Sezioni
Edizioni locali
30/03/2026 ore 10.00
Cultura

Paesi fantasma e Cristi vivi in Calabria: il paradosso della Settimana Santa nelle terre dell’abbandono

Sono tantissimi i paesi che in questi giorni vivono rituali di devozione estrema. Tra flagellazioni e processioni, il sangue diventa simbolo di resistenza, memoria e coesione sociale, un ultimo legame con il sacro anche in territori segnati dallo spopolamento

di Gianfranco Donadio*

Il metallo morde la carne con un suono umido, un colpo sordo che precede il fiotto. Non è un’iperbole letteraria, è la cronaca di un mattino che sta per arrivare a Nocera Terinese, dove il cardo, quel pezzo di sughero irto di tredici frammenti di vetro, batterà ritmicamente anche quest’anno sulle cosce di uomini che hanno deciso di farsi cristi per un giorno. Il sangue scivolerà sui polpacci, laverà il selciato, si mescolerà al vino spruzzato per disinfettare o forse per stordire. Intorno, il silenzio di un paese che durante l’anno conta più gatti che anime si spaccherà in un rito complesso. È un’estetica della sofferenza che farebbe inorridire un sociologo da salotto, ma che qui, tra i tornanti di una Calabria che si svuota come un’arteria recisa, rappresenta l’ultimo cordone ombelicale con il sacro.

Inizia oggi la Settimana Santa. Quella in cui la contabilità demografica dell’Istat cede il passo a una liturgia del sangue e del legno. Questi paesi non sono più luoghi, sono scenografie del rimorso. Case con le persiane sbarrate da decenni osservano il passaggio di ritualità e processioni che sembrano sopravvissute a un naufragio antropologico. Mentre l’Italia dei centri commerciali prepara le scampagnate di Pasquetta, a Verbicaro o a Mesoraca ci si prepara a una recita potente, necessaria, quasi ferina. La chiamano devozione. I critici la chiamano folklore. Gli abitanti, quei pochi rimasti a presidiare le rovine, la chiamano vita. O meglio, l’unico modo per sentirsi ancora vivi in un deserto di migrazioni dove i figli non tornano più, se non come spettri digitali dentro uno schermo.

L’”imitatio Christi” in Calabria non è un esercizio intellettuale sulla pietà del Nazareno. È una sovrapposizione biologica. A Cassano Ionio, le “Discipline” non sono metafore, ma sono flagelli che frustano l'aria e la schiena. A Caulonia, il “Caracolo” è un movimento ondulatorio di folla che sembra un organismo unico, una marea umana che cerca di esorcizzare l’abbandono collettivo attraverso il movimento perpetuo tra i vicoli. Il devoto non ricorda il dolore di un altro; lo abita. Si fa corpo del reato. In questa ostentazione del tormento leggo una ribellione muta contro l’oblio. Se il paese muore, se le scuole chiudono, se l’ufficio postale è un miraggio, allora il sangue versato per strada diventa l’inchiostro rosso con cui scrivere un’ultima riga di resistenza sulla mappa.

C’è un paradosso vertiginoso in queste pietre. Più le comunità si assottigliano, più il rito si fa estremo. Come se la concentrazione della sofferenza dovesse compensare la rarefazione degli abitanti. Un’alchimia disperata. Guardando le donne a piedi nudi ad Amantea, con gli sguardi persi in un vuoto che sa di preghiera e di fame atavica, si avverte il peso di una storia che non ha mai smesso di essere tragica. La Calabria non ha conosciuto il Rinascimento, dicono alcuni. Forse è vero. È rimasta inchiodata a un barocco cupo, viscerale, dove la resurrezione è solo un’ipotesi lontana, mentre il venerdì santo è l’unica certezza carnale. Qui il sacro è fisico. È pesante. È il legno della croce che scava la spalla fino a farla sanguinare sotto il sole che già scalda lo jonio.

L'errore dei colti è guardare a tutto questo con il paternalismo di chi osserva una riserva indiana. Non c'è nulla di pittoresco nel sudore che brucia negli occhi sotto il cappuccio dei flagellanti. È una violenza simbolica che spaventa perché ci ricorda quanto sia sottile la crosta della nostra modernità asettica. Sotto i pixel e le connessioni veloci, batte ancora il cuore di un’umanità che ha bisogno del sacrificio per giustificare l'esistenza. In questi paesi ormai fantasma, la Settimana Santa è il momento in cui i morti sembrano tornare a camminare insieme ai vivi, in un'allucinazione collettiva che trasforma lo spopolamento in una presenza ingombrante. Il sangue non è mai soltanto sangue. È l'ultimo collante sociale rimasto. Quando la struttura dello Stato arretra, resta la processione. È l'unico momento in cui la comunità si ricompatta intorno a un feretro di legno dorato.

È una bellezza feroce, questa persistenza. La bellezza di chi non si arrende all'evidenza dei numeri. Il rito risponde che il tempo non esiste, che la ferita di oggi è la stessa di tre secoli fa. È una sfida al cronometro del progresso. Mentre il mondo corre verso un'immortalità digitale senza corpo, il calabrese che si percuote la carne riafferma la dittatura del muscolo e della vena. Forse, è un atto di superbia spirituale camuffato da umiltà. Una pedagogia del dolore che insegna a resistere a chi non ha più nulla a cui aggrapparsi se non a una statua di legno e a un camice bianco macchiato di rosso.

Usciremo anche da questa settimana con l'odore di incenso e di aceto nelle narici e una strana pesantezza nel petto. Si tornerà alle città illuminate, alle scrivanie, ai dibattiti sulla “valorizzazione dei territori”. Termini vuoti. Gusci di plastica. La realtà è altrove. È in quel rintocco di campana che scuote le pietre di un paese dove ormai l'unico rumore è il vento. È nel gesto di un uomo che, sabato sera, si laverà le gambe in una bacinella di plastica dietro un vicolo e tornerà a essere un anonimo cittadino del nulla. Ci si chiede, allora, chi sia il vero spettro. Se colui che sanguina per un Dio che tace o noi, che guardiamo tutto questo attraverso il vetro temperato di uno smartphone, convinti di aver capito tutto, senza aver sentito sulla pelle nemmeno un brivido di quel vetro che morde.

Forse la vera tragedia non è lo spopolamento, ma la perdita del senso del sacrificio. Se non c’è più nulla per cui valga la pena farsi male, allora restano solo le case vuote. E allora quel sangue sulle pietre non è un residuo del passato, ma un monito per il futuro: fate attenzione, perché quando l'ultima ferita si sarà rimarginata e l'ultimo penitente avrà deposto il flagello, resterà solo il silenzio. E quel silenzio sarà molto più doloroso di qualsiasi colpo di cardo.

Chissà se da qui a sabato avremo il coraggio di guardarci dentro quelle piaghe o se preferiremo, ancora una volta, girare lo sguardo altrove, verso la prossima notifica.

Documentarista Unical*