Le catene di Maria Luisa Donadio, la poetessa che trasformò il dolore in speranza e la malattia in testimonianza
Colpita dalla sclerosi multipla a soli 22 anni, visse il resto della sua esistenza su una sedia a rotelle. Attraverso i versi, la fede e l'amore degli altri lasciò un'eredità di coraggio che continua a parlare ancora oggi
La donna della quale voglio raccontarvi non ha avuto una vita facile, ma è riuscita a sopravvivere grazie all’affetto dei suoi cari, della fede e, soprattutto, della poesia.
Nella bella Corigliano, arroccata sulla collina attorno al castello, in una casetta dall’ampia vista sulla verde pianura vicino al mare, vive Maria Luisa, prigioniera delle sue pesanti catene (dall’introduzione a Sulla terra un grido di dolore, La meridiana, 1989, di Rodolfo e Delfina Amprino, Associazione Italiana Sclerosi Multipla).
Il grido di dolore sulla terra è quello di Maria Luisa Donadio (1942-1998) che a soli ventidue anni fu colpita dalla sclerosi a placche e costretta, paralizzata, a vivere per sempre su una sedie a rotelle. Sui prati fioriti / non corro più / per vie segrete / sconfitta dal male. Obbligata a rinunciare ai suoi progetti di studio (dopo il diploma magistrale si era anche iscritta al primo anno di Filosofia, all’università di Bari, mentre insegnava alle scuole elementari). Costretta ad abbandonare i suoi sogni di ragazza.
Ricordo quando mia madre mi portava con sé a farle visita. Non andavo volentieri e percepivo il perché, anche se in maniera inconsapevole. Oggi ne sono cosciente: soffrivo a mia volta nel vedere la sua sofferenza e mi sentivo in colpa per la bellezza che lei mi riconosceva quando mi salutava. Mi sentivo impotente di fronte al destino che aveva bloccato per sempre la sua, di bellezza. Sfiorita la giovinezza / appassita prima che sbocciasse / ai vent’anni mai vissuti / lo spirito si rivolge. / Dove siete? / Vi ho perduti!
Un’esperienza forte è stata la sua, ma anche di chi ha avuto la fortuna di incontrarla, anche solo per una volta, come ci ricorda Giuliana Babini in un’altra raccolta. Maria Luisa non può scrivere, detta i suoi versi e, di certo, per questo risultano ancora più intensi perché vissuti dentro, sofferti. Le preghiere che rivolge a Dio la avvicinano agli altri, aprono al dialogo, assumono un grande potere comunicativo. Il valore dell’umanità travalica l’impotenza, l’inefficienza. Braccia e gambe mi hanno abbandonata, / ma Tu agisci per me. / quando l’angoscia mi assale e / il dolore divora l’anima mia, / il mio cuore non teme.
Capace con il suo sorriso di catturare comunità di giovani e di adulti, di lanciare messaggi con un solo sguardo, poche parole pronunciate a fatica: Fermati e posa il tuo bagaglio...
Una rete di amicizia e di amore la teneva in vita: Dinnanzi, una voce, più voci / mi chiamano e mi invitano / a gioire insieme / ad amare il comune Amore, l’essenza per vivere.
Maria Luisa, circondata dall’affetto della sua famiglia allargata, mai sconfitta fino in fondo dalla crudeltà del male, dall’atrocità di un destino. Di Natale in Natale, provo a tirare un consuntivo, a volte nei termini del tutto umano. Ma quest’anno ho avvertito l’inutilità e la precarietà di questo atteggiamento. Difatti, il sentimento dominante della sconfitta e quindi della delusione mi hanno fatto ripiegare sulla mia povertà, unica certezza del mio essere. Maria Luisa, ricca del suo dolore, della sua immobilità, della lucida accettazione di sé. Le scrive Rita Levi Montalcini: Da anni ricevo notizie di Lei e da Lei. E attraverso i Suoi scritti non ho potuto non ammirare il Suo spirito di accettazione, la Sua forza, il Suo coraggio di sublimare una prova la cui sola accettazione, è già altissima dimostrazione di coraggio.
Ha un pensiero per tutti coloro che soffrono, per le ingiustizie, anche per la sua Calabria. Povera e generosa terra, / bruciata dal sole, / di costa in costa / lambita e baciata dal mare […] Tutto è presagio che la natura / prodiga non muore / e il cuore si apre alla speranza / che domani questa terra si risveglierà.
Mi è successa una cosa strana scrivendo questo ricordo di Maria Luisa Donadio. Il suo volto, la sua figura, la sua voce, a dispetto degli anni e della dimenticanza, mi si sono materializzati davanti, come per magia.
In fondo c’è una porta, / e quella porta stretta, / che dopo varcata / mi condurrà nel giardino. Nel giardino in cui sarai ancora libera di correre con le tue gambe verso la gioia.
Raggomitolato l’io / nella polvere e fra le stelle / tende la mano / e il Dio di Misericordia / la stringe per darle la pace.
E la tua mano, oggi, si tende verso la nostra. Tu, Maria Luisa, che hai saputo, nonostante le tue catene, testimoniarla, la pace.
Spero tu l’abbia trovata.