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08/02/2026 ore 19.01
Cultura

La Calabria a Sanremo: da Dalida a Brunori Sas, storie e talenti che hanno lasciato un segno indelebile al Festival

Le voci di Mia Martini, Rino Gaetano, Loredana Bertè: una costellazione che, tra dolore, rottura e poesia, ha inciso in profondità sull’identità emotiva della musica nazionale

di Ernesto Mastroianni

Nel grande teatro della canzone nazionale, là dove il Festival di Sanremo si configura non soltanto come competizione canora ma come dispositivo simbolico dell’identità culturale italiana, la Calabria ha inciso la propria presenza in modo carsico, intermittente, talora fragoroso, talaltra, apparentemente sommesso, tuttavia mai irrilevante. Una presenza disseminata, a volte rivendicata, altre volte meno.

Emblematica, in tal senso, è la figura di Dalida, nata al Cairo ma figlia di genitori originari di Serrastretta, nel cuore della Calabria catanzarese. Artista cosmopolita per eccellenza, icona transnazionale e voce plurilingue. Dalida ha incarnato una forma di meridionalità trasfigurata, non folklorica ma interiorizzata, che si è fatta malinconia strutturale, pathos vocale, senso tragico dell’esistenza. La sua partecipazione al Festival di Sanremo nel 1967 non va letta come semplice episodio di carriera, bensì come punto di intersezione tra una genealogia migrante e un’industria culturale che, proprio in quegli anni, faticava a riconoscere pienamente la complessità identitaria del Sud. In Dalida, la Calabria non è dichiarata: è una ferita, un’ombra che accompagna la sua parabola artistica fino all’epilogo drammatico del suo suicidio.

Più esplicitamente radicata è la traiettoria di Mino Reitano, nato a Fiumara, nel reggino, interprete di una canzone popolare nel senso più letterale del termine, capace di coniugare sentimentalismo, dignità melodica e una vocalità immediatamente riconoscibile. La sua storia sanremese è lunga e significativa: nel 1967 porta sul palco dell’Ariston "Non prego per me", brano scritto dall'imbattibile coppia Battisti-Mogol, inscrivendosi così in una delle stagioni più fertili della canzone italiana. Nel 1969 torna con "Meglio una sera piangere da solo", presentata in coppia con Claudio Villa, il “reuccio” della canzone italiana, in un confronto che è anche dialogo tra tradizione e rinnovamento. Il suo legame con Sanremo si prolunga nel tempo, fino al 1988, quando con "Italia" offre una lettura accorata e patriottica del sentimento nazionale, filtrata però attraverso uno sguardo meridionale, emotivo, visceralmente umano.

Di tutt’altra natura, eppure ugualmente calabrese nelle origini e nello sguardo obliquo sul mondo, è Rino Gaetano, nato a Crotone, figura irriducibile a ogni tentativo di normalizzazione. La sua partecipazione al Festival di Sanremo del 1978, con Gianna, culminata in un sorprendente terzo posto, rappresenta uno degli atti più clamorosi di dissonanza all’interno della liturgia sanremese. Rino Gaetano scandalizza i perbenisti, disarticola il linguaggio della canzone, introduce l’ironia corrosiva, il non-sense come forma di denuncia, l’anticonformismo come postura etica prima ancora che stilistica. La sua Calabria non è mai dichiarata, ma è presente nella marginalità del suo sguardo, nel suo porsi sempre di lato rispetto al centro, nel rifiuto di ogni retorica ufficiale.

Tra le figure femminili di maggiore rilievo vi è, senz'altro, Mia Martini, nata a Bagnara Calabra. È la sacerdotessa tragica della canzone italiana. Una delle voci più celebri e tormentate del nostro panorama musicale. Partecipa più volte al Festival di Sanremo con brani destinati a entrare nella storia, come "Almeno tu nell’universo" (1989) e "Gli uomini non cambiano" (1992), veri e propri monumenti emotivi. La sua esperienza sanremese è inseparabile dalla violenza simbolica subita, dal pregiudizio, dalla maldicenza che la perseguitano e che rendono ogni sua apparizione un atto di resistenza. La Calabria, in Mia Martini, è destino e dolore, è canto che nasce dalla ferita.

Accanto a lei, eppure diversissima, Loredana Bertè, sorella di Mia Martini, costruisce una storia sanremese fatta di rottura, di eccesso, di costante reinvenzione. Nel 1986 si presentò sul palco dell'Ariston con il pancione finto. Quella partecipazione è destinata a rimanere nella storia del Festival di Sanremo. Le sue partecipazioni alla kermesse, soprattutto le più recenti, testimoniano una vitalità artistica che sfida il tempo e le convenzioni, un corpo scenico che si fa linguaggio politico, un’energia rock che scardina la compostezza dell’Ariston.

Alle generazioni successive appartiene Noemi (Veronica Scopelliti) di origini reggine, artista ormai pienamente riconosciuta dal grande pubblico. Le sue numerose partecipazioni al Festival segnano un percorso di maturazione artistica, dalla rivelazione iniziale fino alla piena consapevolezza interpretativa, in cui la voce – graffiata, intensa, profondamente emotiva – diventa strumento di narrazione interiore.

