Mogol compie 90 anni, una vita di parole diventate canzoni: da Battisti a Mina, la storia di un mito
Giulio Rapetti celebra il traguardo dei novant’anni dopo una carriera straordinaria: 1.776 brani depositati alla SIAE, oltre 523 milioni di dischi venduti e collaborazioni che hanno segnato la musica italiana
“Un angelo caduto in volo / questo tu ora sei/ in tutti i sogni miei/ come ti vorrei/ come ti vorrei”.
Sono le parole di “Mi ritorni in mente”, uno dei tanti miracoli nati dall’incontro fra Giulio Rapetti - per tutti Mogol - e Lucio Battisti. Oggi, 17 agosto 2026, Mogol compie novant’anni. E, forse, il modo più appropriato per celebrare questo traguardo è proprio partire dalle parole: perché la sua vita, prima ancora che una biografia, è una sterminata geografia di parole diventate musica, emozione, memoria.
Mogol arriva ai novant’anni con 1.776 brani depositati alla SIAE e una quantità di dischi venduti che supera i 523 milioni nel mondo, numeri ricordati dallo stesso autore sul palco dell’Ariston nel 2026, quando gli è stato conferito il Premio alla carriera “Città di Sanremo”.
Ma i numeri, per quanto vertiginosi, raccontano soltanto la superficie. Per comprendere davvero Mogol bisogna entrare nelle canzoni.
Dalle traduzioni allo pseudonimo Mogol:
Giulio Rapetti nasce a Milano il 17 agosto 1936. La musica entra presto nella sua vita attraverso la Ricordi, casa discografica nella quale lavorava anche il padre, Mariano Rapetti. Il giovane Giulio comincia traducendo e adattando canzoni straniere. Fra queste c'è “A World Without Love”, ma anche “Space Oddity” di David Bowie, trasformata in italiano in “Ragazzo solo, ragazza sola”. Mogol ha raccontato che Bowie apprezzò talmente l'adattamento da arrivare a interpretarlo personalmente in italiano.
Persino il nome con cui sarebbe entrato nella storia nasce quasi per caso. Giulio Rapetti non voleva utilizzare il cognome paterno e presentò alla SIAE una trentina di pseudonimi. Fra questi c'era “Mogol”. Fu quello scelto. E così Giulio Rapetti scomparve quasi definitivamente dietro un nome destinato a diventare uno dei più celebri della cultura italiana.
Nel 1961 arriva il primo grande riconoscimento: “Al di là”, scritta con Carlo Donida, vince il Festival di Sanremo nell'interpretazione di Betty Curtis e Luciano Tajoli. È l'inizio di una carriera destinata a dilatarsi ben oltre i confini della semplice scrittura di testi.
Mina, Tenco e una generazione irripetibile:
Prima ancora di Battisti, Mogol attraversa buona parte della grande stagione della canzone italiana.
Conosce Mina quando è ancora Baby Gate e racconta di averla convinta, nel 1960, a incidere “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli, brano che in quel momento molti interpreti avevano rifiutato. Mina avrebbe poi inciso numerose canzoni firmate da Mogol, fra cui “Briciole di baci”, “Insieme”, “Io e te da soli”, “Amor mio” e “La mente torna”. Di queste citate Mogol è autore della parte letteraria, mentre Battisti della parte musicale.
Poi c'è Luigi Tenco, con il quale Mogol visse uno degli episodi più dolorosi della propria esistenza. Tenco voleva portare a Sanremo “Ciao amore ciao”. Mogol cercò di dissuaderlo: riteneva il brano straordinario, ma inadatto alla logica del Festival. Racconta di aver trascorso con lui parte di una notte, in una pensione, tentando inutilmente di convincerlo a rinunciare. Tenco andò comunque a Sanremo. Quello che accadde dopo appartiene alla storia della musica italiana.
Poi arrivò Lucio
L'incontro con Lucio Battisti è il capitolo che avrebbe cambiato per sempre la storia della musica italiana.
Mogol ha raccontato che Battisti gli fu presentato come un giovane musicista ancora acerbo. Il primo giudizio fu persino severo: «Non è un granché», disse dopo averlo ascoltato. Battisti rispose: «Lo so». Da quel momento, però, qualcosa cambiò. Mogol intuì che dietro quella timidezza e quella voce apparentemente lontana dai canoni tradizionali c'era qualcosa di irripetibile.
