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24/05/2026 ore 18.34
Cultura

Quarant’anni di servizio nelle istituzioni italiane, il generale Errigo si racconta: «Volevo cantare, ho scelto lo Stato»

Dal sogno della musica ai vertici della Guardia di Finanza, il comandante delle Fiamme Gialle firma un'autobiografia che è atto d'accusa e dichiarazione d'amore alla Calabria: «Il compromesso si consuma in mille piccole capitolazioni» 

di Battista Bruno

Una vita attraversata da sogni, disciplina, istituzioni e radici mai recise. Nel libro “Volevo solo cantare. La storia di Emilio Errigo. Ascesa di un giovane calabrese al cuore dello Stato”, il generale Emilio Errigo ripercorre oltre quarant’anni di servizio nelle istituzioni italiane, intrecciando memoria personale e storia collettiva.

Dalla Calabria degli anni difficili alla Guardia di Finanza, dai sogni giovanili legati alla musica fino ai vertici dello Stato, Errigo racconta il peso delle scelte, il valore della dignità e il significato profondo dell’essere calabrese anche lontano dalla propria terra.

Ne emerge un dialogo intenso e autentico, curato dal figlio Antonio, che diventa anche una riflessione sul presente: sulla legalità, sul compromesso, sulla crisi dei valori e sul futuro del Sud. Un’intervista che è insieme racconto umano, testimonianza civile e messaggio rivolto alle nuove generazioni.

Generale Errigo, perché ha sentito il bisogno, proprio oggi, di raccontare la sua storia?
«Perché ho vissuto per oltre quarant’anni dentro le istituzioni di questo Paese, ho attraversato stagioni politiche che hanno cambiato l’Italia, ho combattuto battaglie che nessuno avrebbe voluto combattere e alla fine mio figlio Antonio che ha curato la stesura di questa lunga intervista mi ha detto: “se non lo racconto tu, chi lo racconta?”. Viviamo in un’epoca in cui la memoria si consuma velocemente, in cui i fatti vengono travolti dalla narrazione dei fatti, in cui la verità è spesso la vittima più silenziosa. Questo libro nasce da un dialogo intimo, ed è proprio quella intimità che gli dà forza. Non è un’autobiografia celebrativa. È un tentativo onesto di restituire senso a una traiettoria di vita. E la Calabria, in tutto questo, è il cuore pulsante. Non potevo aspettare ancora. La Calabria non può aspettare ancora».

Nel libro emerge una Calabria povera ma ricca di valori. Quanto quelle radici hanno inciso nella sua formazione?
«Mi permetta di correggere il tiro: nel libro emerge una Calabria semplice nella sua enorme complessità, ma non povera. In ogni caso le mie radici hanno inciso nella mia formazione in modo assoluto. Determinante. Non c’è altro modo per dirlo. Sono nato a Reggio Calabria nel 1957. Sono cresciuto in una famiglia che mi ha trasmesso qualcosa che non si compra e non si insegna nelle accademie: il senso della dignità. La dignità del lavoro, della parola data, di guardare negli occhi chi hai davanti senza abbassare lo sguardo. La Calabria mi ha sin da subito insegnato la differenza sostanziale tra l’avere e l’essere. Quella lezione non l’ho mai dimenticata, nemmeno nei momenti in cui il potere avrebbe potuto farmi credere il contrario. Anzi: nei momenti più difficili della mia carriera, quando le pressioni erano più forti, quando qualcuno cercava di piegarmi, è sempre lì che sono tornato. A quella semplicità. Alla Calabria dei miei valori, quella che ti forma in un modo particolare e ti espone presto alla contraddizione: una bellezza smisurata e una complessità altrettanto grande. Impari a non illuderti, ma anche a non arrenderti. È una terra che ti tempra».

