Il prof calabrese Simone Tropea e la “guerra metafisica”: «Per Trump, Israele e Iran la religione è atea»
Nel libro elaborato mentre si trovata a Odessa nei primi giorni dell’invasione russa dell’Ucraina, lo scrittore spiega i conflitti di questioni giorni con la lente della “teologia estinta”: «Esiste ancora ma è distorta e usata per manipolare vite e coscienze»
Il prof Simone Tropea nel suo ultimo libro “Una guerra metafisica” (Rubbettino) parla di “teologia estinta”. Gli abbiamo chiesto cosa intende esattamente con questa espressione e perché la considera una chiave per comprendere il presente.
«Questa intuizione nasce dalla mia esperienza diretta nei contesti di conflitto in cui ho vissuto e lavorato, in particolare in Ucraina, Israele, Palestina, Libano e Siria. Ho scritto il libro nel 2022 mentre mi trovavo a Odessa, nei primi giorni della guerra tra Russia e Ucraina. In quel contesto vedevo chiaramente come, da entrambe le parti, il conflitto non venisse interpretato soltanto come uno scontro di interessi, ma come un confronto tra visioni ultime della storia, tra immagini contrapposte del bene e del male, tra concezioni incompatibili del destino dell’uomo. Già allora immaginavo che questa dimensione pseudo-religiosa sarebbe divenuta sempre più evidente. Quando pubblicai il libro, questa tesi fu spesso considerata eccessiva; tuttavia, nel primo capitolo prevedevo che un altro scenario di conflitto, con una forte narrazione teologica implicita, si sarebbe aperto di lì a poco in Israele. Il 7 ottobre 2024 vivevo a Gerusalemme, dove purtroppo ho visto confermarsi questa analisi. Oggi tanti parlano apertamente di “messianesimo”, segno che certe categorie sono state sdoganate. Ridurre però la teologia politica al sionismo religioso, alle teocrazie islamiche o agli ambienti evangelici americani è riduttivo e fuorviante. Anche dove ci consideriamo pienamente secolari, come in Europa, continuiamo a utilizzare concetti teologici senza riconoscerli come tali. Io parlo di “teologia estinta” soprattutto per l’Occidente, dove il linguaggio teologico sembrava essersi spento con la secolarizzazione, ma il bisogno di senso che lo genera ha sempre continuato ad agire, seppure in modo inconsapevole. Il linguaggio della tecnologia offre esempi molto chiari: quando conserviamo un documento diciamo di “salvare” un file; utilizziamo strumenti prodotti da aziende come “Oracle”, che evocano apertamente nel nome l’idea della divinità; parliamo di “redenzione” dei dati o “liberazione” dai limiti cognitivi attraverso l’intelligenza artificiale. Il punto è che si tratta di un’idolatria pratica che ci prende tutti, non è teoria: anche se non stiamo formulando una teoria religiosa della tecnica, attribuiamo implicitamente alla tecnologia una funzione di orientamento ultimo. Le parole che usiamo formano la nostra visione implicita del mondo, è inevitabile. Per questa ragione non basta parlare di teologia politica: occorre parlare di “teologia estinta”, cioè di una condizione culturale in cui la dimensione teologica continua ad agire, ma essendo ignorata nella sua vera essenza – che appare solo in un confronto serio con la Rivelazione – è sistematicamente distorta e usata per manipolare vite e coscienze; questo a livello politico, nel rapporto con la tecnologia, e in qualunque altro ambito».
Quanto ha influito nell’analisi quello che sta accadendo oggi nei teatri di guerra nel mondo? Guerre come quella dell’Ucraina aggredita dalla Russia o come l’ultima nel Medio Oriente tra Iran-Usa-Israele, stanno riportando il mondo ad un secolo fa.
