Giovanni Sole smonta il mito degli intellettuali: in “Sui vizi dei letterati” un viaggio tra vanità, potere e ipocrisie
Nel nuovo saggio, in uscita il 4 settembre per Rubbettino, l'antropologo e cineasta calabrese analizza i vizi della “repubblica delle lettere”, raccontando un mondo attraversato da ambizione, servilismo e ricerca del consenso, ma anche dalla figura del parresiasta, il coraggioso custode della verità
C'è una solitudine sottile che si respira in alcuni retropalchi dei festival letterari di provincia quando le luci dei riflettori si spengono. È lì che vedi sfilare i sacerdoti della parola. Si sistemano la giacca, controllano gli smartphone per misurare l'effetto dei loro ultimi post, scambiano sorrisi di circostanza con colleghi che fino a un secondo prima avrebbero volentieri pugnalato alle spalle. Guardarli attraverso la lente dell'osservazione antropologica non è un esercizio di cinismo. È una necessità di sguardo. Giovanni Sole lo sa bene. Già docente di antropologia religiosa all'Università della Calabria e cineasta attento nel tradurre in immagini fatti, miti e figure storiche del Meridione, Sole ha posato stavolta la sua macchina da presa verbale sulla fauna più protetta e al tempo stesso più grottesca del nostro tempo: l'intellettuale.
Nel suo “Sui vizi dei letterati”, in uscita per i tipi di Rubbettino il prossimo 4 settembre, Sole non firma una sterile requisitoria accademica. Fa di peggio. Applica al palazzo della cultura lo stesso rigore etno-antropologico e storico con cui ha sempre indagato l'immaginario e i riti religiosi del Sud. Redige un vero e proprio taccuino d'etnografia d'ambiente, un'anatomia della miseria morale che travaglia la repubblica delle lettere da qualche secolo a questa parte. E lo fa senza sconti, come sempre, senza la solita retorica consolatoria che vorrebbe la cultura come antidoto naturale alla barbarie. La cultura non salva. Spesso, anzi, sofistica il vizio. Lo rende elegante, raffinato, perversamente giustificabile.
L'impianto del libro si srotola lungo tredici capitoli che funzionano come altrettante stazioni di una Via Crucis laica e spietata. Si parte dalle basi della finzione: gli scrittori ipocriti. Quelle figure che sulla carta teorizzano il riscatto degli ultimi e nel privato trattano i camerieri con fredda alterigia. Poi il quadro si allarga. Sole affronta la brama di gloria, l'ambizione famelica, la presunzione sfacciata di chi maneggia la storia credendo di possederla. Non risparmia nessuno. Dedica pagine di una lucidità disarmante ai plagiari di professione, a chi fabbrica libri falsi, a chi svela la menzogna come unica vera valuta del mercato culturale. E ancora, la retorica tossica dell'amor di patria sbandierata solo quando serve a scroccare una prebenda o una candidatura, il servilismo stucchevole degli adulatori impenitenti, la solitudine codarda di chi ha troppa paura di perdere il proprio posto al sole per dire mezza verità.
La tesi di fondo strappa l'abito da sera a tutta la categoria. L'intellettuale non è migliore morale degli altri. Non lo è mai stato. Lo sguardo dell'autore, abituato da regista ad attendere il momento esatto in cui il soggetto dimentica l'obiettivo e rivela la sua natura, costruisce un ponte diretto, senza pilastri intermedi, tra la corte dei miracoli del Sei-Settecento e l'isteria dei circoli editoriali odierni. I format cambiano, il fango resta. Ieri c'erano le dediche servili ai principi ignoranti pur di strappare un vitalizio; oggi, invece, ci sono le recensioni incrociate, le marche da bollo sui social, le ospitate televisive a gettone. Cambiano gli strumenti della cooptazione, ma la struttura antropologica dell'adulatore resta identica. La brama di immortalità continua a produrre mostri ridicoli.
In questo catalogo delle bassezze umane, c'è un momento in cui il registro del testo cambia marcia, trova una vibrazione più profonda e dolorosa. Succede quando l'autore affronta la figura del parresiasta. Chi è costui? È colui che pronuncia la verità. Senza filtri, senza rete di protezione, a proprio rischio e pericolo. Il parresiasta non cerca il consenso della tribù. Non chiede di essere invitato nei salotti giusti. Dice le cose come stanno e, proprio per questo, viene puntualmente isolato, ridicolizzato, espulso dal gruppo. È la controfigura necessaria del letterato di professione. Dove il secondo adula il potere per ottenerne un pezzo, il primo usa la parola come un bisturi, accettando di pagarne il prezzo in termini di solitudine ed emarginazione. È una lettura che lascia un sapore amaro in bocca, perché smantella l'ennesima illusione consolatoria. Abbiamo creduto per decenni che accumulare citazioni, scrivere saggi o riempire scaffali di volumi fosse garanzia di un'umanità più alta. Sole dimostra il contrario con la freddezza del ricercatore sul campo: la conoscenza senza rigore etico diviene soltanto un'arma d'offesa più affilata per fare strada. La vanagloria è una malattia a trasmissione sessuale della mente, e il mondo delle lettere ne è l'epidemia permanente.
La scrittura procede per strappi, senza perdersi nel gergo da accademia che l'opera stessa giustamente denigra. Giovanni Sole non cede al compiacimento teorico. Gli basta mostrare i fatti, accostare le fonti storiche alla miseria del presente, far parlare i documenti con la concretezza visiva di un’inquadratura documentaria. Il risultato è un ritratto spietato ma terribilmente reale della nostra classe dirigente della cultura.
Restano le domande di fondo, quelle che ti porti dietro dopo aver chiuso l'ultima pagina sulle macerie del vano desiderio d'immortalità. Ha ancora senso ostinarsi a cercare la verità tra le pagine dei libri quando sappiamo che chi li scrive è spesso il primo a mentire? Forse sì. Ma a patto di cambiare occhiali. A patto di smettere di guardare gli intellettuali come guide spirituali e di iniziare a osservarli per quello che sono: uomini fragili, spesso vanitosi, incatenati alle proprie piccole ambizioni, esattamente come tutti gli altri. Il merito di questo saggio sta proprio nell'aver spento le luci della ribalta, lasciando sul palco soltanto gli attori struccati, a fare i conti con l'angoscia del proprio oblio.
*Documentarista