Gioacchino da Fiore sale sul palco grazie al musical di Francesco Vallone: «Punto a farlo conoscere ai giovani»
Celico torna ad essere crocevia di cultura, arte e visione internazionale con il Festival Internazionale delle Arti. Tra gli eventi più attesi il talk show dedicato all’anteprima dell’opera “L’Abate – La profezia dell’ultimo tempo”
Celico torna ad essere crocevia di cultura, arte e visione internazionale con il Festival Internazionale delle Arti, in programma dal 23 al 31 maggio 2026. Un appuntamento che intreccia cinema, teatro, musica e riflessione culturale attorno alla figura profetica e universale dell’abate Gioacchino da Fiore, pensatore calabrese capace ancora oggi di parlare al presente.
Tra gli eventi più attesi del festival, giovedì 28 maggio alle ore 20, al Teatro delle Arti di Celico, andrà in scena il talk show dedicato all’anteprima dell’opera musical “L’Abate – La profezia dell’ultimo tempo”, un progetto artistico ambizioso che punta a trasformare la figura di Gioacchino da Fiore in una grande narrazione teatrale contemporanea.
L’opera è ideata e scritta da Francesco Vallone, autore dei testi, delle musiche e della sceneggiatura, con orchestrazioni e direzione tecnica curate da Fausto Licciardone e le coreografie affidate a Filippo Stabile con la compagnia Create Danza. Una produzione che unisce linguaggi diversi per raccontare il mistero, la spiritualità e la straordinaria forza visionaria dell’abate calabrese.
L’anteprima sarà l’occasione per entrare nel cuore del progetto artistico, conoscere il lavoro creativo che sta dietro la nascita del musical e scoprire come musica, parola e scena possano restituire modernità a una figura storica che continua ad affascinare studiosi, artisti e pubblico.
Come nasce l’idea di trasformare la figura di Gioacchino da Fiore in un’opera musical?
«Ho pensato che proporre la figura dell’Abate Gioacchino, scrivendo un’opera musical inedita e interamente incentrata sulla sua storia e filosofia, potesse avere la giusta forza espressiva verso un pubblico eterogeneo, attraverso l’utilizzo di un linguaggio universale come la musica. Mi sono lasciato guidare dagli stessi insegnamenti di Gioacchino: lui scelse i simboli, i disegni, per far sì che la sua voce potesse attraversare i secoli ed essere ammirata e meditata da tutti, letterati e non. Quindi, ho scritto i testi e le musiche di quest’opera con l’obiettivo di parlare al cuore dello spettatore, per poi arrivare alla sua mente e lasciare una traccia emotiva e gratificante di comprensione e apprendimento di questa meravigliosa storia, che non tutti conoscono bene. Indubbiamente sono stato spinto e ispirato dal forte attaccamento alla cultura e alle tradizioni del territorio. Come Gioacchino, infatti, anche io sono nato e cresciuto a Celico e da piccolo giocavo intorno alla sua statua, che, all’epoca, era ubicata al centro della villa comunale. Infine, il percorso che mi porta alla professione di logopedista, parte proprio dalla mia passione per la scrittura creativa, la musica, la danza e il teatro, arti a cui mi sono dedicato fin da giovane e che ho utilizzato anche per concepire quest’opera: “L’Abate. La profezia dell’ultimo tempo”».
Qual è stata la sfida più difficile nello scrivere testi, musiche e sceneggiatura di un personaggio così complesso e simbolico?
«Il processo creativo, inizialmente, è stato solitario e istintivo. Ho scritto quasi tutte le musiche e i testi durante la reclusione forzata della pandemia, uno dopo l’altro. Da allora non ho mai smesso di documentarmi da fonti e testi accreditati e di confrontarmi con studiosi, professionisti e artisti. Ho sempre cercato di approcciarmi con il doveroso rispetto al personaggio, ma allo stesso tempo non ne ho mai subito il timore reverenziale, anzi, era come se sentissi di essere approvato direttamente da Gioacchino come un compaesano, illustre in questo caso, che ti dice: “bene, vai avanti così, non fermarti al primo ostacolo. Tutto avverrà naturalmente.” Per citare il titolo di un’aria musicale dell’Opera, ho seguito “il naturale divenire delle cose”».
Qual è il filo conduttore che lega i personaggi reali e quelli simbolici?
