Guccini e il carabiniere calabrese: storia di notti di musica sotto i portici di Bologna e un’Italia svanita
Le chitarre imbracciate insieme nelle osterie bolognesi: il legame fatto di musica e condivisione tra Gianfranco Riccelli e il cantautore scomparso oggi. Due facce dello stesso Paese che non c'è più
Il legno compensato delle Eko anni Ottanta aveva un odore strano, di colla economica e case non ancora scaldate dal metano. Scaldava poco la musica, ma bastava per scorticarsi le dita sui primi quattro accordi di “Dio è morto” o de “L’avvelenata”. Un mi minore, un sol, un re. L'illusione di avere in mano la chiave di volta del mondo mentre la provincia intorno marciva sottovoce.
Poi la vita vera ti casca addosso senza bussare. E non somiglia mai alle canzoni, se non per quel retrogusto di polvere e tabacco stropicciato che ti rimane tra i denti.
Gianfranco Riccelli arrivava da Soriano Calabro, terra di pietra magra e silenzi antichi, ma vestiva l'uniforme da ufficiale dei Carabinieri sotto i portici di Bologna. Un paradosso vivente, l'autorità formale in divisa che nella penombra delle osterie si sedeva al tavolo con Francesco Guccini, imbracciando il legno per suonare insieme. Tra il rigore delle stellette e il disordine anarchico dei bicchieri di vino, Riccelli non faceva il testimone di un’epoca ma ci stava dentro con i piedi ben piantati nel fango della realtà. Quando mi raccontava di quelle suonate bolognesi, dei ritagli di notte rubati al servizio, non c'era mai ombra di vanto. Era la cronaca asciutta di due uomini che usavano la musica per difendersi dalla noia o per non perdere il filo della propria umanità.
Poi il calendario ha iniziato a perdere i pezzi. Il Covid si è preso Riccelli nel 2021, portato via senza troppi rumori come succede a chi la vita l'ha sempre affrontata con un pudore severo. E oggi se n'è andato anche Guccini.
È morto Francesco Guccini, il gigante della musica italiana si è spento a 86 anniLa tentazione sarebbe quella di tirare giù il sipario, di lasciarsi andare alla solita litania sul secolo che finisce, sulle utopie degenerate, sui maestri che abbandonano la cattedra. Ma chi fa documentarismo d'osservazione sa che le mitologie sono una trappola per pigri. Guccini non è mai stato un monumento immobile da venerare in soffitta. È stato la voce ruvida e imperfetta di un’Italia che provava a guardarsi allo specchio senza troppi filtri ideologici. Ha raccontato il margine, le stazioni secondarie, i binari morti della storia, quelli dove i treni non fermano e dove le persone continuano comunque a vivere, a sbagliare, a morire.
Quando muore chi ha dato una forma narrativa alle nostre incertezze giovani, la sensazione di vuoto non riguarda la gloria dell'estinto. Riguarda noi. Riguarda quella Eko impolverata, le dita arrossate, la convinzione infantile che bastasse urlare un verso per cambiare il corso degli eventi.
Riccelli con la sua divisa e il suo rigore, Guccini con il suo bicchiere e le sue parole scolpite nel legno: due facce dello stesso Paese che non c'è più, o che forse non è mai esistito se non nella nostra ostinata urgenza di raccontarlo. “Dio è morto”, cantavamo con la spavalderia di chi si crede eterno. La verità, molto più prosaica e carnale, è che a morire sono gli uomini. E a noi non resta che continuare a osservare le macerie, senza la scusa di una canzonetta a farci da scudo.
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