutto il tentativo di non spiegare l’immagine. La musica, quando spiega, diventa didascalica, tautologica. Ho cercato invece ciò che l’immagine tace: la memoria, l’appartenenza, il viaggio. Il cedro è un frutto, certo, ma soprattutto un segno: terra, rito, diaspora, ritorno. La musica di Hadar comincia dove geografia e confini finiscono: in una zona intermedia, un “grigio” non come indeterminatezza, ma come spazio di relazione, dove identità e memorie si sovrappongono senza annullarsi».
- La musica di Hadar accompagna un viaggio tra Calabria, New York, Tel Aviv e Gerusalemme, mettendo in relazione la cultura calabrese e quella ebraica: come ha tradotto musicalmente questo dialogo tra identità, luoghi e tradizioni?
«Ho evitato il folklore, perché il folklore esibito diventa immediatamente cartolina. Non volevo mettere la Calabria da una parte e la cultura ebraica dall’altra. Cercavo ciò che viene prima delle differenze: il rito, la terra, l’esilio, il ritorno, il Mediterraneo come deposito della memoria. Le identità, più che incontrarsi, dovevano riconoscersi».
Rino Gaetano Reimagined, al via il nuovo progetto discografico di Franco Eco per omaggiare il celebre artista crotonese- Il riconoscimento arriva da una giuria composta da importanti critici e professionisti della musica per il cinema. Quanto è importante, per un compositore, il giudizio della critica specializzata oltre al riscontro del pubblico?
«Il pubblico sente, la critica ascolta. Sono due funzioni diverse. Il pubblico riceve l’emozione; la critica cerca la ricerca dell’artista. Nel cinema questo è fondamentale, perché la musica migliore spesso agisce senza dichiararsi. Lo spettatore ricorda uno sguardo, una scena, un’assenza, non necessariamente la musica. Ma quella musica è già dentro il suo ricordo. Essere riconosciuti per un lavoro che vive nell’invisibile è un paradosso che mi affascina».
- Accanto alla composizione, sta sviluppando una ricerca sulla paleoantropologia musicale. Da quale domanda nasce questa ricerca e che cosa possiamo comprendere dell’uomo studiando le origini del suo rapporto con il suono?
«La risposta nasce da una domanda elementare e vertiginosa: perché l’uomo ha avuto bisogno della musica? Prima del lógos c’è la phoné. Prima della musica c’è il suono, e poi c’è qualcuno che ascolta. Mi interessa il momento in cui un rumore diventa pensiero simbolico, rito, memoria e relazione sociale. Dal più antico flauto attribuito all’Homo neanderthalensis fino all’intelligenza artificiale di noi Sapiens, la domanda resta la stessa: quando un suono (o un bit) diventano musica? Per millenni, prima di essere messi per iscritto, l’Iliade, l’Odissea, il Mahabharata, il Ramayaṇa, i poemi epici africani e persino molti testi biblici erano cantati».
- Musica, cinema, antropologia e cultura si intrecciano nel suo lavoro: è proprio questo dialogo tra discipline la direzione verso cui vuole portare la sua ricerca e la sua attività artistica nei prossimi anni?
«Ho lavorato con grandi maestri del teatro italiano, e dirigo ancora in teatro. Ho studiato sia musica che teatro, e nel mio piccolo scrivo poesie e dipingo. La multidisciplinarità è intrinseca al lavoro del compositore: deve conoscere la tecnica e le potenzialità degli strumenti, ma anche il mondo in cui opera. Deve saper passare dalla composizione alla geopolitica, dall’archeologia alla storia dell’arte, dall’economia alla storia delle religioni, fino all’astrofisica. Deve avere lo sguardo di un artefice: informarsi, osservare, comprendere come si costruisce una forma. Ricordo Giorgio Strehler, uno dei più grandi registi del teatro italiano: da ragazzo voleva fare il direttore d’orchestra, ma non aveva i soldi per studiare. Così iniziò a fare teatro e divenne ciò che sappiamo. Mi interessa capire perché, dopo decine o centinaia di migliaia di anni, l’uomo non riesca ancora a farne a meno della musica. Forse abbiamo inventato la musica? O forse continuiamo a essere inventati da essa?»