Non chiamatelo amore, il nuovo libro di Cataldo Calabretta: «I media raccontino il femminicidio senza stereotipi e alibi»
Il docente universitario e volto televisivo firma con Vittoriana Abate “Non chiamatelo amore. Quei bravi ragazzi che uccidono”, un volume che intreccia analisi giuridica, cronaca e riflessione culturale per promuovere una nuova coscienza civile
Cataldo Calabretta è annoverato tra i più autorevoli esperti del rapporto tra diritto, cronaca giudiziaria e informazione televisiva. Ha costruito un percorso professionale che coniuga professione forense, accademica e divulgazione, diventando negli anni un volto familiare ai telespettatori della Tv di Stato, tra le voci più competenti sui grandi casi di cronaca nera.
Firma la rubrica dedicata al crime sul settimanale Chi di Mondadori, e, insieme alla giornalista Rai Vittoriana Abate, è autore del volume “Non chiamatelo amore. Quei bravi ragazzi che uccidono” (Graus Edizioni), un saggio che affronta il fenomeno del femminicidio intrecciando analisi giuridica, cronaca e riflessione culturale. La prefazione è curata dalla parlamentare Martina Semenzato, presidente della Commissione d’inchiesta su Femminicidio e violenza di genere, la postfazione dall’avvocato Claudia Eccher, membro laico del Csm. Calabretta ha insegnato al Master di Criminologia dell’Università Sapienza di Roma, attualmente è docente di Diritto dell’Informazione e dei nuovi media all’Università Magna Graecia di Catanzaro e all’Università eCampus di Novedrate.
Il titolo del libro, Non chiamatelo amore, è già una presa di posizione molto netta. Qual è il messaggio che avete voluto lanciare e quali equivoci intendete smontare?
Il titolo è la sintesi del messaggio che attraversa tutto il libro: l’amore non uccide, non controlla, non umilia e non annienta la libertà dell’altro. Abbiamo voluto smontare uno degli equivoci più pericolosi della nostra cultura, quello che tende ancora a confondere il possesso con il sentimento, la gelosia con l’amore e il controllo con l’interesse. Ogni volta che definiamo questi comportamenti come “troppo amore” finiamo, anche inconsapevolmente, per attenuare la responsabilità dell’autore della violenza. Il femminicidio non nasce da un eccesso di amore, ma dall’incapacità di accettare la libertà della donna. È un fenomeno culturale prima ancora che criminale. Per questo il libro invita a cambiare linguaggio, perché il linguaggio costruisce il modo in cui una società interpreta la realtà.
Nel volume affrontate il tema dei cosiddetti “bravi ragazzi”, uomini spesso descritti come insospettabili. Perché questa narrazione rischia di diventare un alibi culturale più che una spiegazione?
Perché concentra l’attenzione sull’apparente eccezionalità dell’autore invece che sulle dinamiche della violenza. Sentiamo spesso dire: “era un bravo ragazzo”, “nessuno avrebbe mai immaginato”. In realtà, dietro quasi ogni femminicidio esistono segnali precedenti: controllo, isolamento della vittima, manipolazione, violenza psicologica, ricatti emotivi, talvolta violenza economica. Definire questi uomini “insospettabili” rischia di trasmettere l’idea che il femminicidio sia imprevedibile, quando invece è spesso l’ultimo atto di un percorso già iniziato molto tempo prima. È proprio questa rappresentazione che il libro intende superare.
Come valuta l’evoluzione della legislazione italiana, dal Codice Rosso fino all’introduzione del reato autonomo di femminicidio? Le norme oggi sono sufficienti o resta ancora molto da fare?
Negli ultimi anni il Legislatore ha compiuto passi importanti. Il Codice Rosso ha accelerato gli interventi dell’autorità giudiziaria, rafforzato gli strumenti cautelari e aumentato la tutela. L’introduzione del reato autonomo di femminicidio rappresenta un ulteriore passaggio simbolico e giuridico di grande rilievo, perché riconosce la specificità della violenza di genere e afferma che non siamo davanti ad un omicidio qualsiasi. Tuttavia le leggi, da sole, non bastano. La vera sfida riguarda la loro applicazione uniforme, la formazione degli operatori, il coordinamento tra magistratura, forze dell’ordine, servizi sociali e centri antiviolenza. Una buona norma perde efficacia se manca una cultura capace di renderla realmente operativa.
Il generale Roberto Vannacci ha criticato l’introduzione del reato autonomo di femminicidio, sostenendo che non ce ne fosse bisogno. Lei cosa ne pensa?
Rispetto tutte le opinioni, ma su questo punto non condivido la posizione del generale Vannacci. Il reato di femminicidio non nasce per attribuire un diverso valore alla vita di una donna rispetto a quella di un uomo. Nasce per riconoscere una specifica matrice criminologica e sociale: l’uccisione di una donna in quanto donna, quale esito estremo di un percorso di violenza, dominio, sopraffazione e negazione della sua libertà di autodeterminarsi.
L’introduzione della legge n. 181 del 2025, che ha previsto il reato autonomo di femminicidio punito con l’ergastolo, rappresenta un approdo importante del nostro ordinamento. Non si tratta soltanto di un aggravamento sanzionatorio, ma di un preciso riconoscimento giuridico e culturale di un fenomeno che presenta caratteristiche proprie e che non può essere ricondotto alla generica categoria dell’omicidio volontario.
