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09/05/2026 ore 18.18
Cultura

Pantaleone Sergi: «Trump, Putin e Netanyahu come Hitler e Mussolini. Viviamo tempi da “tregenda”»

Lo storico giornalista d’inchiesta di origini calabresi analizza il presente partendo dal suo ultimo romanzo “Rosso podestà”, che fa parte della quadrilogia di Mambrici: «Luogo simbolico ma anche aderente alla realtà»

di Ernesto Mastroianni

C’è un Sud che resiste alla dimenticanza attraverso la memoria, la lingua e il racconto. Ed è il Sud che attraversa le pagine di Pantaleone Sergi, storico giornalista d’inchiesta e autore tra le voci più autorevoli della narrativa meridionale contemporanea.

In questa intervista, Sergi ripercorre il passaggio dal giornalismo alla narrativa, il valore della memoria storica, le illusioni del Novecento e le inquietudini del presente. Al centro, il suo ultimo romanzo “Rosso podestà”, ambientato nella simbolica Mambrici, una Calabria insieme reale e universale, dove si intrecciano fascismo, trasformismo politico, sentimenti umani e destino collettivo. Ne emerge una riflessione lucida sul rapporto tra potere, storia e identità meridionale, ma anche sul futuro del giornalismo, sull’intelligenza artificiale e sulla crisi della democrazia in un tempo segnato da nuove paure globali.

Sergi, lei arriva da una lunga esperienza nel giornalismo d’inchiesta: cosa le ha dato la narrativa che il giornalismo non riusciva più a esprimere?
Sì, arrivo tardi alla narrativa ma ci arrivo con un buon bagaglio di esperienze umane e professionali. Ho fatto il giornalista per una lunga e difficile stagione e l’ho potuto fare come tutti sognano di farlo. Questo mi ha permesso di raccontare il bene e il male, di leggere con occhio attento e critico gli avvenimenti e i mutamenti di un lungo periodo di storia della Calabria e del Mezzogiorno, con proiezioni anche nazionali e internazionali. Una volta libero dalle gabbie che pur sempre il giornalismo ti impone – gabbie, tecniche e gabbie editoriali – ho pensato di valorizzare questa esperienza. Arrivo così alla narrativa con la voglia, soprattutto, di utilizzare una lingua viva che attinge al giornalismo, ed è però contaminata dal dialetto. Mi dicono che l'esperimento sia riuscito. Non uso la lingua pura di Manzoni e di Verga ma nemmeno quella di Camilleri che è altra cosa. Uso il dialetto e lo uso laddove la parola è essenziale, insostituibile con un lemma in italiano.

Mambrici è diventata la sua “Macondo” calabrese: quanto c’è di reale e quanto di simbolico in questo luogo?
Come accennavo uno scrittore è la sua lingua, ma è anche la storia che racconta. E questa storia si svolge in un luogo, in un contesto. Mambrici è letterariamente molto più modesta del Macondo di Garcia Marquez, ma a quella realtà letteraria si ispira. È molto distante però dalla Vigata del commissario Montalbano, un luogo che sa di cartolina,non di vita vissuta. Mambrici, per questo, è simbolica ed è allo stesso tempo reale, è qualsiasi paesino della Calabria, è un teatro in cui recitano gli stessi personaggi. Pepé, protagonista di questo mio ultimo romanzo “Rosso podestà” ne è un esempio: un personaggio come lui lo si trovava ovunque.

Pepè Pellicari è un personaggio irrisolto, ambiguo, a tratti contraddittorio: rappresenta solo un uomo o un’intera stagione della storia italiana?
È l'uomo perché, con le sua debolezza, le sue albagie, i suoi errori e i suoi amori, è frutto esclusivamente della fantasia letteraria. La vita è fatta di sentimenti, sono la molla dell’agire quotidiano che conto di continuare a esplorare, come ho fatto ora e nei miei precedenti romanzi che hanno una loro continuità, dacché fanno parte di una quadrilogia, la quadrilogia di Mambrici. Pepè ben rappresenta, tuttavia,quel periodo drammatico della nostra storia, in cui non era“permesso” altro che vivere da fascista. Cosa che ognuno però interpretava a modo suo. Per cui Pepé è fascista della prima ora, vive questo suo fascismo a modo suo, ne beneficia in Colonia, e ancora di più tornando in Italia e diventando podestà. Poi, come tanti, tra i primi, si accorse di aver vissuto una stagione di grande illusione. La sua candidatura con il partito comunista è tratta dal reale. Ovunque il partito comunista "pescò" tra le gerarchie fasciste perché non aveva propri dirigenti. Lo fece anche la Dc che imbarcò gran parte del personale politico del regime. E furono diversi, allora i voltagabbana e i trasformisti. In Calabria basta ricordare Silvio Messinetti, che fu vice podestà di Crotone e poi deputato del Pci. E lo stesso Luca de Luca, per non dire di Gennaro Miceli che sarebbe diventato vice di Togliatti alla Camera.
 

