“La donna è mobile”, l’aria di Verdi che dal Rigoletto diventò patrimonio del popolo
Dalla prima del 1851 alla Fenice di Venezia alle piazze, alle botteghe e alle campagne italiane: il capolavoro verdiano ha superato i confini del teatro entrando nella memoria collettiva
Alcune melodie appartengono non solo alla storia della musica, bensì all'umanità. «La donna è mobile» è una di queste. Chiunque, almeno una volta nella vita, ne ha canticchiato l'incipit, spesso senza sapere che quelle poche battute costituiscono il vertice di una delle più grandi opere di Giuseppe Verdi. È il destino riservato ai capolavori assoluti: superare il proprio autore, emanciparsi dal teatro e diventare patrimonio della memoria collettiva.
Con questa prima puntata della rubrica “Le arie d'opera del popolo”, iniziamo un viaggio alla scoperta di quelle pagine immortali che, nate sui palcoscenici dell'opera, sono entrate nelle case, nelle piazze e nella vita quotidiana degli italiani.
Il Rigoletto: la rivoluzione di Giuseppe Verdi
Quando nel 1851 il sipario del Teatro La Fenice di Venezia si alzò sulla prima rappresentazione del Rigoletto, il pubblico comprese immediatamente di trovarsi dinanzi a qualcosa di nuovo.
Giuseppe Verdi, ormai riconosciuto come il massimo compositore italiano vivente, aveva tratto il soggetto dal dramma Le Roi s'amuse di Victor Hugo, un'opera che aveva scandalizzato la Francia per la sua audacia politica e morale. La censura austriaca impose profonde modifiche: il re di Francia divenne il Duca di Mantova, cambiarono nomi e ambientazioni, ma il nucleo drammatico rimase intatto.
Il libretto, affidato a Francesco Maria Piave, racconta una tragedia dominata dal destino. Rigoletto, buffone di corte, deride ogni giorno le vittime del Duca, un giovane principe dissoluto che seduce donne senza alcuno scrupolo. L'unico affetto sincero del giullare è la figlia Gilda, che egli tiene nascosta al mondo per proteggerla dalla corruzione della corte.
Ma il destino, nel teatro verdiano, è sempre in agguato.
Il Duca seduce anche Gilda; Rigoletto, accecato dal desiderio di vendetta, assolda il sicario Sparafucile affinché uccida il principe. Sarà invece la stessa Gilda, innamorata fino al sacrificio, a morire al posto dell'uomo che l'ha tradita. Il padre, stringendone il corpo senza vita, comprende troppo tardi che la maledizione pronunciata all'inizio dell'opera si è compiuta.
È una tragedia nella quale convivono amore, potere, cinismo, vendetta e pietà, costruita con una modernità psicologica che ancora oggi sorprende.
Nel cuore del terzo atto
«La donna è mobile» compare all'inizio del terzo atto. La scena è ambientata presso la locanda di Sparafucile, sulle rive del Mincio. Il Duca di Mantova, incurante di tutto ciò che è accaduto, si presenta travestito da ufficiale e, mentre corteggia Maddalena, sorella del sicario, canta una canzone brillante, elegante e apparentemente spensierata.
La donna è mobilequal piuma al vento,muta d'accentoe di pensier. Sono versi che descrivono, con tono ironico e superficiale, l'incostanza femminile. In realtà essi rivelano soprattutto la personalità del Duca. Non è un'aria di riflessione, né una confessione dell'anima: è il manifesto della sua leggerezza morale, della sua incapacità di amare davvero.
Verdi costruisce questa pagina con una semplicità soltanto apparente.
La melodia è immediata, regolare, facilmente memorizzabile; il ritmo possiede un andamento quasi danzante; la linea vocale sembra nascere spontaneamente dalla lingua italiana. Proprio questa apparente semplicità costituisce il segreto della sua grandezza. Ogni nota sembra destinata a rimanere impressa nella memoria.
Non è un caso che Verdi custodisse gelosamente quest'aria durante le prove, vietandone la diffusione prima della prima rappresentazione, temendo che venisse cantata per le strade ancora prima del debutto ufficiale. Aveva intuito ciò che sarebbe accaduto. E accadde davvero.
L'aria che uscì dal teatro
Già poche ore dopo la prima del Rigoletto, Venezia risuonava delle parole «La donna è mobile». La melodia aveva compiuto un miracolo rarissimo: aveva oltrepassato immediatamente le mura del teatro. Negli anni successivi l'aria fu eseguita dalle bande musicali nelle piazze, durante le feste patronali e le celebrazioni civili. I barbieri la canticchiavano mentre lavoravano; gli artigiani la intonavano nelle botteghe; i carrettieri la accompagnavano al ritmo del viaggio; i contadini la portavano nei campi durante la mietitura e la vendemmia. Molti di loro non avevano mai assistito a un'opera lirica. Eppure conoscevano Verdi. Lo conoscevano grazie alle bande cittadine, che trascrivevano per strumenti a fiato le pagine più celebri del repertorio; grazie ai cantastorie ambulanti, che attraversavano campagne e borghi; grazie alle compagnie teatrali itineranti; grazie ai grammofoni, che alla fine dell'Ottocento diffusero le voci dei grandi interpreti; grazie, soprattutto, alla straordinaria forza della trasmissione orale.
Le melodie passavano da padre in figlio, da un vicino all'altro, da una bottega a una piazza.
Prima ancora che esistesse la radio, il melodramma aveva già costruito la propria rete di comunicazione. Quando, nel 1924, iniziarono le trasmissioni radiofoniche dell'URI, il successo dell'opera era ormai un fatto compiuto. La radio non fece altro che amplificarne la diffusione, portando nelle case una musica che gli italiani sentivano già come propria. È per questa ragione che Antonio Gramsci definì il melodramma una delle più alte espressioni della cultura nazionale-popolare. In un Paese ancora largamente analfabeta, l'opera riuscì a fare ciò che pochi libri potevano permettersi: educare al sentimento, alla lingua e persino alla coscienza civile attraverso la forza della musica.
Perché continua a emozionarci?
A distanza di oltre centosettant'anni, «La donna è mobile» continua a essere una delle melodie più riconoscibili della storia.
Non soltanto perché è bella. Ma perché racchiude una qualità rarissima: quella di parlare contemporaneamente all'appassionato di musica, allo studioso, al melomane e a chi, magari senza conoscere il Rigoletto, continua ancora oggi a canticchiarne il motivo. È il destino dei veri capolavori. Nascono in un teatro, ma finiscono per appartenere al popolo. E forse nessun'altra aria, più di «La donna è mobile», racconta con altrettanta evidenza questa straordinaria metamorfosi: dalle luci della Fenice di Venezia alle campagne d'Italia, dai palchi dell'aristocrazia alle botteghe dei barbieri, dalle orchestre dei grandi teatri al fischiettio di un contadino durante il lavoro. Quando una melodia riesce a percorrere questo cammino, cessa di essere soltanto musica. Diventa memoria. Diventa identità. Diventa popolo.