La genealogia calabrese attraversa anche la storia recente del Festival, con figure come Fabrizio Moro, pseudonimo di Fabrizio Mobrici, figlio di genitori originari di Vibo Valentia. Protagonista nel 2007 con "Pensa", brano di forte impegno civile, e vincitore nel 2018 insieme a Ermal Meta con "Non mi avete fatto niente", Moro porta a Sanremo una scrittura che coniuga autobiografia, denuncia e tensione etica.

Raffinatissima è la partecipazione di Sergio Cammariere, originario di Crotone, cantautore e pianista di rara eleganza, capace di portare al Festival una canzone colta, jazzata, intimista, che gli vale anche il Premio della Critica. La sua storia sanremese è quella di un artista che non si piega alle mode, ma impone una propria misura, una propria idea di tempo, di poesia, di musica e di silenzio.

Nel solco della contemporaneità si colloca Aiello, cantautore calabrese che al Festival di Sanremo 2021 presenta "Ora", brano in cui l’identità musicale, pur aggiornata ai codici del pop attuale, resta profondamente influenzata dalle radici meridionali, da una tensione emotiva mai addomesticata.

E ancora Brunori Sas (Dario Brunori) cosentino, figura centrale della nuova canzone d’autore italiana. Le sue origini calabresi non sono semplice dato anagrafico, ma orizzonte poetico, sguardo ironico e compassionevole sull’umano. La sua partecipazione al Festival, nel 2025 con "L’albero delle noci", segna l’ingresso definitivo di una poetica che sa essere intima e collettiva, quotidiana e metafisica insieme.

Alcuni di questi nomi sono rimasti impressi nella memoria collettiva, scolpiti nel canone della canzone italiana; altri, meno celebrati, hanno conosciuto stagioni di successo oggi ingiustamente offuscate. Eppure tutti, senza eccezione, hanno contribuito a costruire una mappa sonora in cui la Calabria appare non come periferia, ma come serbatoio inesauribile di voci, storie, tensioni espressive.

In questa costellazione va ricordata Lisa (Annalisa Panetta) nata a Gioiosa Ionica, protagonista della seconda metà degli anni Novanta. Partecipa a Sanremo nel 1998 con "Sempre" e nel 2003 con "Oceano", mostrando capacità vocali straordinarie. I suoi brani sono una simbiosi perfetta fra testo e musica. A mio giudizio, Lisa è la più bella voce degli anni ’90 dopo Giorgia. Incarna un talento purissimo, capace di un controllo tecnico e di un’intensità emotiva rarissimi. La sua storia personale, segnata da un successo precoce e poi dalla malattia, aggiunge una dimensione tragica a una parabola artistica che avrebbe meritato ben altra fortuna.

Meno nota ma non meno significativa è Flavia Fortunato, cantante cosentina che partecipa al Festival nel 1984 con "Aspettami ogni sera", ottenendo un ottimo piazzamento tra le Nuove Proposte. La sua esperienza sanremese testimonia una stagione in cui il Festival era ancora luogo di scoperta, di promesse, di voci che cercavano spazio e riconoscimento.

Infine, in un gesto di radicale rivendicazione linguistica e identitaria, Tina Nicoletta, parte del gruppo Paideja, porta il dialetto calabrese sul palco dell’Ariston nel 1994, con un brano in dialetto crucolese. Un atto di coraggio culturale che rompe il monopolio dell’italiano standard e afferma la dignità poetica delle parlate locali, inscrivendo la Calabria in una dimensione non folklorica ma pienamente artistica.

La Calabria ha offerto al Festival di Sanremo un contributo di talenti vasto, profondo, strutturale, tale da incidere non solo sul repertorio, ma sulla stessa fisionomia emotiva della canzone nazionale.

Non si tratta di una presenza episodica o decorativa, bensì di una linea carsica di eccellenza, che attraversa generazioni, linguaggi, posture artistiche, e che ha fornito al Festival voci destinate a durare, personalità refrattarie all’omologazione, interpretazioni capaci di incrinare il cerimoniale rassicurante della kermesse. Dalla tragedia alla dissacrazione, dall’intimismo alla protesta civile, dalla vocalità assoluta alla scrittura d’autore, la Calabria ha introdotto alla kermesse una materia espressiva non pacificata, spesso eccedente il formato televisivo, sempre eccedente il consenso immediato.

In questa prospettiva, la sua funzione non è mai stata quella di semplice serbatoio periferico, ma di principio perturbante, di riserva simbolica e creativa che ha costretto il Festival a misurarsi con una canzone più esposta al rischio, al dolore, all’irregolarità. Se Sanremo ha potuto, almeno in alcune stagioni, sottrarsi alla pura autoreferenzialità, lo deve anche a questa immissione continua di voci provenienti da una terra che non ha mai cantato per compiacere, ma per necessità emotiva.

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