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27/09/2026 ore 18.01
Cultura

«La scrittura è prendersi cura»: Anna Settino racconta le stanze della vita

Dalla fragilità alla rinascita, “Per le stanze del mondo” raccoglie storie in cui Milano, Roma, il mare e il Giappone diventano protagonisti di incontri capaci di trasformare l’esistenza

di Battista Bruno

Anna Settino, con Per le stanze del mondo, propone una raccolta di racconti in cui i luoghi non sono semplici scenari, ma diventano parte della vita dei personaggi. Milano, Roma, il mare, il Giappone e altri spazi si trasformano in luoghi della memoria, dell’incontro, della scoperta e del cambiamento. Una scrittura attenta alle emozioni, alle fragilità e alle relazioni umane. L’abbiamo intervistata.

Da dove nasce l’idea di Per le stanze del mondo e perché ha scelto proprio la metafora delle “stanze”?

La pubblicazione di questa raccolta di racconti è nata dal coraggio di dare voce all’interiorità, un atto di autenticità, un “togliersi la maschera”. Di solito, la scrittura nasce da un “patto narrativo” tra autore e lettore. Nel mio libro questo patto è disatteso, perché il vero e la veridicità diventano disvelamento casuale che innesca scelte causali, che forse cambiano il corso della vita dei personaggi.

Il disvelamento improvviso della verità diventa anche un cercare e scoprire l’altro attraverso la metafora della stanza. La stanza diventa, così, un invito a entrare dentro ognuno di noi per osservare e attraversare luoghi fisici e dell’anima che nascondono mondi inesplorati. Ecco, quindi, l’idea della stanza. Una metafora potentissima se collegata al mondo: l’incontro tra un mondo esterno e un mondo interiore altrettanto vasto.

Nei suoi racconti i luoghi sembrano avere un’anima e spesso cambiano la vita dei protagonisti. Quanto è importante per lei il rapporto tra luoghi e identità?

I luoghi sono il fil rouge della raccolta, non semplici sfondi, ma presenze vive, pulsanti. Una chiesa romana, un appartamento milanese, la casa-museo di Giorgio De Chirico, un paesaggio marino, una città giapponese: luoghi in cui i personaggi entrano e si muovono e che diventano spesso un passaggio, un punto di svolta, un confine, una soglia tra ciò che si è e ciò che forse si sta per diventare.

Il luogo, quindi, è un “complice” del personaggio nella ricerca del senso dell’esistere. I luoghi non si impongono, ma si svelano lentamente, chiedendo attenzione, ascolto e attesa. Lo spazio, quindi, oltre che fisico e reale, diventa fortemente allusivo e mai neutrale, perché un luogo ci osserva, ci interroga, ci cambia.

I suoi personaggi attraversano momenti di fragilità, solitudine, paura, ma anche di rinascita. La scrittura può davvero diventare uno spazio di cura e di trasformazione?

In ogni racconto è presente la fragilità del personaggio, che è metafora della fragilità di tutti noi. L’inciampo, il non trovare la strada, si trasformano in forza per cambiare, per prendere in mano la propria esistenza, per attraversare con determinazione “i marosi della vita”, e il luogo prepara all’incontro, quell’incontro che può dare la forza per una svolta.

In questa ottica, anche la scrittura è Therapèia, nel significato greco del termine: è prendersi cura. Il theràpon, però, è anche colui che serve, colui che va in aiuto. La scrittura è quindi anche prendersi cura di sé, atto di libertà, autenticità e ricerca, sostegno e aiuto non solo per sé stessi, ma soprattutto per gli altri.

Mi piace definire la mia scrittura una “Scrittura solidale”, non autoreferenziale, ma che cerca il lettore, affinché si “rispecchi” e si riveda, cambiando forse la prospettiva e il passo. Una scrittura che è anche un atto di protesta in questi tempi difficili e di letargo intellettuale: cercare l’altro, accoglierlo senza giudicarlo e sostenerlo senza pretendere nulla in cambio.

In alcuni racconti il viaggio, l’incontro con persone diverse e il confronto tra culture diventano centrali. È anche un modo per raccontare il nostro tempo e una società sempre più multiculturale?

L’incontro tra i luoghi e le persone non è solo un veloce “mordi e fuggi” turistico, è qualcosa di più: è una novità che si frappone sulla strada, in attesa di qualcosa che trasformi l’incontro casuale in causale. Un quid che agita e scompiglia le carte e invita all’ascolto.

Gli incontri casuali dei personaggi, per esempio, con un giovane brasiliano, una barista peruviana, giovani giapponesi e italiani di fine Ottocento che emigrano, confermano l’attenzione per un messaggio che strizza l’occhio al concetto di humanitas antica: un invito all’incontro e all’accoglienza nelle differenze, alla misura, al rispetto verso gli altri e all’inclusione nella diversità, grazie alla capacità di incidere sulla vita seguendo la propria morale.

In questa ottica, i racconti tracciano scie luminose da poter seguire per contrastare il deserto emotivo e culturale che sembra aver preso il sopravvento.

Arte, letteratura, memoria e paesaggio sono molto presenti nelle sue storie. Quanto contano, nella sua scrittura, le suggestioni dei luoghi che ha conosciuto e vissuto?

I luoghi visitati, le persone incontrate, l’architettura e l’arte sono stati fondamentali per dare respiro e forma alla costruzione di queste stanze e dei personaggi che le abitano.

Anche gli oggetti descritti con un approccio sensoriale e immersivo diventano protagonisti: aprono un varco temporale attraverso cui il ricordo e la memoria emergono per indicare una direzione o per invitare a vivere il momento e la situazione intensamente, per riflettere sul “tempo che invecchia in fretta”, per parafrasare Tabucchi.

Un quadro, una chiesa, una spiaggia poco frequentata e bellissima diventano un momento di “visitazione”, un’epifania di qualcosa che si rivela per entrare in sintonia con sé stessi e far emergere un’energia positiva e gioiosa che è exemplum per tutti coloro che leggono e si immergono nelle storie.

Alla fine del viaggio attraverso queste “stanze”, cosa vorrebbe che il lettore portasse con sé: una storia, un’emozione, una domanda o una nuova capacità di guardare il mondo?

Mi piacerebbe che, alla fine del viaggio per le Stanze del mondo, il lettore potesse guardarsi intorno e provare a scegliere, con coraggio e imprevedibilità, il percorso da intraprendere, anche andando controcorrente, con la consapevolezza che il tempo della scelta è sempre possibile e può diventare, insieme a uno sguardo rivolto alla Bellezza, un atto rivoluzionario.

Siamo immersi in una realtà difficile, nella quale i diritti fondamentali sono minacciati da più parti e in vari modi. Allora, scrivere e parlare di bellezza, e scegliere la Bellezza, soprattutto quella dei rapporti umani “oltre e ancora oltre”, diventa più che mai necessario.