Leonardo Sinisgalli e il ragazzo che muore un poco: il Sud sospeso tra noia, poesia, inquietudine e libertà
Le ombre sul soffitto, la noia, l’infanzia e l’ansia di libertà: attraverso Sinisgalli una poesia diventa una lente sulla coscienza meridionale e sulle sue radici più profonde, tra innocenza, esperienza ed esilio
Otto poesie commentate per rivelare, come in un'illuminazione, quegli aspetti della coscienza o della rappresentazione di noi meridionali rimasti oscuri ai più ma che, comunque, hanno avuto un peso nella definizione del nostro carattere e continuano ad averlo nella disposizione della realtà di oggi. Dopo Terronia di Rocco Scotellaro, Calabria infame di Franco Costabile, San Paolo Ciraso di Aldo Dramis e Lo steddazzu di Cesare Pavese, è la volta di Muore il ragazzo un poco di Leonardo Sinisgalli.
Muore il ragazzo un poco, uscita originariamente su “Primato” nel 1940 e in altre redazioni intitolata anche Come odorano i libri e Le vacanze di Leonardo, fa parte del volume Vidi le Muse che Leonardo Sinisgalli, grande poeta nato a Montemurro in Basilicata nel 1908 e morto a Roma all'inizio del 1981, pubblicò per Mondadori nel 1943. È l'ultima poesia della prima parte della sezione intitolata Il cacciatore indifferente che raccoglie versi scritti tra il 1939 e il '42. Il poeta, come il cacciatore, non può e non deve escludere nulla della realtà o dell'irrealtà che lo circonda, pur mostrandosi apparentemente indifferente.
Alcune delle intuizioni presenti nel commento sono frutto dell'apporto e degli studi di Luigi Beneduci, amico e presidente della Fondazione “Leonardo Sinisgalli”, che ringrazio per la disponibilità. Ecco il componimento:
Muore il ragazzo un poco
Muore il ragazzo un poco
Ogni giorno per giuoco.
Per giuoco morde invano
Il cavo della mano.
Trascorre le vacanze ebbro
Tra i maceri cespi di papaveri
Steso sul letto per noia
E diletto a guardare le travi.
Ma lo stornano ombre
Solitarie nel cielo della stanza,
Labili ombre passeggere
sul soffitto. È l' ariete
Che batte ostinato le corna
A capofitto nella quiete.
Che Sinisgalli fosse un assiduo lettore e un fervido ammiratore della poesia crepuscolare di Sergio Corazzini e Corrado Govoni è facile coglierlo dalla piccola illuminazione di Muore il ragazzo un poco, dotata di un ritmo fitto di assonanze e ripetizioni e originata da un malessere esistenziale presente nell'autore sin dall'adolescenza. Con ogni evidenza la camera del ragazzo è quella in cui il fanciullo-poeta tornava in vacanza a Montemurro: infatti, nel decimo capitolo di Fiori pari, fuori dispari, raccolta di prose uscita per Mondadori nel 1945, scriverà chiaramente di aver “passato così tante estati in una camera grande della casa dove sono nato”. In quella casa, citata più volte nelle prose sinisgalliane, si ritrovano, esattamente come in Muore il ragazzo un poco, la noia, le travi del soffitto e il cielo della stanza, teatro di solitudine, ma anche di curiosità e gioia feroce.
Il luogo comune dell'infanzia favolosa è però soltanto un pretesto che il poeta rovescia allestendo un quadro che possiede la definizione psicologica e figurativa che gli consente di andare ben oltre la ferma estaticità della dimensione crepuscolare.
Nel restarsene solo a guardare le travi matura una strana ebbrezza che gli adulti fanno fatica a comprendere e che eccede la noia del momento: non potrebbe essere che proprio lì, in quella strana e incomprensibile ebbrezza, inizi a formarsi la disposizione del poeta?
L'ineffabile della poesia sembra essere alla portata di quel ragazzo steso sul letto, ma sorprendentemente capace di cogliere le “ombre passeggere” che attraversano il soffitto. Sinisgalli lo affermerà esplicitamente qualche anno dopo con L'età della luna, ma già nel 1940 prova a liberare il motivo dell'infanzia contadina da quel velo patetico che non consente di coglierne interamente il valore. Nel ragazzo che muore un poco e che stenta a uscire dall'infanzia, Sinisgalli sembra riconoscere l'immobilità dello scriba (fra l'altro, titolo del libretto cui si fa riferimento, poi confluito nell'Età della luna), del poeta, dunque dell'uomo del Sud che ha alle sue origini un disordine elementare che cerca di compensare rintracciando sul soffitto, nel vuoto, oltre il reale, le linee segrete della natura. È una prospettiva eccentrica rispetto a quella adottata da Rocco Scotellaro, ma punta al medesimo orizzonte. È come se nel poeta e nel bambino, nemici dell'evidenza, si potesse ritrovare la matrice dell'uomo del Sud, cupo, annoiato, anche biasimato, ma arcaico e sapiente e finalmente interessato alle pieghe riposte dell'anima e forse persino in grado di comprenderle dal suo esilio.
Insomma, nel giusto equilibrio tra innocenza ed esperienza, c'è la natura più profonda e libera di chi scrive, che somiglia sorprendentemente all'apparente passività del ragazzo che guarda il soffitto, a quell'ansiosa immobilità, a quell'infanzia inquieta che, né gioco né impegno, costituisce il presupposto essenziale per connettersi con il mondo circostante, senza però cedere alle sue imposizioni e, perciò, provando ad astrarsene, per essere davvero libero.
Quale auspicio migliore per gli uomini del Sud di oggi?