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08/02/2026 ore 06.30
Cultura

Lucrezia della Valle: la poetessa calabrese che illuminò l’Accademia Cosentina

Sapiente umanista, fine intellettuale. Di lei resta un unico sonetto trascritto da Salvatore Spiriti. Eppure la sua luce non si spense, tanto che ancora oggi un liceo porta il suo nome

di Nuccia Benvenuto

La donna della quale voglio raccontarvi, poetessa elegante e raffinata oltre che sapiente umanista, di nobile famiglia, è vissuta per circa cinquant’anni a Cosenza, città nella quale le è stata intitolata una scuola; ma, dietro il nome del noto liceo, pochi sanno che batte il cuore di una intellettuale ante litteram: Lucrezia della Valle (1565-1622).

Il problema, quando si tratta di ricostruire la vita delle autrici – chissà perché? – è sempre lo stesso: ci sono pochi dati, non si trovano i testi. Ci resta, purtroppo, di Lucrezia, un unico sonetto del quale dobbiamo ringraziare Salvatore Spiriti che lo trascrisse; dobbiamo altresì rimproverarlo perché, pur considerando gli scritti di Lucrezia – già conservati da Giacomo de Fabritiis con la raccolta di Rime petrarchesche che contenevano 42 sonetti, 1 canzone, 3 sestine, 6 ballate e un capitolo sulla natura dell’amore, parto d’ingegno assai versato nelle lettere – non ebbe cura di custodirli e così andarono persi. Anche per altri scritti dobbiamo accontentarci dei titoli: De elegantiis Latinae linguae a melioribus scriptorum excerptis e Librum Carminum Italiorum. Ma se ci sono i titoli, ci saranno state anche le opere!

Cara Lucrezia, chi sei stata? Dubbi, sulla data di nascita e di morte, tanti, ma poi chiariti; scomparsa di tutte le composizioni vergate di tuo pugno. Dobbiamo farci bastare questo proemio:

Non con la fiamma dell’impura face, / non con lo stral che le vili alme fere, / il cor mi punse, e accesemi il pensiere / l’altero Dio ch’ogni durezza sface. / Ma con quel foco suo dolce e vivace / che tolse in pria dalle celesti sfere, / e con quella saetta, il cui potere / anche ai spirti gentil diletta e piace. / Quindi egli avvien che dall’acceso petto / escon le voci mie legate in rima / per far palese la sua gi(o)ja altrui. / Santo Amor, deh non far, ch’ove diletto / ebbi nel farmi a te ligia da prima, / dica in fin, lassa me! Qual son, qual fui!

Lucrezia, punta dalla freccia di Cupido, ha paura che amore non le consenta più il controllo e che divampi come fuoco nel suo petto. Di chi era la saetta che colpì il suo spirito gentile? Di Giovan Battista Sambiasi, l’uomo che sposò e dal quale ebbe sei figli, o di Sertorio Quattromani, il famoso letterato e poeta, suo maestro, fratello della madre, insomma… lo zio?

Mi piace seguire sul filo della fantasia romanzesca, che potrebbe essere anche realtà, ciò che immagina Coriolano Martirano per i due innamorati, Lucrezia e Sertorio: il rapporto maestro-allieva, il platonico amore di due anime accomunate dalla passione per la poesia e la conoscenza.

Fatto sta che tra maldicenze, allusioni, allontanamenti da zio Sertorio, Lucrezia accrebbe la sua fama fino a diventare unica rappresentante del genio femminile, autorevole presenza dell’Accademia Cosentina (Olympia dicta inter Constantes) che, purtroppo, ascese, troppo presto, al vero Olimpo del diletto eterno.

Quando Lucrezia morì, lo zio scrisse: La fortuna mi ha tolto ogni consolazione, col tormi una nipote che era l’occhio mio destro. E tracciò un profilo della nipote sia fisico che intellettuale, da alcuni inteso come una dichiarazione d’amore, da altri come innocente affetto. Ricetto d’ogni virtù, et bella et savia sopra quante io ne ho vedute.

A lei vennero dedicati questi versi da Fabrizio Marotta e inviati al Quattromani a mo’ di consolazione… racqueta dunque il duol / raffrena il pianto / Sertorio, ché tra lumi ella più ardenti / Risplende e l’ombre ha del rio mondo a scherno.

Lucrezia rappresenta il classico modello femminile di come la passione e l’amore per la poesia riescano a fare miracoli quando una donna decide di scrivere, di comporre, conciliando l’attività domestica con quella di letterata. E, pur essendo nobile, non dovrà essere stato così semplice per lei, con una famiglia così numerosa come la sua, dedicarsi alla scrittura, allo studio, alla ricerca, nell’invidiabile biblioteca nella quale erano conservati i libri dei Sambiasi, dei Della Valle, dei Quattromani.

Innamorata o no, amata o meno dallo zio, che cosa importa? Lo status di donna colta, eruditissima, non glielo può levare nessuno, a Lucrezia della Valle, la splendente, di bellezza e d’alto ingegno: è così difficile perdonare – perché poi si dovrebbe? – a una donna, questa accoppiata vincente?

Io vedo soltanto la luce, di Lucrezia, che illumina, ancora oggi, la sua Cosenza.

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