Il buio, la luce e la polvere di Crotone: quando il cinema del reale accende una città e rompe il silenzio
A “E io ci sto” storie e documentari scavano nelle ferite del territorio, tra memoria, ambiente e marginalità, restituendo al pubblico una realtà senza filtri consolatori
Crotone non ha tempo per le favole, eppure alla fine di questo rovente mese di agosto la polvere di Parco Pignera s’appiccica ai vestiti come una promessa. Nel prato dell’Orto Tellini e nei Giardini intitolati a Pitagora non è andata in scena una semplice e consueta rassegna estiva. La settima edizione di “E io ci sto” ha preteso di fare politica con la luce proiettata su un telo. Politica vera. Quella che misura la fame di immagini di una città troppo spesso addestrata a fare a meno della complessità.
L’associazione guidata da Fabrizio Oliverio, quest’anno, ha spinto l’asticella un metro più in là. Nessun tappeto rosso. Niente passerelle per vanità da avanspettacolo. Qui il cinema serve a contare i danni e a pesare il futuro del mondo. Dal 22 al 28 agosto il pubblico ha occupato le gradinate con un’ostinazione antica. Non per distrarsi. Per guardarsi allo specchio senza i filtri consolatori delle narrazioni di maniera.
La sezione “Radici” rappresenta l’ossatura morale della manifestazione. La giuria, guidata dal mio amico, regista e documentarista Antonio Martino e composta da Matteo Delbò, Francesco Mollo, Ottavia Virzì e Francesca Caiazzo, ha dovuto spalare tra decine di ore di girato per scovare la sostanza. La scelta è caduta su un grande film, “Canone Effimero” di Gianluca e Massimiliano De Serio. Un’opera scarna, priva di orpelli, che trasforma il suono in pietra.
Antonio Martino lo ha detto con brutale chiarezza: «La sezione “Radici” rappresenta il cuore pulsante e l’anima identitaria di questo festival. Giudicare queste opere è stato un viaggio emozionante e complesso, perché raccontare la Calabria e le sue stratificazioni culturali richiede un linguaggio visivo mai banale, capace di schivare i soliti stereotipi. Con gli altri giurati abbiamo riconosciuto unanimemente in “Canone Effimero” e negli altri lavori in concorso una capacità rara, cioè quella di trasformare la memoria locale e la tradizione orale in un linguaggio visivo e sonoro universale. “Radici” dimostra che la nostra terra non è solo un fondale geografico, ma è un giacimento inesauribile di narrazioni capaci di parlare al mondo intero».
Nessun compiacimento di maniera. Solo materia viva. La motivazione ufficiale del premio ne certifica l’impalcatura formale: «Per il raffinato rigore formale e la ricerca estetica con cui la regia si fa custode attiva della memoria e delle tradizioni orali del patrimonio italiano, trasformando il sonoro e i canti polivocali nell’autentico motore narrativo del racconto».
Il programma non ha concesso sconti alla memoria recente. “Domani - Il viaggio di Maysoon Majidi” ha sbattuto in faccia agli spettatori il peso specifico della giustizia-farsa e della carne viva dei migranti. Poi la parabola di Alessandro Nucci, “The Lost Legacy of Tony Gaudio”, a ricordare che da questa fascia di terra arsa è partito l’uomo che insegnò a Hollywood come si disegna la luce con la macchina da presa.
Fabrizio Oliverio, alla direzione artistica, rivendica la tenuta del progetto con l’orgoglio di chi conosce la fatica del cantiere. Ha detto: «Giunti alla settima edizione possiamo dire a testa alta che “E io ci sto” non è più solo una rassegna estiva, ma un vero e proprio presidio culturale permanente per la città. Quest’anno la qualità delle opere selezionate ha raggiunto un livello straordinario, dal momento che abbiamo portato a Crotone un cinema del reale coraggioso, vivo e necessario. I film premiati, a partire dal lavoro impeccabile e potente dei fratelli De Serio, dimostrano quanto il cinema indipendente sappia scavare a fondo nell’umano, restituendo dignità e luce a storie che altrimenti rischierebbero di andare perdute. Vedere l’Orto Tellini e i Giardini di Pitagora gremiti di persone attente e partecipi è la conferma che questa iniziativa ha piantato radici profonde e che la nostra comunità ha una sete immensa di bellezza e confronto civile».
Poi il festival ha cambiato marcia. Dal 25 agosto l’Orto Tellini è diventato una fucina all’aperto. L’avvio serale è stato affidato al podcast “Novanta90”, scritto a quattro mani dallo stesso Oliverio con Fabio Canino, chiamato anche a reggere il microfono sul palco. Il format ha funzionato da innesco per i documentari successivi.
La prima sera Giuseppe Bertuccio D’Angelo ha portato il suo “Progetto Happiness”, portandosi a casa il Premio Narrazione Digitale per l’esplorazione non retorica del tema della felicità. Il 26 agosto il microfono è passato poi a Francesco Colella, prima che lo schermo proiettasse “Rino Gaetano - Sempre più blu” di Giorgio Verdelli. Il Premio Miglior Documentario è andato a quest’opera. Senza agiografia. Solo il ritratto asciutto di un artista restituito alla sua matrice urbana e nazionale.
Il giorno dopo, il portavoce di UNICEF Italia Andrea Iacomini e il regista Marco Spinelli hanno spostato il mirino sulla carne viva dell’ambiente. Il film “Shark Preyed” si è aggiudicato il Premio Ambiente e Territorio. Spinelli, ritirando la targa, ha lasciato sul campo una nota d’impatto. Ha detto di avere «scoperto una città aperta al mondo, che accoglie. Sono felice che “Shark Preyed” continui a far discutere e, soprattutto, a parlare dei nostri cari amici squali».
Il cinema qui non finisce quando si spegne la lampada del proiettore. L’iniziativa “Missione Jonio”, organizzata insieme a “Biopills” e “La natura racconta nell’Area Marina Protetta di Capo Colonna”, ha portato la gente a raccogliere la plastica a mani nude. Più di cinquanta chili di spazzatura sono stati tirati fuori dalla risacca.
Fare cultura in provincia di Crotone richiede una dose di incoscienza. Significa rifiutare l’accattonaggio istituzionale e costruire ponti dove gli altri vedono solo macerie. Crotone non ha bisogno di essere salvata dai festival. Ha bisogno di smettere di essere considerata una periferia dell’anima. La settima edizione di questo presidio ha dimostrato che le storie rimaste a terra bruciano ancora. Resta da capire chi avrà il coraggio di continuare a maneggiare questo fuoco quando la polvere di agosto si sarà spenta del tutto.