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24/10/2026 ore 07.07
Cultura

Il cinema di Vittorio De Seta tra memoria e futuro: la Calabria protagonista della rassegna internazionale dedicata al maestro

La manifestazione unisce documentari etnografici, laboratori e incontri con registi e studiosi. Riconoscimenti della Fitp anche a Domenico Maduli e Saverio Caracciolo per l'impegno nella valorizzazione delle identità regionali

di Gianfranco Donadio*

Definire il cinema di Vittorio De Seta significa richiamare una delle intuizioni più folgoranti della critica cinematografica, quella di Martin Scorsese quando descrisse il regista italiano come «un antropologo che si esprimeva con la voce di un poeta». In questa definizione risiede la chiave di un’intera parabola artistica. De Seta non ha mai concepito la macchina da presa come un freddo strumento di rilevazione dati, né la realtà sociale come un mero reperto da archiviare. Al contrario, la sua è stata una pratica immersiva, partecipe e profondamente etica, un “cinema atletico” basato sul rispetto dell'uomo, sul ritmo del lavoro e sul contatto diretto con la cultura rurale e marinara del Mezzogiorno prima che venisse travolta dalle trasformazioni della modernità.

In un presente iper-connesso e saturo di immagini fugaci prodotte ad uso e consumo degli algoritmi, il consolidamento della Rassegna Internazionale di Documentari Etnografici e del Reale “Vittorio De Seta” non si configura come una commemorazione nostalgica. Si tratta, al contrario, di una precisa scelta di campo che consiste in un’azione culturale e politica urgente che trova nel territorio calabrese il suo palcoscenico naturale.

Per comprendere la portata di questa iniziativa occorre entrare nella bottega artigiana di De Seta. Negli anni Cinquanta, mentre l'Italia si avviava verso il miracolo economico voltando le spalle al proprio passato contadino, De Seta scelse di inoltrarsi nelle pieghe più riposte del Sud. Con una cinepresa leggera, pellicola a colori e un registratore a nastro a tracolla, realizzò tra il 1954 e il 1959 dieci cortometraggi che avrebbero contribuito a segnare per sempre la storia dell'antropologia visiva.

Senza l'ausilio di una voce fuori campo didascalica, la classica “voce di Dio” del documentarismo dell'epoca, De Seta lasciò che a parlare fossero il suono puro della natura, i canti dei pescatori, il respiro affannato dei zolfatai e il ritmo ipnotico dei gesti millenari. Opere straordinarie come “Lu tempu di li pisci spata”, “Isole di fuoco”, “Surfarara” o “Pasqua in Sicilia” restituiscono l'epica quotidiana di lavoratori dimenticati dalla storia ufficiale.

Questa metodologia di ascolto ha trovato la sua consacrazione nel capolavoro “Banditi a Orgosolo” (1961) e nel monumentale affresco di “In Calabria” (1993). In De Seta, lo sguardo etnografico non è mai esterno, ma è un atto di immedesimazione. Celebrare De Seta oggi significa riaffermare l'idea che raccontare il reale richiede tempo, silenzio e responsabilità morale verso i soggetti ripresi.

Con gli amici e colleghi Ignazio Figus, Marco Lutzu, Andrea Simonetta e Gerardo Bonifati, dinamico presidente della Federazione italiana della tradizioni popolari, ci siamo chiesti del perché il cinema etnografico oggi? E abbiamo pensato che fosse una risposta alla velocità contemporanea.

In un'epoca dominata dalla frammentazione dell'attenzione, il cinema etnografico e del reale assume una funzione sociale rivoluzionaria, perché ci costringe all'esercizio dello “sguardo lento”.

Il documentario del reale non ricerca lo scoop né la spettacolarizzazione; al contrario, si propone come archivio vivente delle culture immateriali, dei saperi artigianali e delle forme di resistenza comunitaria. Guardare un film etnografico significa mettere in discussione i concetti stessi di “progresso” e “marginalità”, riscoprendo come le periferie geografiche e sociali siano spesso i luoghi in cui si custodiscono le risposte più avanzate alle crisi dell'uomo contemporaneo.

La rassegna si fa così luogo d'incontro tra la salvaguardia della memoria e l'esplorazione del presente. Attraverso i workshop tematici e il concorso internazionale, il festival dimostra come i linguaggi del cinema del reale si siano evoluti, affrontando temi urgenti come le migrazioni, i confini, le marginalità urbane, la memoria delle colonie penali e la ridefinizione dei riti collettivi.

Abbiamo voluto costruire un asse strategico tra sapere accademico e territorio.

Un elemento distintivo della Rassegna, infatti, è la sua struttura policentrica, articolata lungo l'asse culturale che collega l'Università della Calabria e la città di Castrovillari. Si tratta di un modello integrato di cooperazione tra ricerca universitaria e comunità locale.

L’Unical rappresenta il presidio teorico e di sperimentazione. Presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali (DiSPeS), e i suoi Corsi triennali e magistrali in Media e Società Digitale e il Cinema dell’Ateneo, la rassegna sviluppa il suo nucleo scientifico, grazie ai professori Olimpia Affuso, Samuel Antichi, Daniele Dottorini e Fulvio Librandi. La presenza di ospiti d'eccezione come il regista Michelangelo Frammartino, il cui cinema d'osservazione si pone in diretta filiazione con il rigore formale e la spiritualità paesaggistica di De Seta, e di Marco Bertozzi, autorevole documentarista, storico del cinema e docente dell'Università di Venezia, trasforma l'ateneo in un laboratorio privilegiato di riflessione teorica, storiografica e didattica sui linguaggi del reale.

