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07/06/2026 ore 17.10
Cultura

Pino Aprile racconta il Sud in musica: «La canzone può raggiungerti anche se non la scegli, ti entra nell’anima»

Con il progetto “Ti parlo dei Sud”, realizzato insieme ai Renanera, il giornalista e scrittore ha trasformato alcune delle pagine più significative della storia e dell'immaginario meridionale

di Ernesto Mastroianni

Da oltre un decennio il nome di Pino Aprile è al centro del dibattito sulla memoria storica del Mezzogiorno. Giornalista, già vicedirettore di Oggi e direttore di Gente, autore del bestseller Terroni, già direttore anche della nostra testata LaC News24, Aprile ha dedicato gran parte della sua attività intellettuale al recupero di vicende, personaggi e luoghi che, a suo giudizio, la narrazione ufficiale della storia nazionale ha relegato ai margini. Attraverso libri, conferenze e interventi pubblici, ha cercato di restituire dignità a una memoria collettiva spesso dimenticata, contribuendo a riaccendere il confronto sulla cosiddetta questione meridionale.

Negli ultimi anni questo percorso si è arricchito di una nuova dimensione espressiva: la musica. Con il progetto Ti parlo dei Sud, realizzato insieme ai Renanera, Aprile ha trasformato alcune delle pagine più significative della storia e dell'immaginario meridionale in racconti in musica, dando voce a vicende che oscillano tra memoria, identità, migrazione e riscatto.

Nel suo percorso di scrittore e giornalista lei ha sempre cercato di restituire voce al Sud dimenticato. Come nasce l’idea di raccontare il Sud attraverso la musica, oltre che attraverso la parola scritta?
«Ci sono vicende, episodi della nostra terra, della nostra storia, che contengono già in sé una sorta di ritmo, di suoni che richiamano quelli che tutti abbiamo, anche inconsapevolmente, nella memoria collettiva. Basta restare con l'anima aperta, ricettiva, per coglierli. Nascono così i racconti musicati finiti nel Cd “Ti parlo dei Sud” - Canzoni di Pino Aprile, interpretate dai Renanera. Il grande Predrag Matvejevic, autore di “Breviario mediterraneo”, diceva che i poeti non esistono, ma esiste la poesia, che esala dalla terra, resa fertile dalle vite, gli umori, le lacrime, il sudore, il seme e i corpi disfatti degli esseri umani. Bambini e poeti possono percepire quella che lui chiamava “geopoetica” e trasmetterla agli altri. Non sarebbero creatori, ma traduttori, interpreti. Quando composi “Ti parlo del Sud”, la prima canzone, circa 25 anni fa, in un taxi a Madrid, e la inviai per telefonino ad Al Bano, che la incise, gli dicevo meravigliato della facilità con cui la musica si era stesa sui versi, in meno di mezz'ora. “La musica è nell'aria. E prima o poi, ognuno di noi ne respira un po', se non si chiude”, rispose. Non sono musicista né poeta, ma cerco di ascoltare e riferire. In fondo, solo un modo diverso di essere cronista della nostra storia».

Che differenza c’è, per lei, tra raccontare la memoria attraverso un libro e farlo invece attraverso una canzone?
«Un libro necessita di spazio, tempo, approfondimento, tappe di scrittura e di lettura, persino il gesto di scelta di quale libro scrivere e, per chi riceve, quale leggere. Un incontro che avviene in modo consapevole, ragionato. La musica irrompe al disotto della linea della coscienza, è un linguaggio universale, attivo da milioni di anni, non ha bisogno di esser tradotto. E si porta appresso le parole, che invece esistono solo da poche decine di migliaia di anni e restringono il campo alla lingua cui appartengono. La canzone dura pochi minuti, ma può raggiungerti anche se non la scegli, non bussa alla porta».

Mongiana rappresenta uno dei simboli della storia industriale cancellata del Mezzogiorno. Qual è stato l’aspetto che più l’ha colpita o indignata durante il lavoro su questo progetto?
«A Mongiana dedicai un capitolo in Terroni. Lo avevo scritto trent'anni prima, scoprendola insieme al mio amico Sharo Gambino, delizioso narratore del suo Ancinale, delle Serre. Riscrissi il testo trent'anni dopo. Ero ammirato dalla serietà, completezza di documenti e studi prodotti da Amedeo Matacena e Brunello de Stefano Manno sull'eccellenza della fabbrica calabrese. Fa pena vedere gli sforzi per cancellarla, condotti da chi di quella storia è figlio. Una persona senza pregiudizi che visiti l'acciaieria oggi finalmente restaurata, non credo possa non avvertire qualcosa. È successo a Eugenio Bennato, che ha fatto un capolavoro. La sua musica trasmette quell'emozione».

