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07/03/2026 ore 18.14
Cultura

«La voce materna plasma l’identità»: Francesca Romano esplora il canto prenatale e la “Psicobiorisonanza”

“Il canto della madre” indaga il legame tra voce materna e sviluppo emotivo, intrecciando neuroscienze, terapia vocale e spiritualità. Nel libro l’autrice mostra come il canto possa curare, liberare emozioni e favorire consapevolezza

di Battista Bruno

Il canto della madre”. Dal canto alla voce: emozioni prenatali, risvolti neuroscientifici, terapeutici, spirituali, edito da Armando Editore, è l’ultimo lavoro di Francesca Romano, ricercatrice e maestra di canto che da anni indaga il potere profondo della voce umana.

Il libro attraversa più piani – affettivo, neuroscientifico, terapeutico e spirituale – per esplorare il legame originario tra madre e figlio attraverso il suono, il canto, la vibrazione. Dalla memoria prenatale ai neuroni specchio, dalla risonanza corporea alla meditazione vocale, l’autrice propone un “modello curativo” fondato sulla Psicobiorisonanza: un percorso in cui la voce diventa strumento di consapevolezza, guarigione e trasformazione.

Un saggio che intreccia autobiografia, ricerca scientifica e riflessione spirituale, con un messaggio forte: la voce non è solo suono, ma identità, relazione, destino. Abbiamo intervistato Francesca a Cosenza

Il titolo richiama il “canto della madre”. Quanto è determinante, secondo lei, la voce materna nella costruzione dell’identità emotiva di una persona?

Fondamentale, direi. Oggi le neuroscienze affermano che il feto prende forma dalle emozioni, dai sogni, dai pensieri della madre. Siamo ancora lontani, temo, dal considerare la madre che ci partorisce come impronta per la voce con cui inizieremo a parlare e per l’identità che prenderà forma. Gli studi a riguardo confermano che, appena nati, riconosciamo solo la voce della mamma: il suo corpo è la nostra culla sonora che ci dà sicurezza. Tuttavia, la nostra voce, il nostro corpo, la nostra intelligenza emotiva, quando quella mamma non ha né voce né corpo per noi, come possono percepire quella sicurezza necessaria alla vita prenatale e neonatale?

Dovrebbero essere riflessioni necessarie per tutti. Purtroppo ancora oggi molte mamme si sentono sotto accusa, poco disponibili a riconoscere che non esiste una scuola per le madri, che si può solo sbagliare nella vita, ma che è possibile “aggiustare il tiro”.

Nel libro lei parla di emozioni prenatali. Che cosa accade nel rapporto tra voce materna e feto?

Il legame, il cordone con la nostra mamma è così forte che il nostro cervello può subire disagi se manca l’armonia per creare connessioni, quando le vibrazioni che assorbiamo sono poco costruttive.

Nel libro cerco di spiegare l’importanza del canto della mamma durante la gravidanza e ciò che può accadere quando il canto non c’è stato e/o le vibrazioni della sua voce erano dure. Quando le emozioni di rabbia, di dolore, di disperazione – a volte anche a causa di un figlio non voluto, per esempio, o per tutte le ragioni personalissime che una donna vive – hanno impedito nove mesi di attenzioni e cure verso una vita che sta per nascere. Come possiamo pensare di non alimentarci anche di quelle emozioni? E il cervello che si sta formando, come può non vivere quelli che la fisica chiama “picchi di assorbimento”?

Il futuro bambino, e poi l’adolescente e l’uomo, continuerà a sentire dentro di sé quei disagi e quella impossibilità di poter essere felice, al sicuro, stabile.

Introduce il concetto di Psicobiorisonanza. In cosa consiste concretamente questo “modello curativo” e quali risultati ha osservato nel suo lavoro?

La Psicobiorisonanza è nata dopo anni di osservazioni e di esperienze sul campo. Ho coniato questa parola per intendere lo studio degli effetti della risonanza della voce sul corpo e sulla mente.

Il corpo vibra grazie al sistema osseo e alla grande quantità di acqua contenuta in esso. È un perfetto strumento musicale, ma se impariamo a sentirlo. Il percorso con la voce verso il canto è fatto di vocalizzi, di tecnica, di studio anatomico delle parti del corpo deputate al “sostegno” dell’aria. Accade come se si volesse diventare cantanti professionisti. Il viaggio, assolutamente individuale, volge a imparare a sentire il corpo prima e ad ascoltare la voce poi. Sentire e ascoltare: due parole apparentemente simili ma tanto diverse fra loro.

Allora inizia un processo in cui l’aver cura di sé, nella ricerca delle assonanze e delle dissonanze che le vibrazioni della voce fanno sentire, conduce a ritrovarsi senza più giudizi, senza più paure. E si riprende quel filo invisibile interrotto appena nati. Mi rendo conto che bisogna vivere l’esperienza. Le parole non possono far cogliere davvero tutto ciò che il “modello curativo” fa vivere in un cammino verso la percezione reale di sé e del mondo intorno. Temo che i social stiano allontanando l’essere umano dal profondo contatto con sé e con gli altri. La relazione autentica rischia di diventare una parola desueta.

Lei sostiene che la società moderna sia fondata sulla “terapia della parola”. Perché ritiene che il canto possa andare oltre la parola?

Perché il canto avvia un processo che consente di entrare in contatto immediato con il sistema emotivo. Il canto veicola emozioni. Con la parola ci nascondiamo, ci avviluppiamo nella tela della razionalità, del voler capire a tutti i costi. Ci si trincera dietro teorie, convinzioni, congetture e meccanismi di difesa per riuscire a tenere a bada paure, freni e ansie.

Appena si dà a sé stessi la possibilità di avere fiducia nella propria voce cantata, ecco che si inizia a scoprire la forza della propria voce con cui usare parole per poter comunicare.

