“The Sea” a Santa Caterina dello Ionio, il regista Shai Carmeli Pollak: «L’idea del film nasce dalla realtà»
Il borgo catanzarese ha accolto il registra nell’ambito della rassegna Uno sguardo dalla Torre. La pellicola ha vinto cinque Premi Ophir ottenendo la candidatura alle selezioni degli Oscar 2026 per il Miglior film internazionale. Nonostante il plauso del pubblico, l'opera ha suscitato forti critiche da parte del Ministero della Cultura israeliano
Lo scorso 18 agosto, nei giardini di Torre Sant’Antonio a Santa Caterina dello ionio (Catanzaro), in occasione della X edizione della rassegna culturale “Uno sguardo dalla Torre”, si è tenuta la proiezione di “The Sea”, il film scritto e diretto dal regista israeliano Shai Carmeli Pollak, che è stato eccezionalmente presente alla serata per incontrare il pubblico e partecipare al dialogo coordinato da Marco Badolato, responsabile della rassegna e proprietario di Torre Sant’Antonio, il giornalista Franco Schipani e col supporto di traduzione di Isabella Badolato.
L’iniziativa è nata dalla collaborazione con la Pro Loco, e dal comune desiderio di offrire al territorio, non soltanto un appuntamento cinematografico, ma un’occasione di conoscenza, confronto e riflessione.
L’obiettivo non è quello di cercare risposte semplici ad una realtà molto complessa — quella della Palestina. Piuttosto, è provare a capire cosa accade oggi nei luoghi di guerra, oltre che ad indagare sulla responsabilità del cinema nel mantenere aperto uno spazio di conoscenza tra popoli condannati ad un conflitto che sembra senza fine.
La collaborazione israelo-palestinese e la trama
Shai Carmeli Pollak è il regista israeliano, mentre il produttore, anche attore nel film, Baher Agbariya è palestinese, così come gli interpreti principali e gran parte della troupe.
Questo non è un semplice dettaglio, ma ci suggerisce una prima chiave di lettura del film. In un contesto dominato da notizie di guerra, dolore e scontro, questa sinergia ha tradotto nei fatti la possibilità di un lavoro fianco a fianco per costruire un racconto comune dei territori dilaniati di Gaza e Cisgiordania.
La storia segue Khaled, un bambino palestinese di 12 anni che vive vicino a Ramallah e sogna di vedere il mare, distante pochissimi chilometri. Quando gli viene respinto il permesso a un checkpoint durante una gita scolastica, decide di scappare e attraversare il confine da solo.
Il padre Ribhi, lavoratore edile privo di documenti regolari, si mette disperatamente sulle sue tracce rischiando l'arresto.
Attraverso lo sguardo del protagonista, i confini e le restrizioni diventano un'esperienza umana concreta, e il mare assume il valore simbolico della libertà negata.
Il cinema come strumento di conoscenza
Girata nel maggio 2023, la pellicola mostra dettagli utili per far comprendere al pubblico europeo la quotidianità del territorio: dalle differenze tra i villaggi rurali e la modernità di Tel Aviv, fino alle barriere linguistiche tra arabo ed ebraico.
Emblematica è la scena in cui Khaled, giunto in città, non riesce a comunicare e cerca donne con il velo per chiedere indicazioni verso il mare.
Il film restituisce con nitidezza la costante tensione che circonda chi parla arabo a Tel Aviv, dove sia le forze dell'ordine sia i passanti mostrano una forte diffidenza.
Un clima di sospetto ben sintetizzato dal gesto dell'amico di Ribhi che, prima che questi parta alla ricerca del figlio, gli consegna una kippah consigliandogli di indossarla in caso di pericolo.
Durante la serata, il regista ha spiegato come, dopo i fatti del 7 ottobre 2023, la situazione sia degenerata in conflitto armato.
Pollak ha descritto una realtà segnata da una progressiva contrazione degli spazi per i palestinesi, circoscritti da barriere e confini fisici, arrivando a evocare il concetto di “apartheid”.
Nel suo racconto, le comunità palestinesi vedono continuamente ridursi i propri territori a causa di occupazioni e incursioni.
Un quadro drammatico che mostra come la situazione attuale superi ampiamente la realtà già complessa rappresentata nella pellicola.
Il successo e le controversie
“The Sea” ha vinto cinque Premi Ophir (gli "Oscar israeliani"), incluso il miglior film, ottenendo la candidatura alle selezioni degli Oscar 2026 per il Miglior film internazionale.
Nonostante abbia riscosso il plauso del pubblico, l'opera ha suscitato forti critiche da parte del Ministero della Cultura israeliano, Miki Zohar, che lo ha accusato di delegittimare le forze armate israeliane (IDF) e di diffondere una visione critica della realtà nei territori occupati.
