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09/08/2026 ore 19.56
Cultura

Il miracolo laico di Caccuri: così un paese aggrappato sulla roccia sfida lo spopolamento con la cultura

Il Premio Caccuri trasforma un piccolo borgo della Presila in un’agorà nazionale, dimostrando che anche le aree interne possono reagire allo spopolamento attraverso memoria e cultura

di Gianfranco Donadio*

La pietra non trattiene le voci, ma le restituisce alterate dal vento della Presila. Arrivare a Caccuri significa fare i conti con una verticalità che non concede sconti. La rupe calcarea su cui si aggrappa il paese sembra voler tagliare in due il cielo, mentre laggiù, sul fondo della valle, il fiume Neto scorre lento come un pensiero antico che nessuno ha più voglia di decifrare. Ti volti indietro e vedi la costa ionica che luccica lontana, un miraggio azzurro che da qui su appare distante un secolo intero. Eppure, proprio in questo fazzoletto di roccia e ulivi secolari, dove la terra scivola via sotto i piedi e i tetti delle case sembrano tenersi per mano per non precipitare, è accaduto qualcosa che ribalta ogni logica dello spopolamento.

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Chi sale quassù pensando di trovare il solito presepe calabrese immobile nella sua malinconia autunnale, sbaglia i conti con la realtà. A Caccuri la pietra ha smesso di essere una tomba a cielo aperto e si è trasformata in un palcoscenico. Lo capisci non appena metti piede nella piazza principale, calpestando quel basamento antico che ha visto passare i secoli, dai monaci basiliani che scavavano eremi nella roccia fino ai baroni Barracco che qui amministravano la miseria e la bellezza con la stessa fredda lucidità. Ma il miracolo laico di questo paese non sta soltanto nella pietra viva del suo castello o nell'architettura bizzarra della Torre Mastrigli, nata per nascondere un serbatoio d'acqua e finita per diventare il simbolo di un'utopia possibile. Il miracolo sta nell'aver capito che la cultura non è un soprammobile da spolverare nelle domeniche d'agosto, ma un ferro del mestiere. Un modo per non soccombere.

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Ci sono venuto quest'anno, ospite di questa edizione del Premio Caccuri, con il peso e la vertigine di un racconto che scava nelle crepe della storia. Seduto sotto l'ombra del castello che fu di Polissena Ruffo e dei Cavalcanti, ho parlato del mio podcast, Sila, l’ombra del MiG, insieme a Franco Laratta. Ho cercato di rimettere in fila i pezzi di quel 1980 maledetto, di quel caccia libico precipitato in quei pressi, i cui segreti sono rimasti sepolti sotto una coltre di silenzi di Stato e di perizie medico-legali firmate da chi oggi non c'è più. Di fianco a me, a condurre il filo della conversazione, c’è Franco Laratta, direttore responsabile di LaC News24. Conosco il lavoro di Franco, conosco la sua ostinazione nel voler raccontare questa regione senza sconti, senza la solita retorica meridionalista. Parlare del MiG e dei misteri della montagna in quel contesto significava fare i conti con la memoria collettiva di un territorio che non dimentica, anche quando fa finta di farlo.

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Il Premio Caccuri è nato esattamente così, da un atto di insubordinazione geografica. Quindici anni fa, tre visionari con la testa dura - Adolfo Barone, Olimpio Talarico e Cataldo Calabretta - hanno deciso che la saggistica italiana doveva smettere di guardare solo ai salotti romani o milanesi e venire a farsi misurare il battito cardiaco qui, dove la terra trema e le strade franano. Hanno inventato l'Accademia dei Caccuriani partendo da un postulato quasi eretico per questi luoghi: cultura uguale mercato, uguale economia. Nessuna carità intellettuale. Nessun sussidio peloso. Hanno preso la saggistica d'attualità, l'hanno sbattuta in faccia alla piazza e hanno preteso che la gente la leggesse, la discutesse, la votasse. Grandioso e geniale tutto questo.
E la gente ha risposto. Ho saputo di contadini, artigiani, professionisti e ragazzi discutere di geopolitica, di mafia, di economia globale e di guerre dimenticate con la stessa naturalezza con cui un tempo si commentava l'annata dell'olio Pennulara o l'andamento del raccolto. Per cui una volta all’anno per le vie del paese incontri Gad Lerner venuto a ritirare il premio per il suo saggio su Gaza, oppure Tommaso Cerno, Pietro Grasso, Cecilia Sala, Luca Sommi. Ho pensato a quanto questo palco si sia allargato nel tempo.

Un palcoscenico su cui sono passati sguardi complessi sull'economia come quello di Carlo Cottarelli, l'autorevolezza istituzionale di Elisabetta Belloni e la nuova visione editoriale di Domenico Maduli, insieme al mestiere rigoroso di giornalisti di razza come Paolo Di Giannantonio e Raffaele Genah, a testimonianza di una rete che ha saputo connettere la periferia ai centri nevralgici del potere, dell'informazione e del servizio pubblico. Poi a un certo punto sale Franco Arminio che disquisisce su poesia di vita e di morte. Questo festival è diventato l'esatto contrario di quello che vorrebbero i cantori del declino meridionale. Non è una sagra paesana con la pretesa di fare il verso ai festival blasonati del nord. È un'agorà vera, ruvida, a tratti feroce nella sua urgenza di capire dove stiamo andando. Caccuri ti costringe a guardare in faccia le contraddizioni. Da un lato la bellezza abbacinante di un paese che sfida le leggi della fisica; dall'altro la ferita aperta delle aree interne, la solitudine di chi resta, i treni che non passano più, le strade provinciali che sembrano mulattiere bombardate. Eppure, per una settimana all'anno, questo paese diventa il centro geometrico del paese reale.

Qui si viene non per svernare, ma per discutere dei nodi irrisolti di una nazione che spesso si dimentica di avere una spina dorsale fatta di montagne e di paesi fantasma.
Mentre risalivo in macchina, lasciandomi alle spalle la sagoma scura del castello e la torre che imita il Medioevo per nascondere la sete di un acquedotto, pensavo al rumore del vento caldo di agosto sulla Presila. Non c'è romanticismo da cartolina in queste pietre. C'è solo la fatica testarda di chi ha deciso di non sparire. Ed è forse questo il vero saggio da scrivere, ben oltre le pagine stampate e i premi consegnati sotto le stelle di agosto. Un saggio che non ha bisogno di copertine, scritto giorno dopo giorno con le scarpe consumate sull'asfalto e la pazienza di chi sa che la storia, prima o poi, torna sempre a bussare alla porta.

*Documentarista