Quanto la sua storia personale ha influenzato la sua ricerca sulla voce come strumento di trasformazione?

Ho voluto introdurre una parte autobiografica nel libro anche per poter sostenere le fatiche che il lavoro che svolgo fa attraversare, fatiche emotive in special modo perché si accede al cambiamento di sé.

Il cambiamento si teme, si ha paura del cambiamento. Si preferisce ignorare che la vita cambia tutti i giorni; dunque, per molti, l’illusione è l’unico modo per vivere bene Il lavoro per e con la voce è un lavoro corporeo. Il ritratto del nostro carattere risiede nella forma e nel movimento del corpo. È come se ognuno di noi fosse una sinfonia che si sintonizza su note e accordi (le emozioni e gli atteggiamenti degli altri) con i quali inevitabilmente risuoniamo. Quando le armature (corpi rigidi e strutturati) iniziano ad aprirsi, allora avviene una liberazione dai conflitti e dalle nevrosi. Inizia la trasformazione.

Il talento di una bella e grande voce le fece incontrare il maestro Francesco Siciliani,

Sì, il direttore del Metropolitan Opera, poi della Teatro alla Scala e di tanti altri teatri importanti. Disse ai miei genitori che le voci come la mia dovevano solo cantare. Ma mio padre preferiva che avessi quel famoso pezzo di carta. Partecipai e vinsi il concorso per eccellenza in Italia e credetti di tagliare le radici. Non sapevo che da soli nessun talento può esprimersi. Tante le opportunità, tante, ma è mancata la mamma e la famiglia. Ho dimenticato lentamente di possedere quella voce, finché smisi di ascoltarla.

L’istinto dell’artista nata, un giorno qualunque, mi ha spinto a voler capire e comprendere le ragioni di quel talento e dell’allontanamento. Ho iniziato a indagare la voce di mia madre: un’avventura unica che non dimenticherò mai. Dalla sua voce ho ritrovato la mia e pian piano ho creato il mio lavoro vero, che non era quello della cantante lirica, evidentemente. Da lì decisi che, se mi ero rialzata nella vita in modo così eccezionale, io potevo farlo e potevano farlo anche gli altri.

Nel libro emergono anche riferimenti alla spiritualità e alla meditazione vocale. In che modo la voce può diventare un cammino spirituale, anche per chi non si riconosce in una fede religiosa?

Ho imparato che religione e spiritualità sono due parole diverse. L’ho compreso diversi anni fa in una sorta di eremo alle porte di Roma. La direttrice di un gruppo di suore operaie, suor Mariapia (persona, oserei dire, “illuminata”), mi chiese di condurre un laboratorio di voce e canto per le suore. Durante le pause passeggiavamo nei boschi e suor Mariapia mi spiegava perché il canto è un cammino spirituale, perché luce e suono si incontrano nel canto e perché non ero una “semplice insegnante di canto”.

Le sue parole mi fecero collegare alle parole di Albert Einstein: «Il miracolo della creazione è il suono; le proprietà primordiali della vibrazione sono luce e suono». Si racconta che persone in stati alterati di coscienza abbiano provato così tanta gioia da non aver potuto fare a meno di cantare per esternare una sensazione di legame con il cosmo. Il canto come unico strumento per esternare la bellezza? Qualcun altro sosteneva che la vibrazione più alta del pianeta è l’Amore: allora luce e suono sono la via per scoprire la parola amore dentro di noi?

Credo che spirituale sia tutto ciò che conduce l’uomo a superare il suo ego, le sue paure, a riconoscere una realtà superiore oltre i limiti della nostra personalità e ad avere coraggio, volontà, disinteresse, comprensione.

Man mano che la mia parte ricercatrice e studiosa si integrava con la parte artista intuitiva e creativa, prendeva maggiore forma la Psicobiorisonanza e la meditazione vocale che conduco in una cripta al centro di Roma.

Cosa include la meditazione vocale?

Include le vocali della nostra lingua, da cantare prima di approdare al silenzio. La struttura prevede suoni diversi, con tempi diversi, con sonorità diverse, in un unico spazio, senza giudizi sulla qualità del suono, senza timori dell’intonazione corretta. Si allena la possibilità di concentrarsi sul momento presente, restando nel corpo in piena libertà. La qualità dell’ascolto vocale-sonoro diventa raffinata, la mente scompare vibrazione dopo vibrazione. Per tutti, alla fine dell’incontro, la percezione è quella di aver vissuto un momento sacro. La via maestra per far esperienza della luce in noi?

Se dovesse lasciare un messaggio ai giovani, spesso fragili e frammentati, quale sarebbe il primo passo per “ritrovare la propria voce”?

Mi trovo spesso in giro per l’Italia, in classi di ragazzi, con il mio laboratorio di voce e canto. La triste constatazione che faccio ogni volta negli ultimi due anni è quella di osservare la tristezza, la confusione, l’indolenza, la chiusura in cui versano tanti di loro. Impiego tanto tempo prima che qualcuno inizi a porre una domanda, ad alzare la testa e fare un sorriso per una mia battuta. Pian piano riesco a incuriosirli, ad accompagnarli al canto. Allora si apre un enorme varco di stupore per le loro voci e finalmente nasce la curiosità di voler imparare, allontanandosi anche solo un po’ dai telefonini e dai social.

Allora ho la possibilità di proporre loro quanto c’è ancora tanto da imparare di sé stessi, quanto l’universo da scoprire è dentro di noi e che è solo così che possiamo comprendere l’universo fuori di noi. La lettura dei testi antichi, dei saggi di un tempo che non è Google. La nostra voce è l’organo per eccellenza da conoscere, per poter imparare a comunicare e per riuscire a dare valore al silenzio.