Le norme esprimono i valori che una comunità intende difendere. Il Legislatore ha voluto affermare con chiarezza che la violenza di genere costituisce una lesione gravissima dei diritti fondamentali della persona e richiede strumenti specifici di prevenzione, tutela e repressione.
Naturalmente nessuna legge, da sola, impedirà un femminicidio. Ma sostenere che questa norma fosse inutile significa, a mio avviso, sottovalutare il valore che il diritto assume nella costruzione della coscienza collettiva. Il reato autonomo non risolve il problema, ma rappresenta un tassello fondamentale di una strategia più ampia che comprende prevenzione, educazione, formazione e cambiamento culturale. Per questo ritengo che la sua introduzione sia stata una scelta giusta e necessaria.
Il libro racconta vicende molto diverse tra loro, ma accomunate da dinamiche ricorrenti. Quali sono i segnali che troppo spesso vengono ignorati e che invece dovrebbero essere riconosciuti per prevenire la violenza?
I segnali raramente arrivano all’improvviso. Cominciano con il controllo del telefono, delle amicizie, del modo di vestirsi, degli spostamenti. Proseguono con la svalutazione continua, l’isolamento dai familiari, il ricatto economico, la gelosia patologica, l’incapacità di accettare un rifiuto o una separazione. Esiste anche una violenza psicologica che lascia ferite invisibili ma profonde e che troppo spesso viene sottovalutata. Dobbiamo imparare a riconoscere questi comportamenti quando sono ancora all’inizio. La prevenzione non inizia davanti ad un tribunale, ma molto prima, nella capacità della società di leggere quei segnali.
Lei conosce da vicino sia il mondo del diritto sia quello dell’informazione. Quanto conta il modo in cui i media raccontano un femminicidio nel formare la coscienza collettiva e nel contrastare gli stereotipi?
Tanto. Il modo in cui raccontiamo un delitto contribuisce a costruire la coscienza collettiva. Quando il racconto si concentra sul “raptus”, sul delitto passionale o sulla spettacolarizzazione della tragedia, si finisce per oscurare le vere cause della violenza. L’informazione deve invece spiegare il contesto, le dinamiche di dominio, i segnali ignorati e gli strumenti di tutela disponibili. I giornalisti e i comunicatori hanno una funzione sociale: non devono limitarsi a raccontare ciò che è accaduto, ma aiutare i cittadini a comprendere perché è accaduto e come si possa evitare che accada ancora. È un dovere etico oltre che professionale.
Dopo aver scritto questo libro, quale cambiamento culturale ritiene più urgente? Cosa dovrebbe fare l’Italia, nelle scuole, nelle istituzioni e nella società, affinché un giorno non sia più necessario raccontare queste storie?
La battaglia decisiva si gioca sul terreno dell’educazione. Dobbiamo insegnare ai ragazzi il valore del consenso, del rispetto, dell’autonomia della persona e dell’uguaglianza tra uomo e donna fin dall’infanzia. Le scuole devono diventare luoghi di educazione affettiva e civica, le istituzioni devono investire nella prevenzione e nella formazione degli operatori, mentre i media devono assumersi fino in fondo la responsabilità del proprio linguaggio. Il nostro auspicio è che questo libro diventi presto inutile. Sarebbe il risultato migliore: significherebbe vivere in una società nella quale nessuna donna viene più uccisa perché ha deciso di essere libera. Fino a quel giorno abbiamo il dovere di continuare a parlarne, studiare il fenomeno e contrastarlo con gli strumenti del diritto, della cultura e dell’informazione.
Da tempo lavora con Vittoriana Abate, giornalista esperta di cronaca nera, storica collaboratrice di Bruno Vespa e volto di punta della Rai. Cosa rappresenta questo sodalizio professionale?
Quello con Vittoriana è un sodalizio professionale e umano che quest’anno festeggia quindici anni. È un percorso costruito sulla reciproca stima, sulla condivisione di un metodo di lavoro rigoroso e sulla convinzione che cronaca e diritto debbano dialogare per offrire al pubblico una lettura più completa dei grandi fatti di attualità. Non chiamatelo amore è il nostro terzo libro, ma in questi anni abbiamo condiviso molto di più. Abbiamo ideato, scritto e condotto format e rubriche per la Rai, partecipato a convegni, incontri nelle scuole, iniziative culturali e progetti di sensibilizzazione in tutta Italia, sempre con l’obiettivo di trasformare la cronaca giudiziaria in uno strumento di conoscenza e di crescita civile.
Se devo scegliere un ricordo, penso inevitabilmente alla rubrica dedicata ai cold case italiani all’interno di Estate in Diretta del 2015. Fu uno spazio che ottenne un risultato straordinario, arrivando a toccare punte del 24% di share. Dimostrò che il pubblico apprezza un’informazione seria, documentata e rispettosa, capace di approfondire senza spettacolarizzare.
Quella rubrica vide la luce grazie alla lungimiranza di una dirigente Rai di grande valore, Raffaella Santilli, che intuì l’interesse del pubblico verso un racconto della cronaca fondato sull’approfondimento. Le sono ancora oggi riconoscente per aver creduto in quel progetto.
Con Vittoriana continuiamo a lavorare con lo stesso spirito di allora: unire il rigore dell’analisi giuridica all’esperienza giornalistica, nella convinzione che una buona informazione possa contribuire concretamente alla formazione della coscienza civile del Paese.