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26/04/2026 ore 15.46
Cultura

Il cosentino Giovanni Citrigno su Platone e la metafisica oggi: «La filosofia è un lavoro su sé stessi»

Con il suo libro “La Legge della misura” l'autore invita a ripartire dai classici del pensiero per leggere e affrontare le sfide contemporanee, riscoprendo il valore del dialogo, della formazione interiore e della conoscenza critica

di Battista Bruno

Giovanni Citrigno (Cosenza, 1997) insegna Filosofia Antica e Medievale e Filosofia Teoretica presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Rende (Cs), afferente alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. È laureato in Scienze Filosofiche presso l’Università della Calabria ed è stato assegnista di ricerca presso la stessa Università.

Il giovane filosofo è uno studioso del platonismo e “La Legge della misura” è il titolo della sua prima monografia dedicata a Platone. La specificità di questo saggio risiede nel riuscito inquadramento dell’indagine accademica nel più ampio scenario contrassegnato dalle sfide attuali, specie quelle legate al fenomeno della diffusione delle intelligenze artificiali con cui le nuove generazioni dovranno confrontarsi sempre di più. Il problema dell’educazione dei ragazzi e delle ragazze rispetto a questa sfida è una delle questioni centrali della sua attività di ricerca e di docenza.

Lo abbiamo incontrato chiedendogli di parlarci del suo lavoro.

Perché occuparsi di Platone oggi?
«Occuparsi di Platone oggi significa anzitutto imparare a dialogare. Platone è un filosofo vissuto ad Atene tra il V e IV Secolo a.C., un periodo storico molto distante dal nostro, sia in termini cronologici che socio-culturali, eppure, in qualche modo, come la nostra epoca, caratterizzato da diverse trasformazioni. Proprio questa distanza può essere a mio avviso l’occasione per riscoprire il valore del dialogo, inteso come approfondimento dell’alterità. Un esercizio che, sul piano esistenziale, è capace di mettere in crisi abitudini, schemi di pensiero, visioni del mondo. Confrontarsi con Platone, quindi, non significa attualizzarlo, ma fare esperienza di un pensiero altro che stride con logiche moderne al fine di comprenderle meglio ed eventualmente contrastarle. A ciò però si aggiunga che parliamo di una delle figure fondamentali della storia che ha segnato il pensiero occidentale su diversi fronti: dall’ontologia alla cosmologia, passando dalle questioni etiche e politiche, per non parlare delle meravigliose immagini e dei miti disseminati nei suoi dialoghi che sono capolavori della letteratura di tutti i tempi. Il mito dell’androgino, della caverna, la metafora dell’anima come biga alata, l’anima del mondo… tutti archetipi di pensiero ricorrenti ancora oggi, più di quanto possiamo immaginare».

Il saggio approfondisce uno dei dialoghi più complessi di Platone, il Filebo, nello specifico indaga la nozione di “misto”. Cos’è e perché “legge della misura”?
«Il Filebo è uno dei dialoghi della tarda maturità. In questo periodo della vita, Platone riflette in modo più approfondito sulla teoria delle Idee che, in generale, è il fondamento del suo intero sistema filosofico. Questo è già un primo dato che rappresenta la complessità del dialogo perché ciò richiede di confrontarsi con concetti poco intuitivi. In ogni caso, in questa opera spicca la nozione di “misto” che per Platone, per sintetizzare, è un’Idea fondamentale, un “Genere universalissimo” (insieme ad altri tre: il “limite”, l’“illimitato” e la “causa”). Il misto è l’Idea che esibisce la complessità del mondo: un’Idea pervasiva sia del piano intelligibile (che per Platone è un mondo reale) che sensibile: una Legge. Un esempio molto concreto (ma non esaustivo) di questa pervasività è la comunicazione orale: il suono prodotto dalla nostra voce è un illimitato, l’articolazione delle vocali e delle consonanti sono un limite, e il misto è il risultato di questa interazione che consente di intenderci. Questa Idea però, come dicevo, non riguarda solo fenomeni concreti, ma descrive anche il mondo intelligibile. Persino i due Principi primi, che Platone identificava con l’“Uno” e la “Diade indefinita”, sono vincolati da questa Legge che diventa così condizione originaria di possibilità del loro disvelamento nel mondo. Secondo questa dottrina, di cui il filosofo non ha mai parlato nei suoi dialoghi, ma che noi conosciamo attraverso le testimonianze antiche, questi due Principi hanno funzione metafisica (fondamento della realtà), gnoseologica (fondamento della conoscenza) ed assiologica (fondamento etico). Se poi consideriamo che l’“Uno”, che spesso era identificato con il Sommo Bene, era definito come la misura esattissima di tutte le cose, allora il misto qui diventa “Legge della misura”: quella Legge universale con cui si esprime la potenza della misura nel mondo. Al contempo però con l’espressione “Legge della misura” ho anche inteso lo stesso Principio primo che orienta e ordina tutto. Una visione della realtà tanto affascinante quanto complessa che ha richiesto un certo sforzo speculativo, al quale non potrà sottrarsi chi intende leggere il mio libro. Per sintetizzare, tutto è “misto”; tutto è interazione di limite e illimitato, ma il misto è soprattutto la condizione di realizzazione della misura esattissima di tutte le cose nel mondo».

