«Il silenzio sul Samudaripen non è un caso»: a Cosenza un incontro sul genocidio dimenticato di rom e sinti
Giulio Malatacca dell’associazione Lav Romanò, promotrice dell’iniziativa: «Riconoscere lo sterminio di queste popolazioni significa ammettere che il razzismo che lo ha prodotto è ancora vivo. Negare questa memoria serve a proteggere i pregiudizi del presente». Appuntamento mercoledì 11 febbraio alla Ubik di Cosenza
Una memoria rimasta ai margini della storia ufficiale, un genocidio spesso escluso perfino dalle celebrazioni del Giorno della Memoria. Si intitola “Memorie negate. Rom e Sinti durante la Seconda guerra mondiale” l’incontro promosso dall’associazione A.P.S. Lav Romanò, in programma mercoledì 11 febbraio alle ore 18 alla Libreria Ubik di Cosenza.
Al centro dell’iniziativa il Samudaripen – “tutti uccisi” in lingua romanès – il genocidio nazista che costò la vita a oltre 500mila rom e sinti, a cui si aggiunsero persecuzioni e internamenti anche in Italia per mano dello Stato fascista. Una pagina di storia ancora poco conosciuta e raramente riconosciuta sul piano istituzionale.
Abbiamo intervistato Giulio Malatacca, studioso e membro dell’associazione Lav Romanò.
Perché il genocidio di Rom e Sinti continua a essere una memoria “negata” rispetto ad altre tragedie della Seconda guerra mondiale?
«Il silenzio sul Samudaripen non è affatto un caso, ma rappresenta l'esito di fattori profondi che hanno deformato la storia europea a partire dalla continuità del pregiudizio. Per Rom e Sinti il 1945 non ha segnato la fine della discriminazione legale, come è accaduto per altri gruppi, perché molti funzionari che gestirono le deportazioni rimasero ai loro posti e continuarono a trattarli come una minaccia all'ordine pubblico invece che come vittime di un genocidio. Ha pesato poi la mancanza di una voce istituzionale capace di imporre questa narrazione nei tribunali o nelle università lasciando che la loro resistenza restasse solo orale e invisibile a una storiografia distratta. Infine esiste una gerarchia del dolore che ha messo in secondo piano le vittime più scomode e marginalizzate. Riconoscere questo sterminio significherebbe infatti ammettere che il razzismo che lo ha generato è ancora presente e accettato in ampie fasce della nostra società quindi negare questa memoria serve purtroppo a proteggere i pregiudizi del presente».
Che cosa significa, storicamente e simbolicamente, il termine Samudaripen?
«Samudaripen significa letteralmente tutti uccisi ed è il termine con cui le comunità Romanès hanno scelto di definire il proprio Olocausto per riappropriarsi del diritto di dare un nome al proprio dolore. Si tratta di una parola potente perché mette l'accento sul tentativo di annientamento totale che non ha colpito solo le persone, ma ha cercato di cancellare un'intera cultura e una lingua dalla faccia della terra. Scegliere questo termine invece di altri serve a sottolineare che non si è trattato di un danno collaterale della guerra, ma di un genocidio intenzionale che merita lo stesso riconoscimento istituzionale della Shoah».
Quali furono le responsabilità dell’Italia fascista nelle persecuzioni e negli internamenti?
«Le responsabilità dell'Italia fascista furono dirette e sistemiche e non possono essere ridotte a una semplice sottomissione ai tedeschi. Già prima della guerra il regime alimentava l'odio parlando di uno sfavorevole apporto razziale alla genìa italica e indicando i Rom come un pericolo sociale. Questo odio si tradusse nell'apertura di veri e propri campi di concentramento italiani come quelli di Tossicia e Agnone dove intere famiglie vennero internate in condizioni disumane. Non dobbiamo poi dimenticare l'indifferenza di gran parte della società dell'epoca che permise queste atrocità mentre molti Rom calabresi sceglievano invece coraggiosamente la via della Resistenza combattendo per una Patria che li perseguitava».
Perché il genocidio di Rom e Sinti non trova ancora un pieno riconoscimento nella legge istitutiva del Giorno della Memoria?
