Il Bruzio respira ancora: ad Acri il Premio Padula sfida la rassegnazione del Sud che resiste
Il premio nazionale dedicato al giornalista e intellettuale acrese conferma la sua vocazione civile, unendo ricerca, letteratura e formazione in una sfida quotidiana contro l'indifferenza e lo spopolamento. Ecco i premiati
C’è un silenzio strano, quasi viscerale, che avvolge le strade di Acri quando le luci della ribalta si spengono. Un silenzio che somiglia a quello dei campi dopo la mietitura. Eppure, per qualche giorno all’anno, questo avamposto abbarbicato sulla Presila cosentina si trasforma nel sismografo di una profonda faglia culturale, quella che separa l’Italia del benessere distratto da quell’altra Italia, interna, dimenticata eppure ostinatamente viva.
È qui che da sedici edizioni si consuma il rito del Premio Nazionale Vincenzo Padula. Non una passerella di vanità intellettuali, non il solito salotto buono trasferito in provincia per dovere di cronaca o di rappresentanza, ma un corpo a corpo con la realtà che avrebbe fatto sorridere, di un sorriso amaro e complice, l’uomo di cui questo riconoscimento porta il nome.
Vincenzo Padula, prete scomodo e giornalista d’assalto nella Calabria dell’Ottocento, non amava le cerimonie. Preferiva il fango delle inchieste pubblicate su Il Bruzio. Amava il respiro affannoso dei contadini, la carne viva di una terra sfruttata, il dialetto che fustigava i potenti. Immaginarlo oggi tra le pagine dei romanzi di Michele Mari o nelle geometrie visive di Marco Bellocchio non è un azzardo storico. È una necessità antropologica.
Il premio che lo ricorda ha fatto una scommessa folle: dimostrare che la periferia può farsi centro. Che il Sud non ha bisogno di essere spiegato da altri, ma possiede gli occhi e la lingua per raccontarsi da sé, senza sconti e senza patetismi.
Il cuore di questa operazione non sta nelle targhe d’argento o nelle sculture di Gerardo Sacco e Silvio Vigliaturo, pur preziose. Il miracolo vero, quasi invisibile ai taccuini della grande stampa nazionale, avviene nelle aule scolastiche. Centinaia di ragazzi dei licei di Acri, Corigliano-Rossano e San Demetrio Corone prendono in mano i libri dei finalisti. Li leggono. Li sezionano. Discutono con una foga che nei festival metropolitani è ormai un ricordo sbiadito, anestetizzato dagli aperitivi e dalle pose.
Questa è antropologia pura. È l’osservazione partecipante di una generazione che la sociologia più pigra vorrebbe rassegnata all’esodo e che invece ritrova nella parola scritta un’arma di cittadinanza. Quando la giuria studentesca premia un testo, non sta semplicemente scegliendo una bella storia, ma sta cercando uno specchio per le proprie inquietudini, una mappa per orientarsi nel disordine del presente.
Il Padula si muove da sempre su questo crinale sottile. Da un lato la saggistica rigorosa, dall’altro la forza visiva del cinema del reale. Non è un caso che l’ultima edizione abbia messo al centro il tema di una pace disarmata e che tra i riconoscimenti spicchi il resoconto doloroso e necessario del docufilm su Cutro.
Questo è il cinema che serve. Un cinema d’osservazione che non cerca l’effetto speciale, ma il tempo lungo della memoria, la stratificazione del dolore, il dettaglio di una scarpetta sulla sabbia o di una lapide improvvisata. Il premio diventa così una camera acustica del Mezzogiorno contemporaneo.
Raccoglie i frammenti di un Sud che troppo spesso viene rappresentato soltanto attraverso la lente deformante della cronaca nera o del folklore da cartolina, restituendogli la dignità della grande narrazione civile.
Certo, la tentazione del localismo è sempre in agguato, un rischio perenne per ogni iniziativa culturale che nasca lontano dai grandi flussi finanziari di Milano o Roma. Ma è proprio qui che scatta il paradosso. Più il Premio Padula affonda le radici nella specificità della sua terra, più il suo sguardo si fa universale.
Quando si premia la sezione giornalistica intitolata a Giuseppe Abbruzzo, o il cinema di Vincenzo Talarico, si sta parlando a tutto il Paese. Si sta dicendo che la questione meridionale non è un fossile da manuale di storia, ma una ferita ancora aperta, che continua a manifestarsi nella precarietà dei collegamenti stradali, nello spopolamento dei paesi antichi e nella fuga dei cervelli verso le università del Nord.
L’Università della Calabria, con la sua vicinanza scientifica e umana, funge da polmone accademico di questo processo, unendo la ricerca antropologica sul campo alla divulgazione militante.
La cultura nel Mezzogiorno è spesso una faccenda di resistenza, o meglio, di restanza, per usare quel termine ormai caro agli antropologi che qui hanno consumato le scarpe. Non si tratta di una difesa nostalgica del passato, ma di una scommessa sul futuro.
Il Premio Padula è il manifesto di questa postura intellettuale. Non concede nulla alla retorica del piagnisteo. Chiede rigore ai saggisti, carne ai narratori e verità ai giornalisti.
Le luci sul palco del palazzo storico di Acri si spengono di nuovo. Gli ospiti illustri riprendono la via dello snodo autostradale o dell’aeroporto, lasciandosi alle spalle i profili scuri della Sila. Restano i libri sui banchi di scuola, le sottolineature a matita dei ragazzi, il sapore di un dibattito che ha osato scalfire la superficie della rassegnazione.
Vincenzo Padula continuerebbe a camminare per queste strade, con il cappello calato sugli occhi e il taccuino pronto a registrare le voci del Bruzio contemporaneo. La vera sfida comincia adesso, nel silenzio che ritorna, dove la parola premiata deve farsi carne e la cultura deve dimostrare, giorno dopo giorno, di saper ancora spaventare il buio.
I premiati dell’edizione 2026: Ginevra Eramo, Gianluigi Greco, Michele Mari, Luigi Zoja, Marianna Aprile e Marco Bellocchio.
*Documentarista