Rende celebra Fellini al Cinema Santa Chiara: Ciprì «Impossibile imitarlo, resta un maestro dell’immaginario»
Due giorni di incontri e proiezioni nel cinema più antico della Calabria. Il regista racconta l’influenza del maestro e critica il cinema contemporaneo
L’uomo dei sogni, dell’assurdo, dei clown, della luna, delle visioni sospese tra inconscio e realtà. Federico Fellini torna a vivere a Rende, dove il Cinema Santa Chiara - tra i più antichi d’Italia - ha ospitato una due giorni di incontri e proiezioni dedicati al maestro.
Accoccolato tra le pietre del centro storico, il piccolo avamposto della Settima Arte si è trasformato in uno spazio di riflessione sul cinema e sull’immaginario felliniano.
Il progetto dedicato al grande maestro, avviato nel 2024 grazie allo stanziamento dei fondi dal Ministero dell’università ha bussato alla porta del Comune di Rende che ha voluto sposare l’iniziativa offrendo come cornice il suo cinema più bello.
Tra gli ospiti anche il regista Daniele Ciprì, che ha appena terminato di girare come direttore della Fotografia un film di un regista calabrese, e a queste latitudini ormai è di casa. Il suo cortometraggio “Omaggio a F.” in programma al Santa Chiara, è una dichiarazione d’amore per un regista che ha esplorato molti mondi.
«È difficilissimo fare un omaggio a un maestro come Federico Fellini. Tutto quello che ho assimilato dal suo cinema, come spettatore e quasi come suo allievo - perché per me Fellini è stato un grande maestro - riguarda il suo immaginario. Un immaginario fatto di sogni, incubi, visioni, che lui portava nei suoi film».
Il suo cortometraggio raccoglie molte suggestioni di Fellini.
«Ho voluto omaggiarlo proprio partendo da questo: dalla sua mente, come una confusione di elementi, dal clown alla “cicciona”, alle donne di borgata, ai suoi luoghi. È un piccolo omaggio al suo mondo, niente di più. L’ho rispettato e continuo a rispettarlo, perché è stato davvero un maestro dell’immaginario.»
Qual è il film che l’ha fatta innamorare di Fellini?
«Per me tutti. Qualsiasi film di Federico Fellini è qualcosa di magico. Lui era un grande artigiano del cinema. Però, se devo citarne alcuni, penso a 8½ e Amarcord: sono film in cui c’è tutta la sua vita. Dentro c’è il suo immaginario, la sua verità, la sua realtà ricostruita con strumenti artigianali. È un regista completo. Ne esistessero oggi come lui…»
Il suo cinema è ancora un riferimento?
«Lo è. Noi abbiamo avuto il miglior cinema al mondo, non dobbiamo dimenticarlo, basti pensare non solo a Fellini, ma anche a Rossellini. In passato abbiamo prodotto un patrimonio enorme che ha influenzato il cinema americano ed europeo, in particolare la Nouvelle Vague. Registi stranieri che sono dei pilastri, consideravano il nostro cinema italiano come un modello di riferimento anche per il fantastico e il cinema di genere. Mi piace ricordare anche Mario Bava, che Fellini citava spesso perché anche quell’immaginario faceva parte del suo. Fellini era il nostro Kubrick. Imitarlo è impossibile, questo posso garantirlo. Ma ricordarlo è fondamentale.»
Lei è anche direttore della fotografia e le piace collaborare con registi esordienti, ma mi spieghi una cosa, perché film e serie attuali sono così buie, illuminate appena da luci diegetiche accese sul set in modo così artificioso?
«Perché si insegue un'estetica omologata che viene considerata da produttori come Netflix “raffinata”.Le serie sono tutte uguali, hanno la stessa impronta, le stesse luci, la stessa patina. È uno standard. Io dico sempre che le serie di oggi sono molto brutte ma fatte molto bene».
Oggi la scrittura cinematografica italiana sembra più debole rispetto al passato. Perché?
«Non mi piace giudicare, anche perché in passato sono stato rimproverato per questo. Però penso una cosa: oggi nel nostro cinema manca un’esigenza. Gli autori non hanno più un’urgenza vera. C’è più calcolo. Si fanno film che funzionano, che sono rispettabili, ma che non mi emozionano. Non so perché. Mi viene in mente un episodio: mia madre, ogni volta che vede un film in bianco e nero, mi dice: “Daniele, ma com’è possibile che questi film non si dimenticano mai?”. Ecco, quella è la risposta.»