Sognava la musica, il canto. Quanto è stato difficile rinunciare a quel sogno per scegliere la divisa?
«Non ho mai smesso di rimpiangere quella voce, a tratti. Ma non ho mai vissuto quella scelta come una rinuncia definitiva. Da giovane, il canto era la mia libertà. Era il modo in cui un ragazzo calabrese riusciva a sentirsi grande. Quando ho scelto la Guardia di Finanza, ho scelto una forma diversa di vocazione. Non meno impegnativa, non meno totalizzante. E col tempo ho capito che la musica non era scomparsa dalla mia vita: era semplicemente cambiata di forma. La disciplina del musicista, la capacità di ascoltare, di leggere il silenzio tra le note, tutto questo mi ha accompagnato anche nelle nelle stanze delle istituzioni. Chi ha cantato sa stare anche nel silenzio. E sa anche quando è il momento di alzare la voce».

Scrivendo questo libro, cosa ha scoperto di sé che prima non conosceva davvero?
«Che avevo smesso di farmi domande. Per quarant’anni ho risposto ed impartito ordini, firmato atti, preso decisioni. La macchina istituzionale ti assorbe in un ritmo che non lascia spazio alla riflessione su sé stessi. Funzioni. Produci. Vai avanti. E non te ne accorgi nemmeno, perché quel ritmo ti sembra normale, anzi necessario. Raccontare mi ha obbligato a fermarmi. A guardare indietro senza la fretta di chi ha sempre un’altra riunione, un’altra firma, un altro dossier. E quello che ho trovato, guardando, mi ha sorpreso. Ho scoperto che molte delle scelte che credevo razionali erano invece profondamente radicate in qualcosa di viscerale: la terra da cui vengo, una certa idea di giustizia che mi ero costruito da ragazzo e che non ho mai davvero abbandonato, nemmeno quando sarebbe stato più comodo farlo».

Dignità, sacrificio, onestà, disciplina: pensa che questi valori oggi si stiano perdendo?
«Non si stanno perdendo. Si stanno nascondendo. E questo è forse più pericoloso. La perdita è visibile, affrontabile. Nasconderli no. Viviamo in un’epoca in cui le parole giuste vengono usate per coprire le azioni sbagliate. Tutti parlano di legalità, di trasparenza, di servizio pubblico. Pochissimi sono disposti a pagarne il prezzo. E il prezzo, lo garantisco, esiste sempre. Ho visto persone brillanti, preparate, che a un certo punto hanno scelto il compromesso. Non per cattiveria: per stanchezza, per convenienza, per quella logica sottile che ti dice tanto non cambia niente. È lì che si perde il valore. Non in un gesto clamoroso, ma in mille piccole capitolazioni quotidiane. Detto questo, ho anche visto, e lo dico con convinzione, una Calabria che resiste. Magistrati che tengono la schiena dritta, funzionari che fanno il loro lavoro senza clamore, giovani che scelgono di restare e lottare. Quella Calabria non fa notizia. Ma esiste. Ed è la più preziosa».

Che messaggio vuole lasciare ai giovani del Sud che oggi, come allora, sognano di partire?
«Partite, se dovete partire. Non abbiate paura di lasciare. Ma portate con voi la Calabria. Portatela come radice. Come bussola. Io sono partito a vent’anni con una valigia leggera e ho servito questo Stato per oltre quarantacinque anni in ogni angolo d’Italia e fuori. Non ho mai smesso di essere calabrese. E quella calabresità è stata la mia forza più grande. Ma voglio dire anche un’altra cosa, perché sarei disonesto se non la dicessi: la Calabria ha bisogno di voi. Non dei vostri rimpianti da lontano. Dei vostri talenti, della vostra intelligenza, della vostra rabbia costruttiva. Ho visto cosa significa tornare dopo quarantacinque anni. Ho visto cosa significa mettere la propria esperienza al servizio di questa terra. Non è facile. Anzi, è durissimo. Troverete resistenze, lentezze, frustrazioni che non riuscite a immaginare da fuori. Ma troverete anche un mare che non ha uguali. Una gente che quando si fida di te, ti dà tutto. E la consapevolezza, la sera, di star facendo qualcosa che conta».