I volti d'argilla e la rabbia: l'antropologia del conflitto in Calabria nel documentario perduto di Marco Bellocchio
Un'opera del 1969 restituisce una terra dimenticata, tra occupazioni, miseria e conflitto sociale. Un cinema militante che ancora oggi interroga il presente
I volti sono solchi di argilla scura, gli occhi accesi da una febbre che non è malaria, ma rabbia. Paola, provincia di Cosenza, anno millenovecentosessantanove. La cinepresa 16mm di Marco Bellocchio si piazza lì, nel fango di un Mezzogiorno che la modernizzazione forzata del miracolo economico ha semplicemente dimenticato di riscattare. Non c’è lirismo. Manca la pietà rassegnata di Carlo Levi e non si avverte la distanza asettica delle inchieste radiotelevisive della Rai democristiana. C’è, invece, il respiro corto dell’occupazione, il rumore dei passi sulle scale delle case popolari strappate al silenzio burocratico. “Il popolo calabrese ha rialzato la testa” non è un film. È un ordigno visivo.
Il cinema militante di quegli anni operava così, amputando la mediazione borghese per farsi corpo a corpo con la realtà. Bellocchio, che pure era reduce dallo squarcio generazionale di “I pugni in tasca”, scende in Calabria non da turista della rivoluzione, ma da militante dell'Unione dei comunisti italiani marxisti-leninisti. Mette l'occhio dietro l'obiettivo insieme a Dimitri Nicolau e decide di registrare il collasso di un sistema. Quella Paola cattolica e devota, schiacciata dall'ombra imponente del Santuario di San Francesco, si scopre improvvisamente proletaria. Il contrasto è feroce, quasi intollerabile per l'epoca. Da un lato la rassegnazione millenaria predicata dai pulpiti, l'invito a sopportare la miseria in terra per guadagnare il regno dei cieli. Dall'altro, la fame di tetti, la paradossale assenza di un pronto soccorso, la violenza quotidiana di un ospedale che c'è ma resta sprangato, inutile come un monumento al disonore.
La forza del documentario d’osservazione risiede in questa capacità di catturare il dialetto stretto che si fa sintassi politica. I subalterni prendono la parola. Non parlano per slogan scritti a Roma o a Milano; articolano il proprio bisogno con la carne e con il sangue di chi abita stanze sovraffollate, dove si dorme in quattro in un letto. Bellocchio applica un montaggio spietato, quasi d'avanguardia sovietica. Accosta i volti scavati delle donne calabresi ai marmi del potere locale, alla bonomia distaccata di una borghesia cittadina che osserva la sommossa con il fastidio di chi teme che si sporchi il salotto. È un'antropologia del conflitto. Il regista, premiato recentemente ad Acri con il Premio Padula proprio per la sua capacità di rimanere un testimone scomodo della nostra storia, dimostrava già allora l'ossessione per i corpi reclusi, per le istituzioni che soffocano l'individuo, siano esse la famiglia, la Chiesa o uno Stato patrigno che manda la polizia a sgomberare i diseredati.
Il Sud di questo documentario non è una categoria sociologica. È uno spazio fisico opprimente, dove la luce del bianco e nero è sporca, satura, priva di quella retorica meridionalista che ha spesso anestetizzato la questione meridionale trasformandola in piagnisteo. La pellicola dell'AAMOD, oggi fortunatamente recuperata, ci restituisce l'esatto termometro di una nazione che stava cambiando pelle, dove il post-Sessantotto non era solo un affare da studenti della Statale o della Sapienza, ma una scossa tellurica capace di far tremare le fondamenta della provincia più profonda.
Cosa resta, oggi, di quel rullo di pellicola? Resta l'evidenza di un cinema che non esiste più, sostituito da una saggistica visiva spesso troppo levigata, troppo attenta ai bandi ministeriali e alle estetiche delle piattaforme streaming per sporcarsi le mani con la strada. Quei contadini e quegli operai di Paola che urlavano in favore di camera cercavano un riscatto che la storia successiva avrebbe in gran parte tradito, diluendolo nell'assistenzialismo o nell'emigrazione. Ma guardando oggi quei fotogrammi contrastati, l'impressione è che quella testa rialzata nel 1969 continui a fissarci. E non sembra affatto intenzionata ad abbassarsi.
*Documentarista Unical