«Tutto il libro è una lettura di quello che sta accadendo, sebbene non si appiattisca sulla cronaca ma proponga una teoria più generale dei meccanismi che pervertono la cultura e creano le premesse per i disastri. Le guerre attuali “sembrano” riportare il mondo a un secolo fa, in realtà mostrano combinazioni nuove. Le categorie tipiche dei grandi conflitti del Novecento riemergono all’interno di un contesto segnato dalla rivoluzione tecnologica e dalla trasformazione digitale. L’intelligenza artificiale, la guerra cibernetica e il controllo dei dati hanno modificando radicalmente il modo stesso di combattere e di interpretare i conflitti. Quindi direi che il presente non è un semplice ritorno al passato, semmai è la manifestazione attuale di ciò che del passato non si è mai voluto affrontare: perché le persone aderiscono in massa a un’ideologia, magari senza rendersene conto? Il punto è riuscire a vedere gli schemi che si ripetono ciclicamente senza cadere nella tentazione di assolutizzare aspetti più contingenti. Dobbiamo comprendere la continuità profonda tra un’epoca e un’altra capendo il tipo di trasformazioni che subisce il linguaggio teologico: è questa comprensione che ci permette di leggere le tensioni globali con lucidità, evitando sia l’illusione del progresso lineare sia la tentazione di interpretare il presente come una semplice ripetizione della storia. Mentre nell’800 i teologi – da Hegel in poi – diventavano ideologi, oggi gli ideologi si fanno passare per teologi. Tanto per fare un esempio, mentre Lenin, nel ‘900, mobilitava il desiderio di paradiso dei cristiani russi in chiave politico-rivoluzionaria – con una mossa che i tecnici chiamano “immanentizzazione dell’escatologia” – oggi Peter Thiel, il miliardario fondatore di Palantir e PayPal, parla dell’anticristo come di ciò che si oppone al progresso tecnologico, mobilitando in chiave iper-capitalista una categoria della storia cara ai cristiani. Thier non secolarizza il linguaggio teologico, ma sacralizza quello secolare. Stessa struttura, stesso esito, ma schema invertito. Lo stesso discorso si può fare per Trump, per il sionismo, per l’Iran e per la Russia, ma in modi diversi – e in gradi differenti – anche per il nazionalismo religioso indiano (hindutva), per la religione del partito in Cina e per il laicismo tecnocratico in Europa. Come si smaschera questo meccanismo che attecchisce perché sfrutta il livello identitario più profondo, quello religioso o antireligioso, dei popoli? C’è solo un modo: conoscere l’essenza di una religione per riconoscere quando e come viene strumentalizzata, o demonizzata usando questo principio come leva ideologica. Ad esempio, finché non si va alla sua radice teologica, la parola “messianesimo” resta uno slogan vuoto. Sia l’Iran sia Israele si fondano sulla teologia dell’attesa messianica – la convinzione che arriverà il Messia ebraico o il Mahdi sciita a instaurare la giustizia sulla Terra – ma sia il sionismo israeliano sia l’ideologia teocratica iraniana, in momenti diversi del ‘900, hanno trasformato questa teologia messianica in progetto politico-militare: il messia è stato identificato, da un lato, con lo Stato d’Israele, dall’altro, con il clero sciita. Questi due dispositivi di potere, lungi dal riconoscere il proprio carattere penultimo e contingente, hanno rivendicato le prerogative messianiche trasformando ogni scelta politica, per sua natura reversibile e contingente, in imperativo divino. La questioni centrale, però, è che la perversione della teologia messianica in ideologia politica – sia in Israele, sia in Iran – nasce non dai testi sacri ma da una rielaborazione arbitraria di quei testi, che contrasta con secoli di esegesi ebraica e sciita. È una forma di “involuzione culturale” senza precedenti. Le immagini inquietanti degli evangelici che benedicono Trump nello studio ovale, mentre questi minaccia di sterminare un intero popolo, esprimono la stessa perversione in chiave cristiana. Ciò a cui assistiamo – come ha ricordato papa Leone – è la negazione pratica dell’essenza di ogni Rivelazione: il fatto che il senso della storia e il contenuto della fede non lo decidiamo e non lo realizziamo noi ma Dio. E Dio non è un dispositivo di potere».
Si può dire che oggi le ideologie abbiano sostituito la teologia? E in che modo questo passaggio incide sulla politica e sulla società contemporanea?
«Questa domanda è centrale e la risposta ovviamente è: sì, come ho provato a spiegare, ma la sfida vera è capire il perché. La risposta non è scontata perché richiede l’onestà di riconoscere che solo riappropriandoci della teologia questo fenomeno culturale inquietante può essere sconfitto. La teocrazia iraniana, il sionismo israeliano, il messianesimo trumpiano, l’esaltazione della Russia come baluardo della cristianità, il laicismo europeo, il transumanesimo della Silicon Valley, sono tutte espressioni di una religione immanente e atea, dove un Assoluto trascendente o è negato e ritenuto superfluo, o è usato in modo arbitrario e strumentale. Ogni Rivelazione invece riconosce l’Assoluto ma nega espressamente l’identificazione del sacro con un sistema di potere politico, burocratico, militare, tecnologico, e finanche ecclesiastico. Questo dato non lo accetta nessuno, e da tante persone l’interpretazione ideologica della religione, in senso ateistico o fideistico, viene assunta in modo acritico e dogmatico. Ma la teologia vera è un spazio di domanda, non un contenitore di risposte preconfezionate. La Rivelazione è un evento che provoca l’intelligenza, non la soffoca. Come si può riconoscere la distorsione della teologia se non si conosce la teologia? Dove si elude il confronto serio con la Rivelazione – con i testi sacri, con i riti, con le forme storiche della fede – ecco che il senso religioso delle persone viene subito sfruttato da narrazioni politiche, tecnologiche, economiche o militari. È così che, invece di produrre intelligenza critica, il linguaggio pseudo-religioso produce visioni del mondo polarizzate, conflitti interpretati come scontri assoluti, oppure fiducie irrazionali nelle capacità della tecnica o nel carisma di “guru” improbabili. La distorsioni narrative non vengono più riconosciute come tali perché nascono da un’ignoranza profonda della storia della spiritualità. La modernità ci ha convinti che possiamo fare a meno della fede storica perché ognuno ha la “sua” spiritualità. Da questa menzogna discendono a cascata le pseudo-teologie di cui stiamo parlando: il rapporto con l’Assoluto è sempre mediato dalla storia. Questa storia, che si chiama religione, va attraversata. La pretesa di conoscerla a grandi linee e di poter prescindere dall’esperienza di una fede condivisa ma sempre personale e complessa, pretesa che caratterizza tutto il nostro secolo, ci ha reso vittime di ideologie rivestite da teologia o da a-teologia, che è la stessa cosa».
