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04/04/2026 ore 07.26
Cultura

I vattienti: l’inchiostro rosso di Nocera Terinese, dove il corpo si fa preghiera

La flagellazione come linguaggio ancestrale di una comunità che resiste. Tradizione, sangue e appartenenza: il volto più autentico della religiosità popolare calabrese. Un rito cruento che unisce identità, devozione e memoria storica

di Gianfranco Donadio*

Il primo colpo non è un suono, è un odore. Un sentore acre di vino che si mescola al ferro dolce del sangue, quello che sale dalle pietre bagnate di Nocera Terinese mentre il Sabato Santo scivola via tra i vicoli. Non c’è nulla di asettico in questo squarcio nel fianco della Calabria. Il “vattiente” non cerca l’obiettivo della macchina fotografica, cerca il dolore che redime, o forse solo la continuità di un gesto che lo lega a una terra che non dimentica. Ha le gambe nude, il passo svelto di chi deve compiere una missione e quella corona di spine (“’a pricuia”) che gli stringe la fronte come un monito.

Dimenticate i manuali di storia delle religioni che liquidano tutto sotto l’etichetta del fanatismo residuo. Qui, a Nocera Terinese, il fanatismo non abita. Abita, semmai, una logica spietata e coerente di appartenenza al paese. Il rito dei “vattienti” è un’architettura di carne e memoria che sfida il senso comune della modernità levigata, quella che vorrebbe la devozione chiusa nel perimetro di un banco di chiesa, pulita, profumata di incenso e buone maniere. A Nocera il sacro è un’altra cosa. È umido. È un patto siglato tra il corpo dell’uomo e il legno dell’Addolorata, una specie di danza di flagellazione che trasforma il marciapiede, l’asfalto e il cemento dei vicoli in un altare diffuso.

Nocera Terinese e il rito dei “Vattienti”: fede, sangue e tradizioni secolari nei giorni della Settimana Santa

Lo strumento del sacrificio è il “cardo”, un pezzo di sughero dove sono conficcati tredici pezzetti di vetro. Tredici, forse, come gli apostoli meno uno, o forse come la somma di tutte le solitudini di questa regione. Il vattiente colpisce. Si percuote le cosce e i polpacci con una cadenza che non ammette esitazioni. Il sangue deve uscire, deve scorrere, deve segnare il territorio. Deve segnare la casa di amici e parenti come buon auspicio. Ma non è un atto solitario, perché accanto a lui c’è l’“Acciomu”, l’Ecce Homo, un giovane compagno che porta la croce di legno e resta legato al flagellante da una cordicella, un cordone ombelicale di penitenza che li rende un organismo unico, una creatura mitologica che attraversa il paese scacciando i fantasmi della contemporaneità.

L'antropologia qui si fa carne perché il sangue non è solo un fluido, ma è un inchiostro. Il rito serve a scrivere, ogni anno, il contratto sociale di una comunità che ha visto i suoi figli partire per le Americhe, per la Germania, per il Nord, ma che (alcuni) li vede tornare puntuali per questo appuntamento col dolore. Perché il sangue del vattiente ha un potere taumaturgico sulla distanza. Ricuce lo strappo dell’emigrazione. Chi si batte non lo fa solo per sé, lo fa per chi non c’è più, per chi è lontano, per chi deve chiedere una grazia che la politica o la scienza non sanno più promettere. È una liturgia orizzontale. La Chiesa ufficiale ha provato per decenni, secoli, a normare, a proibire, a guardare con sospetto questo eccesso di zelo fisico. Ma la religiosità popolare è una bestia testarda. Ha ignorato i divieti vescovili con la stessa naturalezza con cui il mare Tirreno ignora i confini delle mappe.

Il vino rosso, versato in abbondanza sulle ferite, serve a disinfettare, certo, ma è soprattutto un simbolo eucaristico rovesciato. Non è più il vino che diventa sangue sull’altare del prete, è il vino che incontra il sangue sulla pelle dell’uomo comune, in un cortocircuito mistico che riporta la religione alla sua radice più ancestrale. È il sacrificio cruento che precede la civiltà, che la sostiene, che le impedisce di evaporare nel nulla di un consumismo senza volto. Osservare i volti dei paesani mentre guardano passare i “vattienti” è istruttivo. Non c’è orrore. C’è un rispetto silenzioso, una complicità che nasce dal riconoscimento di un sacrificio necessario. Se lui si batte, se lui versa sangue, la sventura si allontana da noi. È il capro espiatorio che non viene scacciato nel deserto, ma che attraversa il centro del villaggio per purificarlo.

Questo rito, per molti, è lo scandalo della ragione. Eppure, in un’epoca di immagini filtrate e realtà virtuali, il ritorno alla materia grezza del corpo che soffre assume una valenza politica sovversiva. Nocera Terinese non ha bisogno di essere capita dai sociologi della domenica, ma ha bisogno di essere vissuta come un atto di resistenza culturale. Il vattiente è l'antitesi dell'uomo digitale. È presenza pura, ingombrante, rumorosa. Il rumore dei colpi sulla pelle è un battito cardiaco collettivo che tiene sveglia una Calabria che spesso preferirebbe dormire, dimenticarsi di sé stessa e dei suoi traumi.

Mentre il corteo prosegue, le macchie rosse sull'asfalto iniziano a scurirsi sotto il sole primaverile. La processione della Madonna Addolorata, con i suoi abiti neri e il suo strazio composto, incontra il flagellante. È il momento del contatto. Il vattiente segna col suo sangue i gradini della chiesa o il piedistallo della statua. È la firma del popolo sul mistero della morte. Non c'è spazio per la filosofia, qui si parla col ventre. Si parla con la memoria dei padri che facevano lo stesso gesto quando la peste o la fame bussavano alle porte di queste case di pietra.

Si potrebbe obiettare che tutto questo sia un residuo medievale, un anacronismo che stona con le luci led e i centri commerciali che spuntano poco lontano. Ma è proprio questa dissonanza a dare senso al tutto. La modernità è un velo sottile che si squarcia non appena il cardo affonda nella carne. Sotto quel velo, batte ancora un cuore antico che non ha paura del dolore perché sa che il dolore è l'unico linguaggio che la terra comprende davvero. Il rito non è un teatro. È un'operazione chirurgica sull'anima della comunità, un modo per estrarre il male e lasciarlo lì, sul selciato, a essiccare al sole.

Sono anni, ormai, che di queste cose ne discuto curioso sorseggiando una birra con i miei cari amici, Antonio Macchione, Adriano Rocca, Emanuele Rotundo. Quando la sera scende e le ferite iniziano a rimarginarsi, curatissime dal vino e dall'orgoglio, Nocera Terinese torna a essere un paese come tanti altri sulla costa. Ma il ricordo di quel sangue resta, una traccia invisibile che corre sotto la pelle di ogni abitante. Non è stata una messa in scena. È stata la riconferma di un'identità che non passa per i documenti, ma per le cicatrici. Resta solo da chiedersi, mentre l’odore di aceto e di ferro svanisce nell'aria salmastra, se saremo mai capaci di trovare un altro modo per sentirci così ferocemente vivi, o se abbiamo bisogno, ancora e sempre, che qualcuno si offra al vetro tagliente per ricordarci che esistiamo.
 

*Documentarista