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02/06/2026 ore 13.15
Cultura

Rino Gaetano, dalla Calabria alla Nomentana la corsa spezzata di un anarchico gentile

A quarantacinque anni dalla morte del cantautore, restano le ombre sulla tragedia di Roma e l’attualità feroce delle sue canzoni

di Gianfranco Donadio*

Un cilindro sghembo, un frac consunto e un ukulele che sembrava un giocattolo tra le mani di un gigante provocatore. Quando Rino Gaetano sale sul palco di Sanremo nel 1978, l’Italia democristiana e bigotta si irrigidisce sulle poltrone. Non è musica, per loro. È un insulto alla compostezza del melodramma nazionale. Eppure, dietro quella filastrocca apparentemente innocua che ripeteva il nome di Gianna, si nascondeva un ghigno feroce, il primo affondo carnale contro il perbenismo di facciata che di lì a poco sarebbe affondato nei fumi degli anni di piombo. Rino cantava la realtà con la precisione chirurgica di un obiettivo cinematografico montato sulla spalla, senza filtri, senza la rassicurante retorica dei cantautori impegnati che frequentavano le parrocchie della sinistra intellettuale. Lui preferiva il fango delle strade, il dialetto invisibile delle contraddizioni.

Le sue radici affondavano nello ionio profondo, in quella Crotone che a metà Novecento era una promessa industriale già nata morta, sospesa tra le ciminiere delle fabbriche chimiche e il silenzio millenario della Magna Grecia. La Calabria Rino non la esibiva come un santino folkloristico. La masticava. C’è un filo invisibile, un cordone ombelicale mai reciso, che lega il disincanto della sua scrittura a quella terra di partenze coatte e ritorni impossibili. La sua non era la Calabria delle cartoline, ma quella della restanza dolorosa, del rifiuto di piegare la testa davanti al padrone di turno. Crotone restava sullo sfondo come un magnete oscuro, un paesaggio dell'anima fatto di polvere, sole che spacca le pietre e mare rabbioso. Da lì veniva lo sguardo laterale, quella capacità tutta meridionale di decifrare il potere ridendogli in faccia, smontando i soloni della politica con l'arma del nonsense, che nonsense non era mai.

Poi, la notte. Quella maledetta notte del 2 giugno 1981 sulla via Nomentana. Un camion, una Volvo che si accartoccia, le lamiere che stridono nel buio romano. La fine di un uomo, l'inizio del mito. E, inevitabilmente, del fango dei misteri. Sono passati quarantacinque anni. Quasi mezzo secolo di polvere sulle strade e di speculazioni sulla carne. C’è chi ha voluto vedere in quella morte un disegno geometrico, un’esecuzione orchestrata dai servizi segreti, dai poteri forti che il cantautore aveva osato nominare nei suoi elenchi spietati. Aveva cantato di logge, di palazzi, di banchieri e di ministri corrotti. Troppo scomodo. Troppo libero. La suggestione diventa ossessione quando si riascolta “La ballata di Renzo”, un pezzo registrato anni prima e rimasto nel cassetto, dove si narra la storia di un giovane che muore dopo essere stato respinto da tre ospedali romani per mancanza di posti letto. La precisione della coincidenza fa venire i brividi sulla pelle. Quella notte Rino Gaetano subì la stessa identica trafila burocratica, un rimpallo di ambulanze tra il Policlinico, il San Giovanni e il San Camillo mentre il sangue gli riempiva i polmoni.

Ma cercare il complotto a tutti i costi significa spesso sottrarsi alla verità più tragica e banale. Ridurre Rino Gaetano a un profeta assassinato dalla CIA o dalla massoneria vuol dire sminuire la sua grandezza, ingabbiarlo in una narrazione da spy-story che ne annulla la carne e il sangue. La sua morte non ha bisogno di complotti per essere spaventosa. Bastano la malasanità cronica di una capitale cinica, il destino bastardo che aspetta all'angolo della strada e la fragilità di un trentenne che aveva ancora troppo da gridare. Il vero mistero non sta nelle carte segrete o nelle canzoni premonitrici, ma nell'incredibile preveggenza dei suoi testi, nella capacità di fotografare un'Italia che quarantacinque anni dopo è ancora drammaticamente identica a se stessa, inchiodata agli stessi vizi, alle stesse facce di bronzo che lui sbeffeggiava a ritmo di reggae.

La Calabria oggi lo celebra, forse tardi, forse con quella retorica istituzionale che lui avrebbe preso a calci nel sedere. Crotone gli intitola piazze e festival, cercando di appropriarsi di un figlio che ha dovuto scappare per farsi ascoltare, ma che non ha mai smesso di portare addosso l'odore della sua costa. Il rischio è la museificazione, il pericolo di trasformare un ribelle anarchico e spigoloso in un rassicurante peluche della memoria collettiva da cantare nei karaoke estivi sulla spiaggia. Rino Gaetano era un corpo estraneo al sistema, un elemento di disturbo che non si faceva catalogare né a destra né a sinistra. La sua voce raschiava la gola perché raschiava la coscienza di una nazione intera.

Cosa resta, allora, quando si spegnono i riflettori e si smette di speculare sul sangue versato sulla Nomentana? Resta quell'immagine iniziale, quel cilindro preso in prestito dal circo della vita per svelare i trucchi dei prestigiatori della politica. Resta lo sguardo di un ragazzo di Crotone che guardava il cielo sapendo che, nonostante tutto, era sempre più blu, non per ottimismo ingenuo, ma per disperata e ostinata resistenza contro il grigiore del mondo. Forse la sua macchina non è finita contro un camion per un complotto di palazzo, ma la sua corsa si è fermata esattamente nel momento in cui l'Italia smetteva di sognare per addormentarsi nel lungo sonno del riflusso commerciale. E il dubbio, guardando i cieli d'oggi, è che quel cilindro sia rimasto lassù, irraggiungibile, a galleggiare sul vuoto delle nostre parole.
*Documentarista