Mogol lo convinse persino a cantare le proprie canzoni. Battisti inizialmente avrebbe preferito scrivere per altri, ma la sua interpretazione si rivelava spesso più convincente di quella degli interpreti ai quali affidava i brani. La prima canzone composta insieme fu “Dolce di giorno”. Poi arrivò “29 settembre”, affidata all'Equipe 84 e alla straordinaria voce di Maurizio Vandelli, e la musica italiana entrò in una nuova epoca.
Da lì arrivarono “Balla Linda”, “Acqua azzurra, acqua chiara”, “Un'avventura”, “Non è Francesca”, “Emozioni”, “Mi ritorni in mente”, “La canzone del sole”, “Anche per te”, “Il mio canto libero”, “I giardini di marzo”, “La collina dei ciliegi”, “Anima latina”, “Ancora tu”, “Una donna per amico”.
Mogol raccontava le emozioni attraverso immagini quotidiane, frammenti di vita, corpi, paesaggi, stagioni, separazioni. Battisti trasformava quelle parole in architetture melodiche spesso imprevedibili. L'uno sembrava completare ciò che mancava all'altro. La stessa definizione utilizzata da Mogol è quasi una formula definitiva: “MogolBattisti o BattistiMogol”.
La cavalcata e la nascita di un mito
Fra gli episodi più celebri della loro storia c'è il viaggio a cavallo compiuto nel 1970 da Milano a Roma. Un'esperienza quasi cinematografica: due uomini immersi nella natura italiana, lontani dalle convenzioni dell'industria musicale. Quel viaggio sarebbe diventato parte della mitologia della coppia.
Le canzoni, intanto, nascevano in maniera quasi artigianale. Mogol ha raccontato di scrivere mentre Battisti suonava, nella casa di campagna al Dosso di Coroldo: Lucio sul divano, lui disteso sul tappeto. E da quella apparente semplicità nacquero frasi che sono entrate nel linguaggio comune: “Tu chiamale se vuoi emozioni”, “lo scopriremo solo vivendo”. Persino i luoghi commerciali hanno preso in prestito titoli delle sue canzoni: Mogol ricordava, per esempio, la diffusione di “Innocenti evasioni” come denominazione di night club e motel.
Mogol e Mina: l'altra grande storia
Il rapporto con Mina merita un capitolo autonomo. La “Tigre di Cremona” ha interpretato numerose composizioni di Mogol e Mogol-Battisti. Fra tutte, “Insieme”, “Io e te da soli”, “Amor mio” e “La mente torna”. Eppure alcune delle canzoni più celebri della coppia non entrarono nel repertorio della cantante: Mina, ha ricordato Mogol, rifiutò “Il mio canto libero” e “Ancora tu”. È un curioso paradosso della storia della musica: persino una canzone destinata a diventare simbolo di una generazione può essere stata, inizialmente, una canzone che qualcuno non volle cantare.
Gli altri Mogol
Ridurre Mogol a Battisti significherebbe compiere un'ingiustizia nei confronti di una carriera sterminata.
Ha scritto per Equipe 84, i Camaleonti, Dik Dik, Patty Pravo, Caterina Caselli, Bobby Solo, Fausto Leali, Little Tony, PFM, Umberto Tozzi, Riccardo Cocciante, Gianni Morandi, Adriano Celentano, Mango, Zucchero e moltissimi altri.
Con Riccardo Cocciante arrivarono “Cervo a primavera”, “Se stiamo insieme”, “Celeste nostalgia”, “Questione di feeling”. Con Adriano Celentano, più tardi, “L'emozione non ha voce”, “Confessa” e soprattutto “L'arcobaleno”.
Con Mango nacquero altri momenti memorabili. Con Celentano, Mogol avrebbe aperto una nuova stagione della propria scrittura, dimostrando che la sua poetica poteva sopravvivere al tramonto degli anni Sessanta e Settanta.
E c'è un'altra storia significativa: quella con Gianni Morandi. Quando il cantante attraversò una fase di profonda crisi e pensò persino di abbandonare la musica per dedicarsi al violoncello, Mogol fu coinvolto nel tentativo di riportarlo alla canzone. Da quell'incontro nacque “Canzoni stonate”. Mogol ha raccontato di averla scritta quasi d'istinto, mentre Morandi suonava.