Perché occuparsi di questi argomenti che oggi sembrano così distanti?
«Il libro è un saggio accademico, frutto di ricerche maturate negli ultimi anni, sin dalla mia esperienza di studi presso l’Università della Calabria, quindi un lavoro scientifico. Non un saggio meramente divulgativo, ma neanche ricerca fine a sé stessa. È infatti un saggio filosofico e per questo porta con sé un vissuto esistenziale nelle pieghe dello stile e delle argomentazioni che si susseguono. Un vissuto che si vuole trasmettere, al di là dell’erudizione tipica dell’accademia. Perché allora questi temi? In questo lavoro, mi sono confrontato con un autore che esibisce un pensiero distante dai nostri schemi, ma proprio per questo mi sembra più che giusto insistere su questa distanza. Una distanza che concerne proprio il ruolo della metafisica, che tanta filosofia tende oggi a marginalizzare, ma che in realtà è sempre stata presente, nella storia in generale e nella formazione dei sistemi di pensiero. È presente anche oggi, con esiti purtroppo preoccupanti, tra strumentalizzazioni di simboli religiosi e di idee appartenenti proprio al discorso metafisico. Per Platone in ogni caso la metafisica rappresentava un problema concreto e profondamente legato al dramma dell’esistenza umana perché metteva in gioco la vita. Da qui dobbiamo partire. A tal proposito, ricordiamo che il motivo dominante del Filebo è la ricerca della vita buona. Ciò che ci insegna Platone qui è che la conoscenza dei Principi primi, e della stessa misura, non è affatto qualcosa di neutrale, ma ha implicazioni reali nel nostro modo di vivere. Tuttavia, sebbene questo processo abbia anche delle implicazioni etiche, ciò riguarda prima di tutto l’attività conoscitiva in sé e questo è interessante. Nel mio saggio infatti ho evocato la teoria degli enunciati performativi (proprio come le leggi) parlando di “valore performativo” delle Idee così come di performatività della conoscenza per descrivere questo dinamismo intrinseco a questi oggetti da cui scaturisce l’esercizio del pensiero. Come le leggi rivelano una forza quando le si infrange, così le Idee rivelano una forza nel momento in cui le si approfondisce. Questa forza è la stessa attività filosofica che trasforma realmente e concretamente la persona umana coinvolta. Da qui il problema della vita buona: se tutto è misto, anche l’uomo è una mescolanza di corpo e anima, di piaceri e pensiero e la vita buona passa proprio da questo riconoscimento della pienezza umana da calibrare con fatica, perché la stessa comprensione della misura esattissima di tutte le cose si manifesta nella sperimentazione di quella forza pervasiva che è la stessa filosofia. Dallo studio del Filebo direi che sono emerse quindi due cose: anzitutto il valore formativo della metafisica, come discorso psicagogico che agisce sulla nostra esistenza ma anche perché concerne oggetti dotati di forza capace di trasformare le nostre vite. In secondo luogo una più ricca concezione del processo di conoscenza che presuppone però una questione ontologica radicale sull’uomo e sul pensiero. In questo caso, a mio avviso, Platone ci può aiutare per esempio a impostare in modo diverso il frastagliato dibattito sull’intelligenza artificiale».

In effetti, pur non affrontando di petto la questione dell’intelligenza artificiale, il saggio si presenta come risposta a questa sfida della complessità: perché?
«Perché quando Platone nel Filebo scrive che la vita buona è la mescolanza misurata di piaceri e pensiero ci sta consegnando un’ontologia dell’uomo integrale che resiste a concezioni antropologiche parziali. Ciò che però oggi a me preoccupa maggiormente, non è tanto un’esaltazione dell’edonismo disinibito come fa intendere il filosofo, ma la rimozione di questa dimensione dalla definizione del pensiero. Platone non è contro i piaceri, ma contro l’edonismo, cioè quello stile di vita che identifica il bene con il piacere. Tutta la vita infatti è permeata di piaceri, fisici e non. Persino la vita speculativa procura piacere! La teoria dei Principi di cui ho parlato prima ha senso se a conoscerla è l’uomo che forma sé stesso in corpo e anima. Al di là di Platone, nell’epoca delle intelligenze artificiali, e nello specifico delle intelligenze artificiali generative, occorre a mio avviso riabilitare questa dimensione pulsionale, emotiva, affettiva del pensiero, così come tutta l’esperienza concreta che ci rapporta con il mondo circostante, a partire, per esempio, dalle abilità manuali: quello che Lévi-Strauss chiamava bricolage, che mette in gioco tutto il complesso delle percezioni. Per quanto riguarda il pensiero speculativo poi, occorrerebbe riscoprirlo come pensiero situato e desiderante: un pensiero educato non solo a calcolare o ad apprendere competenze, a disporre parole, concetti, idee, ma anche a plasmare sé stesso con le passioni che accompagnano questa attività. In questo senso, la mia indagine sul Filebo di Platone è un punto di partenza per dare un contributo al dibattito sulla questione ontologica e pedagogica dell’uomo in rapporto al pensiero. Si tratta infatti di una di quelle questioni che ha animato da sempre l’umanità e che si articola in due tempi: “Cos’è l’uomo? Come formarlo?” Si tratta di riscoprire il vincolo tra pensiero e vita in tutte le sue sfaccettature».