Questo percorso teorico trova immediata applicazione operativa nei workshop metodologici sul campo. Da quello condotto da Antonio Martino “Lenti sul margine: sguardo etnografico e narrazione nel film «Niguri»”, incentrato sulle strategie narrative per raccontare le periferie sociali e l'alterità, al laboratorio teorico-pratico guidato da Ignazio Figus e dal sottoscritto (“La macchina della verità. Il cinema di osservazione nella ricerca etnografica”), riflessione imprescindibile sul valore scientifico ed etico del cinema diretto e partecipativo. E ancora, “Filmare le interviste”, un laboratorio a cura di Marco Lutzu, anche in questo caso tecnico-teorico rivolto alle metodologie di documentazione orale, per comprendere come la videocamera possa farsi strumento dialogico di relazione e ascolto profondo.

A testimonianza dell'alto profilo scientifico e divulgativo della manifestazione, le opere in concorso e l'intero percorso ermeneutico della rassegna beneficiano della valutazione di una Giuria di altissimo prestigio intellettuale e professionale. La composizione del comitato giudicante riflette perfettamente l'interdisciplinarietà e l'ambizione culturale della rassegna. Maria Pia Ammirati (direttrice di Rai Fiction) è figura di primo piano dell'industria culturale e audiovisiva italiana, garante del fecondo legame tra patrimonio antropologico e narrazione cinematografica e televisiva contemporanea. Gabriele Cipollitti (regista di “Superquark”) è maestro della divulgazione visiva di alto profilo scientifico, capace di coniugare il rigore dell'indagine documentaria con la forza emotiva dell'immagine. Alfonso Samengo (vicedirettore del TG2) è esponente del giornalismo di approfondimento e dell'informazione del servizio pubblico, da sempre attento al racconto etico delle realtà territoriali e sociali. Fulvio Librandi (Professore UNICAL) è docente di Antropologia culturale che apporta il rigore metodologico dell'analisi etno-antropologica sul campo. Daniele Dottorini (Professore UNICAL) è docente di cinema, tra i massimi studiosi dei linguaggi del documentario e del cinema del reale nel panorama accademico. La presenza di questa giuria consacra la rassegna come un luogo in cui università, grande produzione culturale, informazione televisiva e ricerca accademica si fondono per valorizzare la trasparenza e l'efficacia etico-estetica dello sguardo etnografico.

Accanto al lavoro della Giuria, la manifestazione sottolinea il valore di chi, quotidianamente, lavora sul campo per la diffusione della cultura popolare. In quest'ottica si inserisce il significativo riconoscimento conferito dalla Federazione Italiana Tradizioni Popolari (FITP) a Domenico Maduli, presidente di LaC Network, e al suo documentarista Saverio Caracciolo. Un attestato che intende premiare l'impegno editoriale e la vicinanza strategica dimostrata dall'emittente e da diverse sue produzioni televisive verso le tradizioni popolari, a riprova di come l'informazione di rete e la ricerca documentaristica locale possano farsi potenti cinghie di trasmissione per la tutela e la narrazione delle identità regionali.

Castrovillari e il Protoconvento Francescano, invece, rappresentano il radicamento popolare.

Tra le navate del Protoconvento Francescano, il CineTeatro Vittoria e il Teatro Sybaris, il cinema torna a farsi esperienza di popolo. L'intenso programma scolastico “Alla scoperta di Vittorio De Seta”, guidato dal presidente della Cineteca della Calabria, Eugenio Attanasio con gli Istituti Superiori del territorio, educa i giovani all'alfabetizzazione visiva e alla conoscenza delle proprie radici. A ciò si affianca il coinvolgimento delle realtà folkloriche locali e della solidarietà sociale, con l'incasso degli spettacoli devoluto alla lotta contro i tumori.

Questo dialogo tra la riflessione dell'Ateneo e la vitalità di Castrovillari realizza un'osmosi rara: la scienza antropologica esce dalle aule per farsi patrimonio diffuso, mentre le storie del territorio nutrono la ricerca accademica.

Promossa dalla Federazione Italiana Tradizioni Popolari (FITP) con il sostegno della Regione Calabria e delle istituzioni territoriali, la Rassegna Internazionale "Vittorio De Seta" lancia un messaggio chiaro: la Calabria non è un margine rassegnato, ma un centro propulsore di cultura visiva, Dal reale al futuro, puntiamo a un Manifesto per la Calabria e per il Cinema. Riunire per più di due settimane cineasti, antropologi, docenti universitari, studenti e cittadini attorno alle immagini del reale significa riaffermare il valore del cinema come strumento di emancipazione. Come ci ha insegnato De Seta, collocare la macchina da presa di fronte al mondo non è un semplice atto estetico, ma è la decisione etica di stare dalla parte della vita, di registrarne la bellezza fragile e di consegnarla intatta al futuro.
*documentarista