“Il giovane incompiuto” di Francesco Talarico: la storia di Alessandro, di una faida di ‘ndrangheta e la necessità di chiudere col passato
L’ultimo lavoro dello scrittore originario di Cariati chiude una trilogia iniziata con “La fine dei vent’anni” che ha segnato il suo esordio e “Non essere chi sei” con Chiara Pozzati
Manca poco all’uscita de “Il giovane incompiuto”, il nuovo libro di Francesco Talarico. Talarico è uno scrittore originario di Cariati e residente a Bologna. Laureato in Giurisprudenza con una tesi di Laurea concentrata sulla difficoltà di fare informazione antimafia in Italia. Ha esordito nel 2022 con "La fine dei vent'anni" (Ed. We), libro che ha ricevuto la menzione d'onore alla diciassettesima edizione del concorso "Cosenza, città Federiciana" nella sezione narrativa edita. È coautore del libro "Non essere chi sei" (Pav edizioni) con Chiara Pozzati uscito due anni fa. Il 6 marzo inizierà il viaggio del “Il giovane incompiuto”.
Un libro racconta la storia di Alessandro, la cui infanzia viene spezzata da una faida di ’ndrangheta in un piccolo paese della Calabria. Costretto a lasciare la sua terra e a trasferirsi a Milano, Alessandro cresce come un “emigrato interno”, attraversando solitudine, rabbia, disillusione e relazioni difficili. La violenza mafiosa, l’ipocrisia delle istituzioni, l’omertà e le ferite familiari segnano il suo percorso di formazione, fino a farne un adulto irrisolto, in perenne conflitto con se stesso e con il mondo. Il romanzo è un viaggio duro e intimo nella perdita dell’innocenza, nel tema dello sradicamento e nella ricerca di una rivincita morale ed esistenziale, che passa dal ritorno alle origini e dalla necessità di chiudere i conti con il passato. Abbiamo parlato con l’autore del nuovo libro.
Il giovane incompiuto è una storia di formazione segnata dalla violenza: quanto c’è di autobiografico nel personaggio di Alessandro?
«Sono partito dalla rilettura di alcuni fatti di cronaca realmente avvenuti, ma il contenuto è totalmente romanzato. Probabilmente al protagonista mi accomuna qualche tratto caratteriale».
La ’ndrangheta nel romanzo non è solo criminalità, ma un sistema che condiziona vite, scelte e silenzi. Era questo il messaggio centrale che voleva trasmettere?
«La 'ndrangheta come tutte le mafie condiziona vite, impone silenzi, inquina la democrazia, nega la libertà e distrugge il futuro. Ho provato a muovermi partendo da queste basi, tristemente reali, per sviluppare questa storia».
Calabria e Milano sono due mondi opposti: che ruolo ha lo sradicamento geografico ed emotivo nella costruzione dell’identità del protagonista?
«Alessandro all'inizio della storia è solo un ragazzo, innamorato del suo paese, delle sue strade strette e del suo mare, non ha alcuna voglia di lasciarlo e sogna di emergere in quel contesto povero ma per lui ricchissimo. Milano nel suo immaginario rappresenta l'esatto contrario, una metropoli fredda e complessa nella quale respirerà l'aria di emarginazione e vedrà la sua identità progressivamente snaturata».
Nel libro emerge una critica forte alle istituzioni – scuola, Chiesa, Stato. Secondo lei, chi ha fallito di più nella protezione dei più fragili?
«Il fallimento delle istituzioni è in primo luogo la sconfitta di una struttura che non funziona più. Decenni di propaganda, slogan, nodi irrisolti, incompetenza come modello, la conseguenza è di aver prodotto una perdita di credibilità senza precedenti. A fare la differenza in positivo sono le persone capaci che all'interno di quelle istituzioni sanno distinguersi ponendo il fattore umano al centro, non certo l'istituzione intesa come tale».
Alessandro è un “giovane incompiuto”: è una condizione generazionale o una ferita personale difficile da rimarginare?
«Alessandro è un giovane incompiuto, ritratto di una generazione alla quale hanno venduto la favola che bastava impegnarsi per emergere. Una bugia collettiva cavalcata da frasi ad effetto e musiche motivazionali sui social. E' una condizione nella quale ritrovo tante persone con le quali mi ritrovo a confrontarmi, soprattutto i più giovani che sono sempre più pronti alla fuga all'estero per non tornare, solo per trovare condizioni di vita e lavoro "normali"»
La scrittura è molto diretta, a tratti aspra. È stata una scelta stilistica per restituire autenticità o una necessità emotiva?
«Per via della complessità tematica è stata indubbiamente la storia più forte e impegnativa scritta finora. E' una storia di violenza e omertà e allo stesso tempo di amore, una narrazione che si muove sempre sul filo del conflitto. Necessitava di un linguaggio diretto, crudo, inclemente, per essere autentica. Quando ci scriviamo ci spogliamo di noi stessi e diventiamo qualcun altro, mettersi nei panni del protagonista è stato inevitabile e necessario a livello emotivo».
Il romanzo parla anche di maschilità, rabbia e incapacità di comunicare: che tipo di uomo è Alessandro e che uomini racconta questo libro?
«Alessandro diventa un uomo scontento, in conflitto con se stesso, ha abbandonato il suo bambino interiore, non riesce a far pace con il suo passato e questo comporta evidenti problemi nella sfera relazionale. Gli uomini di questo romanzo sono irrisolti, faticano a comunicare, generazioni che ripetono schemi emotivi nei quali rimangono intrappolati, impreparati all'evoluzione della coppia e della società».
Dopo questo romanzo, sente di aver chiuso un cerchio o di averne aperti altri, narrativi e personali?
«Probabilmente con questo romanzo si chiude una trilogia iniziata quattro anni fa con il mio esordio letterario "La fine dei vent'anni". Ho sempre creduto che ci sia bisogno di leggerezza e allo stesso tempo di profondità per comprendere il mondo odierno, è quello che provo a trasmettere in ogni storia che scrivo. Girerò molto nei prossimi mesi per presentare il libro, mi piacerebbe molto portare questa storia nelle scuole e avvicinare i ragazzi a certi temi».