Il ministro ha inoltre minacciato il taglio e lo stop definitivo ai finanziamenti pubblici per la cerimoniale dei Premi Ophir.
Il regista ha anche rivelato che l'iter per accedere ai finanziamenti pubblici ha richiesto ben sette anni: un percorso lungo e tortuoso dovuto non solo alla burocrazia, ma anche alla diffidenza verso un progetto che vedeva la collaborazione diretta di cast e produzione palestinesi.
Per quanto riguarda la distribuzione, pur senza un divieto formale nelle sale, il film ha dovuto affrontare ostacoli e forme di boicottaggio istituzionale.
“The Sea” resta assente dalle principali piattaforme mainstream e non è reperibile integralmente in rete, penalizzato dalle dure prese di posizione del ministro.
Tuttavia, grazie all'opera di doppiaggio e all'impegno di diversi giornalisti — tra cui Giulia Innocenzi — la pellicola sta trovando spazio in Italia con una serie di proiezioni indipendenti nei cinema del Paese.
L’intervista al regista
Dopo la proiezione di “The Sea” a Torre Sant’Antonio, il regista ha risposto ad alcune domande sul film, la situazione in Cisgiordania e il ruolo che il cinema può giocare nel conflitto.
Shai, la mia prima domanda è: da dove nasce l'idea per la trama di “The Sea”? Come sei arrivato a scegliere la prospettiva incontaminata di un bambino per affrontare un conflitto politico così complesso?
L'idea nasce dalla realtà. Sono arrivato in Cisgiordania per la prima volta come attivista, non come regista, e ho partecipato a molte proteste contro l'occupazione. Durante queste attività ho conosciuto molte persone e ho sentito le loro storie sul fatto che non è loro consentito andare al mare. Questo fa parte delle tante restrizioni sotto cui vivono: libertà di movimento limitata, restrizioni sul lavoro, sulla libertà di parola e forti discriminazioni sotto molti aspetti, come la gestione dell'acqua — i coloni ne ricevono quattro volte tanto rispetto ai palestinesi.
La loro vita è condizionata sotto ogni punto di vista. È un tema che mi ha toccato profondamente. Non so come sia successo dal punto di vista artistico, ma l'idea è arrivata all'improvviso.
L'idea del mare, il desiderio di raggiungerlo e questo viaggio simboleggiano l'aspirazione alla libertà. Ho capito che, non portando sulle spalle tutto il peso politico di un adulto, un bambino era il mezzo perfetto per mostrare alle persone l'impatto emotivo della situazione, non solo le informazioni.
E naturalmente c'è la storia di suo padre, che lo cerca correndo il rischio reale di essere arrestato e di perdere il lavoro. Questo mostra la realtà non solo dal punto di vista del bambino, ma anche da quello del genitore.
La produzione stessa è una dichiarazione rara e potente: un regista israeliano, un produttore palestinese (Baher Agbariya) e un cast e una troupe principalmente palestinesi che lavorano insieme. In un momento di estrema tensione regionale, questo spirito di collaborazione risalta. Senti che questo messaggio di umanità condivisa e collaborazione sia ciò che ha reso il film sgradito alle figure politiche, come il ministro della cultura israeliano?"
Non credo sia stata la collaborazione a renderlo sgradito. Prima di tutto, non è il primo film che [il ministro] attacca: ha preso di mira tutte le opere che non seguono la sua narrazione.
Vorrebbe che i film servissero solo da intrattenimento o che sostenessero le sue idee. È un nazionalista di destra e vuole che si facciano solo film di quel tipo.
Quindi non penso sia stata l'idea della collaborazione in sé, ma il tema stesso del film. È stato usato come scusa per controllare la destinazione dei fondi e limitare la libertà di espressione. Il suo obiettivo finale è questo.
Come ti senti di rispondere personalmente a questo tipo di critiche e alle minacce di tagli ai fondi da parte del governo?
Preferirei vivere in un paese con un ministro della cultura che supporta il cinema anche quando non ne condivide la linea politica.
Ma in questa realtà, con un governo così estremo e terribile, in un certo senso ho pensato che fosse un bene: promuovendo il film non ho dovuto spiegare che non rappresento questo governo, il ministro mi ha facilitato il compito.
In quest'ottica è stato un bene, anche se preferirei vivere in un contesto più illuminato.
Pensa che questa persona non ha nemmeno guardato il film e non si è vergognata di dire: "Non l'ho visto e non ho bisogno di vederlo per squalificarlo".
Questo è il livello. È sorprendente, perché la storia è semplice: un ragazzino che cerca di inseguire il suo sogno e raggiungere il mare.
Mi chiedo come una trama così semplice possa provocare una tale paura della censura in chi detiene il potere.
[Il ministro] ha colto l'opportunità per promuovere la sua agenda di limitazione della libertà di espressione.