In questo senso, quali sono i rischi dell’intelligenza artificiale?
«Limitandomi al mio campo, quando dico che occorre ripartire da una questione ontologica sull’uomo e sul pensiero, mi riferisco ad alcuni rischi pedagogici. Le intelligenze artificiali generative non sono semplici strumenti, e per me è preoccupante se, filosoficamente, affrontiamo con tanta superficialità la questione. Se si seguono con attenzione gli sviluppi di questa tecnologia, leggendo per esempio il blog di Sam Altman, Ceo di OpenAI, dove parla di possibilità di “fusione” di uomo e macchina, ascoltando le sue dichiarazioni sull’intelligenza artificiale come “forma di vita” e sui progetti orientati a diffondere dispositivi destinati a superare gli smartphone, si osserverà che siamo di fronte a qualcosa di nuovo. La buona notizia è che diversi filosofi, anche in Italia, si stanno accorgendo di questi cambi di paradigma con le ripercussioni che esso potrà avere su diversi fronti delle nostre esistenze. Per quanto mi riguarda, non si tratta né di contrastare, né di esaltare tale tecnologia, ma di sensibilizzare un approccio diverso che non sia solo gnoseologico ed etico, ma ontologico. Cosa insegniamo ai ragazzi se ci convinciamo che il modello di pensiero delle intelligenze artificiali è specchio del nostro pensiero umano? Cosa insegniamo ai ragazzi se ci convinciamo che è educativo dialogare con i chatbot ricavando da essi qualche verità o, peggio ancora, plasmando il nostro pensiero, come in un dialogo maieutico? Cosa insegniamo ai nostri ragazzi se noi filosofi ci convinciamo che le idee affinate con l’ausilio delle intelligenze artificiali siano migliori di quelle elaborate con tempo e fatica? E ancora, cosa insegniamo, se ci convinciamo che scrivere libri di filosofia, così come poesie e romanzi, si giochi interamente sulla buona riuscita dello stile, nel segno della co-creazione con l’intelligenza artificiale? La discriminante è l’ontologia della persona umana: dove sta la passione dell’insegnamento? Dove sta l’entusiasmo, il dolore, la gioia, il vissuto che caratterizza l’esperienza filosofica in tutte le sue declinazioni? Non basta un uso critico ed etico di questa tecnologia, ma occorre prima una consapevolezza ontologica dell’uomo da educare, e cioè un organismo, un complesso psicofisico integrale. È ciò che può suggerire il Filebo. In tal senso oggi la filosofia può dare tanto alla pedagogia».

Cosa significa pensare?
«Non ho certo una risposta definitiva, è una delle questioni più importanti della filosofia di tutti i tempi, ma oggi dobbiamo avere il coraggio di porcela. Per me significa dare forma alla nostra mescolanza di corpo e anima, piaceri e pensiero. Significa realizzare la vita buona con tempo e fatica, perché non esiste pensiero umano che non sia mescolanza e quindi esperienza integrale della vita, con tutte le fragilità, le vulnerabilità e gli inciampi. Questa è la forza della filosofia, al di là di Platone».

Il saggio attualmente risulta finalista al prestigioso Premio Internazionale di Filosofia “Le figure del pensiero” di Certaldo (Fi). Cosa rappresenta questo riconoscimento?
«Rappresenta tanto. Come dicevo, non si tratta di una monografia accademica fine a sé stessa, ma di un saggio filosofico che esibisce vissuti reali. Il testo porta con sé una ricchezza di esperienze personali. Non posso che essere felice e onorato di aver ricevuto questo riconoscimento prestigioso. È un incentivo a fare sempre meglio».

Qualche consiglio ai giovani che vorrebbero confrontarsi con la filosofia?
«Bisogna essere onesti, un conto è leggere per cultura, un altro conto è confrontarsi con la filosofia. Nel primo caso non posso che consigliare di accostarsi alla filosofia partendo però dalla lettura diretta e appassionata dei classici: Platone, Aristotele, Agostino, Cartesio, Rousseau, Nietzsche… A chi intende confrontarsi con la filosofia invece direi che non è cosa facile perché è una continua prova che mette in gioco l’intera vita. Occorre quindi essere coraggiosi e non cedere alla prova della fatica perché è ciò che farà la differenza. Bisogna essere testimoni della fiamma della filosofia, come scriveva proprio Platone nella Settima lettera ai suoi allievi. Questa fiamma però è contrassegnata appunto da un lavoro duro e faticoso su di sé. Siamo una mescolanza di corpo e anima, di piaceri e pensiero e mai quanto oggi lavorare su di noi in tal senso farà la differenza».