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08/03/2026 ore 17.05
Cultura

Papasidero prima di Roma: nel libro di Domenico Oliva le radici arcaiche della religio romana

In “Gli dei ci guardano” la Grotta del Romito diventa l’origine simbolica di un percorso che dalle incisioni rupestri e dai riti preistorici conduce alla religione pubblica e istituzionale dell’antica Roma

di Redazione Cultura

Un prefazione d’eccezione per il libro di Domenico Oliva, Gli dei ci guardano – Le religione tra la fondazione di Roma e il Mediterraneo antico, quella di Marco Guidi editorialista de Il Messaggero, ex professore di storia romana e allievo della compianta Marta Sordi che, ancora oggi, è una colonna portante nello studio della storia romana.

C’è un passaggio affascinante nel libro Gli Dei ci guardano in cui la riflessione sulla religione romana affonda le sue radici molto prima di Roma, molto prima persino della storia scritta. E approda in un luogo che pochi si aspetterebbero di trovare in un’opera dedicata al sacro romano: Papasidero, piccolo centro della Calabria, custode di una delle più straordinarie testimonianze del Paleolitico europeo.

«Nel mondo antico non esistette popolo più religioso dei romani». È un’affermazione che ricorre spesso negli studi di antichistica. Ma cosa significa davvero? Più religiosi degli egizi, immersi in un universo simbolico dove ogni animale poteva essere divino? Più religiosi degli ebrei, custodi di un monoteismo che avrebbe cambiato la storia dell’umanità?

La risposta, suggerisce Oliva, sta nel comprendere cosa fosse la religio per i Romani.

Religio: un patto con l’invisibile

Per Roma, almeno fino al III secolo d.C., la religione non era solo fede, ma rapporto giuridico e sacrale con il divino. Un sistema fondato sul principio dello scambio: onori, sacrifici, formule rituali in cambio della benevolentia deorum.

Un contratto, quasi commerciale, ma intriso di timore reverenziale. Ogni atto pubblico – dichiarare guerra, inaugurare un ponte, eleggere un magistrato – richiedeva formule esatte. Un errore rituale poteva compromettere l’esito stesso dell’impresa.

Gli dèi erano ovunque. Anche quelli sconosciuti. Se ad Atene esisteva un altare “al dio ignoto”, a Roma gli dèi ignoti erano molti, e tutti degni di rispetto. Eppure questa religiosità così strutturata non nacque completa. Non fu, per usare un’immagine mitologica, come Atena che balza armata dalla testa di Zeus. Fu il risultato di stratificazioni millenarie, influenze, sedimentazioni culturali che affondano nelle epoche più remote.

Ed è qui che il libro compie un salto sorprendente. Parla della Grotta del Romito: il sacro prima di Roma; a 296 metri sul livello del mare, nel territorio di Papasidero, si apre la Grotta del Romito. Qui, oltre 10.000 anni fa, uomini del Paleolitico incisero nella roccia due possenti bovidi (Bos primigenius).

Non è solo arte. È simbolo. È rito. È visione del mondo. Nel sito sono state rinvenute: sepolture intenzionali risalenti a circa 7.200 a.C.; coppie di individui deposte secondo uno schema preciso, un’anomalia rispetto ad altri contesti europei; conchiglie marine lavorate, segno di contatti con il Tirreno; semi di Vitis silvestris; palchi di cervo deposti in fosse con probabile significato rituale.

La grotta, suggeriscono gli archeologi, possedeva una propria sacralità e Oliva inserisce Papasidero non come digressione archeologica, ma come radice del sacro occidentale. Per comprendere la religione romana bisogna comprendere l’homo religiosus, quell’essere umano che, già nel Paleolitico, percepiva il mondo come attraversato da forze invisibili.

Dal Paleolitico al pomerium il passo è breve. Nel sistema tradizionale della preistoria – età della pietra, del bronzo, del ferro – l’età della pietra segna la nascita della cultura simbolica. Con il Neolitico arrivano: agricoltura, allevamento, ceramica e una nuova concezione dello spazio sacro.

La relazione con la terra diventa mistica. Nascita, morte e rinascita entrano nei rituali. Le figurine femminili paleolitiche, le cosiddette “Veneri”, testimoniano un culto della fecondità e della rigenerazione.

Da questo lungo percorso emerge un dato fondamentale: il sacro non è un’invenzione storica, ma una struttura della coscienza umana. E quando Roma traccia il suo pomerium – il solco sacro dell’aratro che delimita la città – ripete un gesto che ha radici profondissime. Il lituo del sacerdote, il confine rituale, la formula pronunciata correttamente: tutto rimanda a quell’antica percezione del mondo come spazio abitato dal mistero.

Gli Dei ci guardano è un libro che unisce preistoria e Roma; è un’opera ambiziosa e articolata. Non si limita a descrivere riti e divinità. Offre una visione d’insieme sulla mentalità romana, sul rapporto tra mondo visibile e invisibile, sulla concezione della vita e della morte.

Il capitolo dedicato ai sacrifici umani, ad esempio, sorprenderà molti lettori, mostrando aspetti meno noti della religiosità antica. Ma ciò che colpisce maggiormente è la capacità di collegare: la Grotta del Romito, le culture paleolitiche, le prime forme di simbolismo religioso e la sofisticata religione pubblica di Roma.

Non è una semplice ricostruzione storica. È una cavalcata nello spirito profondo dell’uomo mediterraneo. Inserire Papasidero in un libro sulla religione romana non è un vezzo erudito, è una chiave di lettura; è un messaggio: Roma non nasce nel vuoto.

Dietro il formalismo dei pontifices, dietro il rigore dei riti, dietro il contratto con gli dèi, c’è un’eredità arcaica fatta di paura, meraviglia, simbolo, ricerca, domande. Dalla roccia incisa cin l’immagine di un bue selvatico fino ai templi del Foro, il filo è lo stesso: il bisogno umano di dare ordine al mistero.

E forse è proprio questo il senso ultimo del libro di Domenico Oliva: ricordarci che, prima ancora di essere cittadini, guerrieri o legislatori, gli uomini sono stati – e restano – esseri religiosi.