Le sue canzoni sembrano intrecciare denuncia, nostalgia e identità. Quanto conta, oggi, recuperare una memoria emotiva del Sud e non soltanto storica?
«In “Ti parlo dei Sud” si narrano storie che, se la memoria dei vinti non fosse condannata all'oblio e allo scherno, riempirebbero le piazze, i canali di divulgazione, sarebbero occasione di industria culturale e turistica, oltre che di recupero identitario (e forse questo si teme). Si pensi alla vicenda di Giulietta e Romeo calabresi, Bernardino Abenavoli e Antonia Alberti, a Pentedattilo; al mito di Diomede in Puglia, che sposa la figlia del re Dauno, fonda città, viene ucciso dal suocero e alle pietre delle mura di Troia su cui è scolpita l'Iliade, oggi esposte a Manfredonia; la lettera al figlio Dante, di Nicola Sacco (“Il testamento di Abele”), poco prima di esser bruciato innocente sulla sedia elettrica... sino alla ninna nanna di una mamma a Gaza. Il potere ha i suoi trombettieri, agli ultimi resta il canto, ma libero. E “il popolo che canta non morrà”».

Nel panorama culturale contemporaneo, ritiene che il Meridione sia ancora raccontato attraverso stereotipi? E la musica può diventare uno strumento per ribaltare questa narrazione?
«I meridionali sono i vinti della storia del nostro Paese. E la storia dei vinti va sporcata, negata e irrisa. Lo spiegano bene Milan Kundera, Antonio Gramsci e tanti altri, non a caso, fra i più onesti e coraggiosi. La prima cosa che il potere fa al vinto è amputargli la memoria e confezionargli una storia che lo veda colpevole e “inscritto” in quella del vincitore, ma in condizione subordinata. E sono le voci “di servizio” degli stessi vinti, spesso persino convintamente, per aver fatto propri i pregiudizi a proprio danno, a sostenere e difendere il racconto che alimenta sottomissione. È l'ebreo Giuseppe Flavio che canta il potere romano, feroce “per necessità”, sulla Palestina. Non si insegna il genocidio degli Armeni nelle università turche o quello dei palestinesi (eccezion fatta per Ilan Pappè) a Tel Aviv. Possibile che non esista una parola, un'idea, un'opera che accoppiata alla parola “borbonico” non sia negativa? La comunicazione ufficiale, le cattedre sono l'ufficio stampa del vincitore, salvo eccezioni (vedi i professori Vittorio Daniele o Giuseppe Gangemi). Mentre la versione dei vinti passa per l'arte: è nei quadri di Goya sui massacri napoleonici in Spagna (liberté, fraternité...), di Picasso sul bombardamento nazi-fascista di Guernica; nelle filastrocche di paese e nei racconti familiari. Nelle canzoni sui e dei briganti (grazie, Eugenio Bennato), su quanto fu fatto al Sud per annettere il Regno delle Due Sicilie a quello di Sardegna (andava fatta l'Italia, non ridurre il Sud a colonia interna)».

C’è un brano dell’album a cui si sente particolarmente legato perché racchiude meglio il senso della sua battaglia culturale per il Sud?
«Ogni brano è nato da un moto dell'animo. Ma, se dovessi indicarne uno, sceglierei “Le sirene di Ellis Island”, sui migranti che sfidano la morte nel Canale di Sicilia: mio padre emigrò in Africa; e a New York, nell'archivio di Ellis Island, scoprii che il nonno di cui porto il nome era passato di lì».

Lei ha attraversato il giornalismo, la saggistica e ora anche la composizione musicale. Quale linguaggio sente più vicino quando vuole parlare dell’anima del Mezzogiorno?
«Sono linguaggi diversi: la musica serve per entrare nell'anima dell'interlocutore, accendere una luce. La parola scritta per spiegare».

Se un giovane del Sud ascoltasse oggi La memoria negata di Mongiana, quale consapevolezza o quale sentimento vorrebbe lasciargli?
«Non fidarti, nemmeno di questo mio consiglio, perché i consigli sono la merce a più buon mercato: cerca da solo chi sei (non quello che ti dicono sei). Questa ricerca (sempre più il lavoro della psicanalisi scivola dalla storia personale in quella della famiglia, del popolo di cui si è parte) porta dolore e maturità. Ma è così che si cresce. Nicola Zitara mi raccontò la vicenda di un professore di Pavia, suo collega, figlio di un calabrese, ma che non era mai stato nella regione e nel paese del padre. Né aveva mai incontrato i suoi parenti terroni. Un anno, finita la scuola, seguì Nicola e andò sull'Aspromonte, nel paese d'origine. Vestito da “signore”, incontrò i cugini pastori, con pelli di pecora, intimiditi. Non si capirono. Chiese di vedere la casa che era stata di suo padre. Man mano che vi si avvicinava, era sempre più turbato, poi cominciò a tremare, cadde in ginocchio e scoppio a piangere. Aveva recuperato la parte perduta di sé».

Dalle parole di Pino Aprile emerge una concezione della memoria che va oltre la semplice ricostruzione storica. La memoria, per lui, è innanzitutto un fatto umano, emotivo e identitario: un legame profondo con le proprie origini che permette di comprendere il presente e di guardare al futuro con maggiore consapevolezza. In questa prospettiva, la musica diventa uno strumento privilegiato per raggiungere le persone, per suscitare emozioni e per restituire voce a storie troppo a lungo dimenticate.