Nel romanzo emerge il rapporto tra ideologia e realtà: quanto le illusioni politiche del Novecento parlano ancora al presente?
Ora stiamo vivendo un periodo confuso della storia, quasi irreale. Soprattutto dopo le certezze che pensavamo di avere acquisito, conquistato. Non so se allora vivevamo di illusioni politiche, ma anche adesso i grandi temi del Novecento, hanno un loro peso, una loro vita. Penso ai temi del lavoro e della dignità, della libertà e della giustizia sociale di cui “Rosso podestà” si occupa pure.


Nei suoi libri la storia collettiva si intreccia sempre con vicende intime e familiari: è questa la chiave per raccontare davvero il Sud?
Un critico letterario molto attento, Alessandro Gaudio, ha scritto che attraverso Pepé, personaggio certamente emblematico e allo stesso tempo problematico, il romanzo costituisce una riflessione sul rapporto tra individuo, potere e contesto in cui la storia si dipana. Non so se sia questo l'unico modo di raccontare il Sud. Di certo, sono convinto che la grande storia, se proprio non è la sommatoria di mille e mille storie anche minime, si proietta su di esse e le condiziona. Se il mio protagonista, fosse vissuto in epoca liberale o repubblicana suoi comportamenti sarebbero stati diversi, forse come quelli di don Florindo del primo romanzo “Liberandis domini”, oppure come quelli del giovane Zanda del secondo, “Il giudice, sua madre e il basilisco”.

Dopo aver raccontato mafia, potere e trasformazioni sociali, cosa le piacerebbe indagare attraverso la letteratura?
I sentimenti. Sì, proprio i sentimenti. Mi piacerebbe avere la capacità di raccontare una storia di sentimenti, non tanto di innamoramenti ma di quelle emozioni che diventano determinanti nei comportamenti umani. Quei comportamenti che poi incidono sulla società, sul vissuto collettivo e non solo sul privato.

Il giornalismo oggi appare in grande difficoltà. Muore la carta stampata; il web impazza; l’ IA è destinata a rivoluzionare ogni attività umana. C’è speranza per l’intelligenza umana?
Parto dalla seconda parte della domanda e le racconto un episodio. Io ho un “bel rapporto” con l'intelligenza artificiale… ci diamo del tu. Mi diverte. La utilizzo. Tempo fa le ho chiesto alcune riflessioni e mi dava sempre risposte non solo sbagliate, ma stupide. Gliele ho contestate e mi ha risposto semplicemente che lei non è un uomo bensì una macchina programmata così e non poteva cambiare le risposte. Mi pare che l'intelligenza artificiale, quindi, abbia risposto anche per me. Per ora ha bisogno dell'intelligenza umana e a parere mio ne avrà bisogno sempre. Per quanto riguarda il giornalismo, a mio modo di vedere, direi che non è morto e non può morire. È gravemente malato, questo sì. Ma c'è bisogno sempre di una mediazione umana tra un evento e il suo racconto. Il fatto è che oggi non si vedono in giro tanti giornalisti capaci di farlo. Accade perché esiste davvero una crisi profonda e drammatica della carta stampata, come lei giustamente dice, una crisi che ancora il giornalismo radio-televisivo e sul web non riesce a colmare. Manca il medium e la formazione perché mancano le redazioni dove di sono formate generazioni di giornalisti. Oggi c’è chi si alza la mattina, non sa che fare, apre il computer, si inventa un blog e pensa di essere giornalista, di fare un giornale. C'è tanto ancora da correggere in questa realtà. E siamo ancora in tempo.

La follia al potere. La democrazia in grave difficoltà. La guerra è tornata alla grande . Cosa sta succedendo?
Come gli anni venti-trenta del ’900 che sono il cuore, lo scenario di fondo di “Rosso podestà”, oggi si vivono le stesse paure. Allora c'erano Hitler e Mussolini i quali destabilizzarono il mondo con la catastrofe che ne seguì. Oggi viviamo la stessa situazione, la stessa realtà con Trump, Netanyahu e Putin che non solo mettono all’angolo la democrazia, ma tendono a volte a cancellarla, a schiacciarla come una mosca fastidiosa. Viviamo tempi da tregenda. C’è da sperare che questa esplosione di follia che scuote il mondo abbia presto termine, che la comunità mondiale ritrovi quell’equilibrio ora infranto. Per il bene di tutti.