Un romanzo senza trama: la vita di Pepè Pellicari e le ambiguità di un’epoca nell'ultimo libro di Pantaleone Sergi
Una riflessione lucida e spesso ironica sulle radici profonde di alcuni tratti della modernità italiana: il volume, ambientato nel periodo fascista, ne mostra le persistenti eredità, suggerendo come molte delle sue caratteristiche continuino a operare nel presente
Rosso podestà, il nuovo romanzo di Pantaleone Sergi pubblicato dall'editore Luigi Pellegrini di Cosenza, si impone come una narrazione stratificata, capace di restituire con vividezza una stagione storica cruciale e le sue persistenti ambiguità. Al centro del racconto si staglia la figura di Espedito Pellicari, detto Pepè, personaggio emblematico e insieme problematico, attraverso il quale il romanzo costruisce una riflessione ampia e articolata sul rapporto tra individuo, potere e contesto storico.
Pepè, il protagonista del romanzo che Sergi pubblica dopo Liberandisdòmini del 2017 e Il giudice, sua madre e il basilisco del 2022, è la figura più rappresentativa di un’epoca segnata dall’ascesa del fascismo e da una trasformazione profonda della società italiana. Ex combattente nelle colonie africane, rientra a Mambrici, la Macondo calabrese di Sergi, carico di ambizioni e investito di un prestigio costruito più sul mito che sulla sostanza: «Pepè era un fascista che più fascista non si può». La sua nomina a podestà rappresenta per lui il coronamento di un desiderio di potere coltivato con ostinazione. È un uomo violento, vanitoso e incline alla sopraffazione, cresciuto dentro una cultura politica che esalta la forza e il dominio. La sua adesione al regime non è solo ideologica ma soprattutto opportunistica, segnata dalla volontà di trarre vantaggi personali.
Insomma, Pepè incarna il culto trasformista del potere fascista e, allo stesso tempo, è attraversato da inquietudini e paure irrazionali, come la credenza nelle fatture, nelle “magarìe”, nella superstizione. È un tratto che riflette un’intera società in bilico. La fragilità interiore, dell'uno come dell'altra, emerge nei momenti decisivi, tradendo un carattere forse incapace di vera autonomia. Anche nei rapporti affettivi Pepè appare immaturo: il desiderio per la bellissima Lavinia, ad esempio, si traduce in equivoci e confusione. La sua virilità ostentata è infatti incrinata da fragilità emotive, da debolezze fisiche e psicologiche che si manifesteranno anche con la contessa De Leonardis.
Pepè è dunque un uomo diviso che compensa le proprie insicurezze con una forma pacchiana di autoritarismo. Per lui governare significa far fruttare la propria posizione, riflettendo un sistema fondato su clientelismo, violenza e consenso che, costruito artificialmente, diventerà presto la declinazione naturale di tutta una civiltà stritolata dal potere mafioso. Anche il trionfo politico di Pepè si poggia, però, su basi precarie, attraversato com'è da eventi tragici e destabilizzanti. Egli non comprende davvero la realtà che lo circonda, ma la interpreta secondo schemi semplificati e ideologici. I suoi difetti – arroganza, superficialità, credulità – coincidono con quelli di un'epoca che, mentre si proclama moderna e razionale, prepara in realtà un modello sociale carico di ambiguità, contraddizioni e profonde fragilità.
Soltanto la figura di Almarosa introdurrà una sorta di controcanto, fantasioso e logico allo stesso tempo, che finirà per riempire il vuoto di Pepè. In lei si condensa una forma di realtà anti-ideologica, che resiste alle costruzioni retoriche del potere. Attraverso Alma, il romanzo di Pepè, fino ad allora e per sua stessa amara ammissione, privo di trama, è come se ne assumesse finalmente una. Neanche lei, però, riuscirà a impedire che gli eventi travolgano l'uomo.
Su questo impianto narrativo, Sergi costruisce una narrazione ricca, spesso debordante, che fruisce di registri linguistici alti e bassi, intrecciando letterarietà a oralità, cronaca e memoria storica a invenzione. Mambrici, con la sua dimensione quasi mitica, magica e insieme concretissima, non è soltanto uno sfondo, ma un vero organismo narrativo, attraversato da tensioni sociali, superstizioni, gerarchie e conflitti che rispecchiano quelli dell’intero Paese.
Sergi cerca di superare ogni schematismo: Pepè non è una semplice caricatura del gerarca fascista, ma un personaggio complesso, contraddittorio, in cui convivono brutalità e fragilità, ambizione e smarrimento: «Era stato un fascista delle origini, questo era ben chiaro a tutti, ma non più fascista di tanti altri rimasti tali e lasciati ora indisturbati». È per questa via che Rosso podestà si inserisce nella migliore tradizione narrativa meridionale, capace di raccontare la storia attraverso le deformazioni della realtà e le verità sbagliate dei suoi personaggi. Nel complesso, l’opera di Sergi è una riflessione lucida e spesso ironica sulle radici profonde di alcuni tratti della modernità italiana. Più che raccontare un’epoca conclusa, il romanzo ne mostra le persistenti eredità, arrivando a suggerire come molte delle sue ambiguità continuino a operare nel presente, allo stesso modo di un vento invisibile che fa tremare.