Gli errori che diventano storia
Mogol ha anche il raro privilegio di poter raccontare i propri errori con la leggerezza di chi sa che, talvolta, persino un errore può entrare nella leggenda.
In “Eppur mi son scordato di te” compare l'espressione “capelli verderame”. Mogol ha confessato che si trattò di un lapsus, nato mentre si trovava nelle campagne piemontesi, fra i vigneti. Nessuno se ne accorse per anni.
E poi c'è “Motocicletta 10 HP”. La canzone suscitò polemiche e accuse di maschilismo. Mogol ha spiegato che intendeva raccontare un uomo fragile e ingenuo, disposto a tutto pur di ottenere una notte d'amore. La polemica, tuttavia, finì per contribuire alla fortuna del brano.
La separazione da Battisti e il rimpianto
Nel 1980, con “Una giornata uggiosa”, si conclude il sodalizio discografico fra Mogol e Battisti.
La rottura, ha spiegato Mogol, fu legata anche a una questione di rapporti editoriali ed economici: lui rivendicava una distribuzione paritaria dei ricavi. Ma ha sempre precisato che non si trattò di una guerra personale.
Oggi, alla soglia e poi al compimento dei novant'anni, quella vicenda assume un'altra luce. In una recente intervista Mogol ha ammesso il proprio più grande rimpianto: non essersi riconciliato con Battisti prima della sua morte. Ed è qui che la biografia diventa, ancora una volta, poesia. Nel 1998 Battisti muore. L'anno successivo Mogol scrive per Adriano Celentano “L'arcobaleno”. Ha raccontato che una medium lo aveva contattato sostenendo di essere in comunicazione con Lucio e di avere una canzone da consegnargli. Mogol non le credette. Poi vide una fotografia di Battisti circondato da un arcobaleno. Qualche tempo dopo, durante un viaggio in automobile, un vero arcobaleno attraversò il suo cammino proprio mentre gli mancava il verso conclusivo. La canzone nacque in quindici minuti.
La leggenda, naturalmente, appartiene al racconto di Mogol. Ma la canzone appartiene ormai alla memoria di tutti.
Un uomo che ha rischiato la vita
La vita di Mogol è stata anche sorprendentemente avventurosa. Ha raccontato di essere stato circondato dagli squali durante un'immersione in Australia e di essere riuscito a tornare lentamente a riva. In un'altra immersione, a Porto Rotondo, rischiò di morire dopo essere rimasto intrappolato sott'acqua con tre bombole; in un'altra ancora, schiacciato dai pesi sul fondo, riuscì a raggiungere la superficie arrampicandosi su uno scoglio.
E c'è il bambino della guerra: Mogol ricorda il sibilo delle bombe e gli scantinati di Carugo. Racconta persino di essersi fatto costruire un piccolo cannone di legno, appeso in alto nella cantina, per quella che definisce la sua personale “contraerea”.
Sono episodi che sembrano appartenere a un romanzo. E forse spiegano anche quella particolare attitudine a osservare la vita come materia narrativa.
Novant'anni dopo
Mogol ha attraversato il dopoguerra, il boom economico, la contestazione, gli anni di piombo, la televisione, il vinile, le musicassette, il CD, la rivoluzione digitale e lo streaming. Ha attraversato generazioni senza smettere di parlare alle generazioni.
La sua forza è stata quella di aver compreso, prima di molti altri, che una canzone popolare poteva diventare letteratura senza smettere di essere popolare. Ha scritto di amori clandestini, separazioni, donne sole, ragazzi, viaggi, corpi, libertà, nostalgia, desiderio. Ha dato parole a emozioni che spesso le persone possedevano senza sapere come nominarle. Per questo, novant'anni dopo la nascita di Giulio Rapetti, è difficile stabilire dove finisca Mogol e dove cominci la memoria degli italiani. Forse perché le sue canzoni hanno compiuto il prodigio più raro: hanno smesso di appartenere al loro autore per appartenere a chi le ascolta. E allora quel verso iniziale ritorna, come una porta che si apre sulla memoria:
Un angelo caduto in volo...
È Lucio, certo. Ma è anche il tempo che passa, gli amici che non ci sono più, gli amori perduti, la giovinezza che ritorna soltanto attraverso una melodia. E Mogol, a novant'anni, resta lì: con le parole in mano e un'intera Italia dentro una canzone.