«La vita di Gioacchino, dall’infanzia fino alla sua morte, viene raccontata attraverso le arie musicali e vista dagli sguardi di diversi personaggi, alcuni storici, altri onirici, ognuno da angolazioni, spazi e tempi diversi. Questo perché, da autore, mi affascinava giocare con il tempo e rendere la narrazione più dinamica, interessante, stimolante e da approfondire. Incontreremo: un Cantastorie Medievale, all’inizio assuefatto dai vizi del tempo, con il compito di scrivere la storia attraverso la musica; Luca Campano, scriba di Gioacchino, futuro arcivescovo e autore del Duomo di Cosenza e dell’Abbazia Florense, che ne fornirà un ritratto più autentico; una nobildonna che voleva farsi monaca, futura regina Costanza D’Altavilla, che prima di confessarsi con l’Abate raccoglie più informazioni su di lui; Madre natura, una creatura visionaria che accompagnerà Gioacchino ispirandolo fin dalla sua infanzia a concepire il suo Liber Figurarum; la madre Gemma che, dopo la sua morte, lo guiderà con le fattezze dell’Angelo dell’Apocalisse; il padre Mauro il Notaio con il quale Gioacchino ha un rapporto burrascoso e al quale si riconcilierà dopo il suo ritorno dalla Terra Santa. Non posso non citare le apparizioni di altri personaggi storici come Dante, che apre l’Opera, Re Riccardo Cuor di Leone e Papa Celestino III. Ognuno viene calamitato dal carisma unico e illuminante dell’Abate e ne viene influenzato a tal punto da mettere in discussione tutte le convinzioni, riaccendere la speranza e la ragione, percepire l’incanto delle bellezze del creato, a discapito di quelle più effimere».
“L’Abate” parla soltanto del passato o contiene anche un messaggio per il nostro tempo?
«Il concetto di “tempo” nell’opera è centrale. Lo si definisce breve, ma anche eterno. Non volevo limitarmi a concepire solo un biopic tradizionale, ma trattare i temi strettamente connessi al pensiero di Gioacchino: lo stupore della natura, lo scorrere del tempo, l’importanza della meditazione e della cura dello spirito, il ritorno alla vita lenta e semplice, la tutela della terra in cui viviamo, la ricerca della pace tra i popoli e l’importanza dello studio e dell’impegno quotidiano di ognuno a partire dalle piccole cose. C’è un mistero da scoprire: “cosa cerca di dirci l’Abate attraverso i suoi simboli?”. L’Abate proporrà una riflessione quanto più attuale, in un mondo in cui il presente è incerto, sembra sfuggirci, violento e caotico. A tal proposito riporto un estratto dell’opera: “Non sono spaventato dal mio compito, ma da un brutto presagio. Ho paura che i giovani di domani non trovino più il tempo… il tempo di fermarsi per guardare il cielo, così come faccio ancora io, adesso. Temo che verranno confusi da abili incantatori, che li renderanno tutti uguali … false copie del vero. Faranno fatica ad ascoltare …. a rimanere in attesa ….. ad apprezzare tutta la meraviglia che il Creato ci ha offerto in dono”».
Che tipo di emozione vorreste lasciare al pubblico quando si abbasserà il sipario?
«Vorrei catapultare gli spettatori nel Medioevo, far rivivere la storia, far assistere all’incanto degli elementi del Liber Figurarum che prendono vita in scena attraverso gli occhi del piccolo Gioacchino. Lo scopo è sicuramente raggiungere un pubblico giovanile che spesso ignora completamente questo personaggio, attraverso la modernità della musica, immergendoli in ambienti medievali interamente ricostruiti attraverso proiezioni in 3D e orchestrazioni cinematografiche; attraverso l’alternanza di impatti emotivi e leggerezza sottolineata da voci leggere, liriche e teatro danza con evoluzioni aeree. Far apprezzare il gioco dei colori simbolici, enfatizzato da abiti e scenografie originali. Proporre una riflessione sull’importanza del tempo in cui viviamo. Il mio più grande obiettivo sarebbe quello di cristallizzare l’opera come storica e divulgarla attraverso il circuito dei teatri, delle scuole e dei musei e creare degli adattamenti in grado di raggiungere i luoghi storici per spettacoli itineranti. Credo sia straordinaria la possibilità di assistere alla vita di un personaggio così immenso proprio nei luoghi da lui vissuti quasi mille anni fa».