C'è un forte sentimento nella destra israeliana secondo cui i registi di sinistra attingerebbero ai fondi pubblici per produrre storie "contro Israele".
Ha usato questa leva per attaccare il film.
Cambiando argomento: oggi siamo qui a Santa Caterina, un piccolo borgo della Calabria a due passi dal mare, lo stesso Mediterraneo che il protagonista sogna di raggiungere. Cosa significa per te condividere questa storia con un pubblico italiano, qui nel sud Italia?
Non è solo una questione di vicinanza al mare. Quando ho sentito parlare delle persone che vivono qui, molte delle quali sono legate alla terra e producono i propri prodotti agricoli, ho pensato che siano molto simili alla gente che incontro in Palestina.
Sentivo che questo tipo di storia potesse toccare ancora di più il loro cuore, perché possono in qualche modo rivedersi.
Certo, il film non rappresenta tutti gli aspetti della vita dei palestinesi, ma anche qui le persone sono legate alla terra e coltivano i propri prodotti — con la differenza che in Palestina devono subire gli attacchi dei coloni che cercano di espropriarla.
E poi c'è un altro legame, legato all'Italia in sé: una delle mie principali influenze cinematografiche per questo film è stata Ladri di biciclette di Vittorio De Sica.
Mi sento molto legato all'Italia per questo motivo; quel film mi ha influenzato profondamente.
Un altro punto riguarda proprio il Mar Mediterraneo, che unisce due storie apparentemente distanti: da un lato Khaled, per il quale il mare è un sogno negato, e dall'altro i tanti rifugiati che cercano di raggiungere le coste calabresi attraversandolo, a volte perdendo la vita.
Entrambe le realtà nascono dallo stesso problema: diritti umani fondamentali calpestati e vite soffocate dalla geopolitica di chi governa.
Cosa ne pensi? E credi che il cinema possa servire a dare voce e restituire empatia a chi è privato del diritto a un futuro?
Vedo assolutamente questo legame. Io stesso ho fatto l'attivista a fianco dei richiedenti asilo eritrei e siriani giunti in Israele, finché non è stato chiuso il confine con l'Egitto.
Molti rifugiati che attraversano il Mediterraneo per arrivare in Europa provengono da Gaza, da Israele o dai campi profughi in Cisgiordania e nei paesi limitrofi.
C'è un filo conduttore diretto: queste tragedie sono il risultato di azioni umane, non di disastri naturali.
Tra l'altro, nel film c'è una scena in cui il protagonista incontra una donna che lo aiuta a scrivere un biglietto in arabo.
Quel personaggio è una rifugiata africana arrivata in Israele dopo un lungo viaggio dall'Etiopia passando per il Sudan, ed è così che ha imparato l'arabo, prima di trasferirsi in Canada.
Riguardo al ruolo del cinema: sì, credo possa aiutare, ma non in modo immediato.
Influenza le persone in profondità, generando un cambiamento culturale ed emotivo.
I documentari forniscono informazioni e spingono all'azione diretta, mentre i film di finzione lavorano sulla sfera emotiva.
Non mi aspetto che la gente esca dalla sala e dica "Ok, adesso vado ed agisco", ma credo ci sia un'influenza più sottile e profonda.
Infine, con la violenza in corso a Gaza e in Cisgiordania, e decenni di risentimenti radicati, trovare una strada verso la pace sembra un'impresa difficile, se non impossibile. Credi che gli adulti debbano adottare questa “visione bambina” — libera dal peso di decenni di odio — per interrompere il ciclo di perdite innocenti?
In tempo di guerra vedi che il conflitto condiziona anche i bambini, ma loro riescono ancora a stringere amicizie, crescono insieme, imparano a conoscersi senza il bagaglio di pregiudizi degli adulti.
È un atteggiamento che dovremmo fare nostro.
In questo senso, il mio giudizio è molto più critico verso la parte israeliana: il concetto di supremazia ebraica è così radicato nella società israeliana che le persone sono quasi cieche di fronte ad esso.
Serve un cambiamento profondo nella società israeliana per poter procedere verso un'esistenza e una soluzione migliori.
Per concludere, qual è la tua speranza per il futuro a Gaza e in Cisgiordania, e come pensi sia possibile porre fine a questo conflitto?
Ora siamo nel pieno di una crisi devastante.
Ciò che Israele sta facendo è una macchia che la società israeliana si porterà dietro per molti anni.
È stato compiuto il più grave dei crimini e sta ancora proseguendo.
Deve essere fermato, anche attraverso pressioni internazionali se necessario.
Dopodiché dovremo affrontare un lungo percorso di cambiamento e di presa di coscienza di ciò che abbiamo fatto, cambiando il modo in cui concepiamo la nostra presenza in quest'area e aspirando a vivere in condizioni di parità con gli altri.
Se rispetti le persone, sarai rispettato a tua volta: questa è l'unica soluzione.