Il tema del transumanesimo e delle nuove tecnologie è centrale nel suo lavoro: quali rischi intravede per l’identità umana?
«Nel libro sostengo che il problema posto dal transumanesimo e dall’intelligenza artificiale non è anzitutto etico, ma ontologico. La questione decisiva non riguarda semplicemente come usare bene la tecnologia, ma quale idea di uomo stia già emergendo attraverso il suo sviluppo. Una parte significativa del pensiero transumanista interpreta i limiti costitutivi dell’esperienza umana – vulnerabilità, dipendenza, finitudine – come difetti da eliminare tout court. In questo senso riemergono schemi molto antichi, che collego alle correnti gnostiche: l’idea che il corpo sia un ostacolo e che la salvezza consista in una trasformazione radicale della natura umana attraverso la conoscenza tecnica. Il rischio principale consiste proprio in questa trasformazioneantropologica: quando la tecnologia non è più uno strumento al servizio della persona, ma diventa il criterio attraverso cui ridefiniamo ciò che l’uomo è e ciò che dovrebbe diventare. Il problema non è il progresso tecnologico in sé, che rappresenta una risorsa preziosa, ma il fatto che esso venga caricato di aspettative improprie, come se potesse risolvere la questione del senso dell’esistenza. Quando la tecnica assume implicitamente una funzione salvifica, l’uomo tende a essere ridotto a un insieme di funzioni modificabili o ottimizzabili, perdendo il riferimento a una visione integrale della persona. Nel caso dell’intelligenza artificiale questo processo è già in atto. Il dibattito pubblico si concentra sull’etica degli algoritmi, ma il punto più profondo è che questi sistemi operano senza alcuna comprensione dell’essere, del significato, della verità. L’AI elabora correlazioni, non realtà; produce previsioni, non esperienza; funziona senza alcun accesso ontologico al mondo. Eppure, sempre più spesso, deleghiamo a questi sistemi funzioni cognitive rilevanti: selezione delle informazioni, orientamento delle decisioni, definizione delle priorità, interpretazione dei dati. Il rischio non è che la macchina diventi immorale ma che l’uomo adatti sempre più la propria intelligenza a strumenti che sono strutturalmente “amorali”.Quando il criterio di verità tende a coincidere solo con ciò che è calcolabile, prevedibile e ottimizzabile, si produce una riduzione implicita della realtà. In questo passaggio la tecnica non è più soltanto uno strumento: diventa un paradigma ontologico implicito che orienta già ora il modo in cui comprendiamo noi stessi. L’uso indiscriminato, superficiale e diffuso dell’AI mostra che il problema non può essere risolto soltanto con codici etici o regolazioni giuridiche. Senza una riflessione chiara sull’essere dell’uomo, l’innovazione ridefinisce silenziosamente ciò che consideriamo reale, vero e umano. In questo quadro l’AI rappresenta solo una delle manifestazioni di un paradigma più ampio: manipolazione genetica, biotecnologie riproduttive, neuroscienze orientate al potenziamento cognitivo indefinito, integrazione uomo-macchina, fino all’ipotesi di trasferire funzioni mentali su supporti digitali. In tutti questi ambiti emerge la medesima idea di fondo: l’uomo viene progressivamente interpretato come una realtà tecnicamente ottimizzabile. È qui che la questione ontologica emerge in tutta la sua radicalità».
Nel libro emerge una critica alla secolarizzazione: è un processo irreversibile o esistono segnali di un possibile ritorno alla dimensione spirituale?