«La legge 211 del 2000 è stata un passo avanti fondamentale,ma presenta una lacuna gravissima perché ha omesso di citare esplicitamente i Rom e i Sinti tra le vittime da commemorare ufficialmente. Questa assenza non è un dettaglio burocratico ma rispecchia un oblio istituzionale che persiste anche nelle aule del Parlamento dove le proposte di modifica restano spesso bloccate. Senza un riconoscimento formale nella legge diventa molto più difficile portare questa storia nelle scuole e costruire quegli anticorpi culturali necessari per contrastare l'antiziganismo moderno».
In che modo la rimozione storica incide ancora oggi sulla condizione delle comunità romanès in Europa?
«La rimozione storica impedisce di vedere che i pregiudizi di oggi sono gli stessi che giustificarono i campi di ieri. Quando una società decide di ignorare un genocidio finisce per trasformare i sopravvissuti e i loro discendenti in fantasmi sociali o in facili capri espiatori per i populismi attuali. Per questa ragione la mancanza di una memoria condivisa espone ancora oggi milioni di persone a discriminazioni sistemiche perché, se non si riconosce la radice storica del male, non si può sperare di sradicare la violenza e l'esclusione che queste comunità subiscono quotidianamente in tutta Europa».
Qual è il ruolo della cultura – musica, testimonianze, narrazione – nel ricostruire una memoria collettiva più completa?
«La cultura è l'ossatura stessa della resistenza e della ricostruzione storica. Per le comunità Romanès, che si basano storicamente sulla tradizione orale, la musica e la narrazione sono state l'unico archivio per tramandare il dolore e la dignità di un popolo. Con la musica, e i canti in particolare, sono state tramandate le tracce del Samudaripen laddove i documenti scritti venivano distrutti o negati. Si tratta di fonti storiche a tutti gli effetti. Anche se con grande fatica, oggi iniziano a intravedersi segnali di un recupero consapevole della cultura romanì. Molti studiosi e artisti si avvicinano a questa culturacon una sensibilità nuova, riconoscendo che senza la voce dei Rom la storia dell'Europa rimarrà sempre incompleta. Noi, cerchiamo di fare la nostra parte, lavoriamo affinché questo patrimonio non resti chiuso nelle comunità, ma diventi strumento per restituire dignità e verità storica».
Lav Romanò lavora per l’autodeterminazione: quali sono oggi le principali sfide sociali e istituzionali?
«La sfida più grande è passare da una gestione assistenziale a un vero dialogo politico in cui i Rom siano considerati interlocutori attivi e non solo oggetti di studio o di intervento. Dobbiamo abbattere il muro di pregiudizio che porta oltre metà degli italiani a nutrire opinioni negative senza conoscere minimamente la realtà dei fatti. L'autodeterminazione significa dare voce a cittadini competenti che vogliono partecipare alla costruzione di una società inclusiva e smontare quella propaganda che ha eretto barriere invisibili ma durissime nelle coscienze dei nostri vicini di casa».
Che messaggio volete lanciare rispetto al tema del riconoscimento e della dignità delle vittime?
«Il messaggio è che la memoria non può essere un atto statico, ma deve diventare una condizione dinamica. In Italia sono solo tre le città che hanno avuto il coraggio civile di riconoscere ufficialmente il Samudaripen con una delibera specifica: l’ultima, lo scorso anno, è stata proprio Cosenza. È un segnale di civiltà importante, ma non basta. Nonostante i richiami del Consiglio d’Europa, che accusa l'Italia di non affrontare a sufficienza l'incitamento all'odio basato sull'antiziganismo, la memoria di queste vittime continua spesso a essere ignorata o declassata in una gerarchia del dolore che rispecchia pregiudizi ancora radicati. Recuperare la verità storica del Samudaripen serve a onorare chi non c'è più, ma anche a restituire identità e scelta del proprio destino a chi vive oggi. È necessario uno sforzo collettivo — e noi lavoriamo su questo — perché Rom e Sinti non siano mai più "perseguitati tra i perseguitati, dimenticati tra i dimenticati"».