La lunga agonia della cultura italiana tra tagli e silenzi: senza la propria arte una nazione scompare
Fondi ridotti, stagioni liriche dimezzate, teatri in affanno. Il Rendano di Cosenza un presidio che resiste. Ma la patria di Verdi e Puccini può permettersi questo silenzio?
Alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni
e al Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano,
Un paese si misura, anche e soprattutto, dal modo in cui tratta ciò che non produce risultati immediati. E oggi, con crescente evidenza, la cultura viene spesso collocata in quella zona grigia dove tutto sembra comprimibile e rinunciabile.
È il silenzio delle stagioni teatrali ridotte, delle orchestre costrette a comprimere il respiro, delle biblioteche che faticano a restare aperte, dei giovani artisti sospesi tra vocazione e rinuncia. È il silenzio che segue ogni volta che la cultura viene relegata a capitolo secondario di bilancio, a voce comprimibile, sacrificabile sull’altare di emergenze ritenute più urgenti, come un'inutile guerra combattuta da Trump, da Zelensky, o da chiunque esso/essa sia...
La recente politica di contenimento della spesa pubblica ha inciso, ancora una volta, sul comparto culturale: riduzioni e rimodulazioni del Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo, contrazioni nei finanziamenti alle fondazioni lirico-sinfoniche, margini sempre più esigui per teatri e istituzioni territoriali. Il risultato è tangibile: programmazioni ridimensionate, minore accessibilità, impoverimento dell’offerta. Se fino a 15 anni fa era possibile realizzare 6-7 opere in una stagione lirica, oggi giorno, quando va bene, se ne realizzano al massimo 3. Per non parlare delle stagioni sinfoniche o delle stagioni di prosa.
Eppure, un paese si misura soprattutto nella qualità della sua vita simbolica. La cultura struttura il pensiero, forma il senso critico, custodisce la memoria collettiva. Senza questo tessuto, la società si impoverisce in modo meno immediato, ma più radicale.
A voi che governate, allora, possiamo rivolgere un invito semplice: frequentare la letteratura, la musica, l'arte, attraversarne la densità, lasciarsi interrogare dalle sue ombre. Provate a scoprire il cinema nella sua totalità, dove la colonna sonora amplifica il senso dell’immagine e ne diventa architettura emotiva. Andate a teatro, dove la parola vive nel corpo e nella voce, dove ogni sera è irripetibile.
L’Italia possiede una responsabilità ulteriore: è la patria del melodramma. Ha dato i natali a Giuseppe Verdi, Gioachino Rossini, Gaetano Donizetti, Giacomo Puccini. L’opera lirica non è un cimelio, ma una lingua viva che necessita di cura, progettualità, investimenti continui. Ogni riduzione di risorse ne compromette la trasmissione.
Lo stesso vale per il patrimonio artistico. Nelle tavole di Piero della Francesca – si pensi alla “Resurrezione” o alla “Flagellazione di Cristo” – si dispiega una geometria del pensiero. Nelle tele di Caravaggio – la “Vocazione di San Matteo”, la “Deposizione” — la luce diventa dramma, rivelazione, tensione morale. Ogni opera custodisce un frammento di identità nazionale. L'Italia è la patria della bellezza!
Umilmente mi permetto di invitarvi al Teatro Rendano, un teatro di tradizione (l'unico in Calabria) lontano dai grandi centri, che non ha nulla da invidiare ad altri teatri. Qui è stata costruita una stagione lirica di rilievo, affiancata da una programmazione concertistica e da una stagione di prosa che include titoli e compagnie capaci di mantenere alto il livello artistico. È un presidio culturale che resiste, che produce, che forma pubblico.
A pochi passi, la Cattedrale di Cosenza testimonia una stratificazione storica e artistica di rara intensità. Il confronto con luoghi celebri come la Cappella Sansevero non appare azzardato, se si osserva con attenzione la ricchezza diffusa del patrimonio italiano. Ovunque, dal centro alle periferie, si incontrano meraviglie che chiedono soltanto di essere riconosciute e sostenute.
Un segnale incoraggiante arriva anche dalle nuove generazioni. Gli studenti del liceo classico Telesio hanno recentemente portato in scena, proprio nel sontuoso Teatro Rendano, “Ecuba” e “Le Troiane” di Euripide. In quei volti si intravede una possibilità, una continuità culturale che non dovrebbe essere interrotta.
La questione, in fondo, è una soltanto: quale idea di paese si intende costruire. La cultura richiede investimenti, visione, continuità. Ogni sottrazione produce effetti lenti ma profondi, che incidono sulla capacità di una comunità di riconoscersi.
Quando la cultura si assottiglia, si perde il linguaggio comune con cui una nazione racconta se stessa. Senza quel linguaggio, resta soltanto una somma di individui privi di memoria condivisa. E una collettività che smarrisce la propria identità, si avvia, inevitabilmente, verso la dissoluzione!