«Nel libro mostro che la secolarizzazione non coincide con la scomparsa della dimensione spirituale. Parlo di “teologia estinta” proprio per indicare una condizione in cui le categorie teologiche continuano a operare nella cultura contemporanea, ma senza essere comprese. Il problema non è l’assenza di domande ultime, ma la dissoluzione delle mediazioni che permettevano di interpretarle in modo consapevole. Per questo, nel libro emerge l’esigenza di ricostruire luoghi e percorsi di formazione capaci di introdurre l’uomo alla comprensione delle forme in cui si esprime la vita spirituale. Questa dimensione non si trasmette automaticamente: richiede comunità vive, pratiche condivise, linguaggi simbolici, esperienze di iniziazione che rendano possibile un accesso reale e maturo ai linguaggi che esprimono larealtà più profonda dell’esperienza umana. Quando queste forme vengono meno, la domanda di senso non scompare: si disorienta, si impoverisce, diventa facilmente manipolabile. È in questo vuoto che si inserisce anche il rischio dei guru. L’assenza di percorsi esigenti di formazione rende più facile affidarsi a mediazioni fragili, che offrono risposte rapide a domande profonde e promettono sicurezza in contesti complessi. Il problema non riguarda soltanto singole persone, ma una condizione culturale più ampia: quando vengono meno comunità capaci di trasmettere significati, la ricerca spirituale tende a diventare vulnerabile alla semplificazione e alla personalizzazione eccessiva dell’autorità. Il superamento della “teologia estinta” non consiste in una riaffermazione nostalgica del religioso, ma nella ricostruzione di contesti vivi in cui l’esperienza umana possa essere interpretatapienamente nel solco di una storia. Il nodo pastorale della Chiesa di oggi, ad esempio, in Italia e altrove, non è la trasmissione di nozioni religiosi o valori morali, ma è assumere una responsabilità educativa e comunitaria molto precisa: costruire comunità che inizino davvero alla fede. Tutto il resto – l’etica e la carità, l’impegno sociale, ecc. – dipende da questo. Se ladomanda spirituale continua ad abitare l’uomo ma fatica a riconoscere sé stessa, rischia di essere intercettata di continuo da ciò che promette sicurezza immediata ma non libera. L’uomo di oggi spesso si trova strattonato da una gabbia ideologica a un’altra. Il futuro della spiritualità si gioca sulla maturità delle comunità, sull’equilibrio tra libertà e impegno che riusciranno a creare, e sul coraggio di attivare percorsi seri – non eventi occasionali – di iniziazione alla fede. Le appartenenze settariesono devastanti; l’appartenenza a una storia concreta e riconoscibile, ma aperta, questa è invece un’esperienza fondamentale per tutti coloro che, prima o poi, scoprono che in loro c’è una domanda di vita inesauribile: perché è questo il cuore della vita spirituale».
Qual è, oggi, il ruolo della teologia? Può ancora offrire strumenti concreti per leggere e affrontare le crisi del nostro tempo?
«La teologia è essenziale perché possiede insieme un valore esistenziale e politico. La parola di Gesù – “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” – non è una formula spirituale privata, ma uno dei gesti più rivoluzionari della storia, che introduce un limite radicale a ogni pretesa assoluta della politica, della tecnica e dell’economia.
La crisi contemporanea nasce proprio perché questa distinzione si è oscurata. Quando il potere politico pretende di salvare l’uomo, quando la tecnica promette di redimerlo, quando l’economia pretende di definirne il valore, siamo di fronte a una confusione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio. È precisamente questo slittamento che nel libro descrivo come “teologia estinta».
Da un lato, la teologia ha un valore esistenziale, perché riguarda la domanda sul senso dell’esistenza, sul limite, sulla libertà, sulla verità. Dall’altro lato, ha un valore politico, perché impedisce che lo Stato, la tecnica o l’economia occupino lo spazio dell’Assoluto. Questa consapevolezza non indebolisce l’impegno nel mondo, lo purifica. Permette di agire nella storia senza attribuire alla storia un valore definitivo. In questo senso, la teologia, non è soltanto vera: è anche bella, perché custodisce la libertà dell’uomo davanti a ogni potere: compreso il proprio.
È forse questo il contributo più concreto che la teologia può offrire oggi: ricordare che non tutto dipende da noi e che proprio per questo possiamo agire senza assolutizzare le nostre opere.
La tradizione cristiana ha spesso visto nell’evangelista Giovanni una figura esemplare della teologia. Il suo Vangelo si apre con una frase estremamente semplice e radicale: «In principio era il Logos». La teologia nasce qui: dal riconoscimento che l’origine non coincide con ciò che l’uomo produce e che la verità non è semplicemente il risultato di un processo storico o tecnico.
Giovanni rappresenta una forma di intelligenza che non confonde il potere con la verità e che non riduce il reale a ciò che può essere scelto, costruito o manipolato. In questo senso la teologia resta una risorsa molto concreta per il presente: aiuta a distinguere tra ciò che può essere organizzato dagli uomini e ciò che, invece, precede e supera ogni organizzazione. È una distinzione semplice, ma decisiva, che custodisce la possibilità di riconoscere ciò che nessuno può pretendere di possedere».