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19/03/2026 ore 09.59
Cultura

Una Gulia (urbana) per rinascere: così i murales trasformano borghi e periferie della Calabria

Dalla parola “gulia” nasce un progetto che unisce arte e identità: street art e partecipazione giovanile ridisegnano borghi e periferie calabresi, trasformando degrado e abbandono in cultura condivisa

di Domenico Bilotti*

Andando fino alle radici profonde, in cui il dialetto nasce all’incontro tra etimologia, diritto e antropologia, “gulia” è un lemma di significato non sempre univoco. È il desiderio intenso che porta alla soddisfazione di un piacere del palato; talvolta, però, è il capriccio la cui mancata realizzazione diventa urticante, provocatoria. “Gulia”, insomma, copre il godimento e l’appetito incompiuto, lo sfizio occasionale e martellante, la voglia piacevolmente gratificata.

“Gula”, in latino, significava originariamente anfratto, incavo, talché tutt’oggi si parla di cavo orale. Presto nell’uso, soprattutto nel gergo dei moralisti tardo-repubblicani, si finì per indicare la gola, la golosità, e mano a mano persino in senso più o meno velatamente dispregiativo. La voracità latina si è smarrita nel “gulia” calabro e il lemma si è mantenuto al contrario nel suo prevalente significato godibile, allegro, scherzoso.

Guardando all’indietro la storia del progetto “Gulia Urbana” (immagini in cammino ormai dal 2012) tutte queste accezioni ritornano senza soluzione di continuità. All’inizio i borghi calabresi sembravano le vittime sacrificali dell’austerity, animali in via d’estinzione dalla storia già scritta. Erano gli anni dello spread, della crisi, dei governi dell’emergenza contabile. I nostri paesi sembrano proprio quegli arrocchi, quegli anfratti, che si fanno spolpare fino a restare ossa cave. I movimenti spontanei dell’ultimo trentennio calabrese partono sempre dove non te li aspetti.

I centri sociali sullo Stretto e vicino le Università, la dance hall e i writers a Catanzaro e sulla Jonica, il post-punk e il post-rock dove la musica dal vivo ha resistito ad almeno quindici anni di crisi e sottovalutazione, innanzitutto da parte di agenzie e addetti. Riportare l’arte e soprattutto la partecipazione giovanile, abbattere la barriera culturale tra migranti e residenti, trasformare in ritmo la dicotomia tra partire e restare, diventano missioni esistenziali per un progetto di ragazze e ragazzi a dir poco carichi e irrequieti.

L’Italia ha un approccio tormentato alla bellezza dei murales e dei graffiti. A lungo ne ha sanzionato gli Autori e qualche traccia oggi ne resta in esecuzione dei provvedimenti che rimandano al decoro urbano. I giovanissimi di “Gulia Urbana” sono partiti da Savuto e Sila, Reventino e centri storici, per intrecciare straordinarie collaborazioni nazionali e internazionali. Hanno di nuovo dimostrato la miseria morale del proibizionismo: palazzi alti e non finiti diventavano teche spontanee per disegni e graffiti che sono rimasti nell’immaginario della Calabria odierna. Negli anni, il fenomeno è cresciuto e anche la qualità artistica dei progetti proposti è cambiata di segno: all’inizio l’influenza visiva del Brooklyn style era piuttosto evidente; poi è venuto il turno di tradurre le stimolazioni di Bristol e Londra alla realtà regionale (migranti, pescatori, crepe di monumenti abbandonati); oggi il tratto dei progetti targati Gulia ha qualcosa in comune con la scena catalana metropolitana.

A Cosenza Gulia Urbana ha recentemente inaugurato una brillante opera dell’artista Mandioh, una attivista che in “Oltre il Muro del Silenzio”, in collaborazione con il Centro Roberta Lanzino, fa riflettere sulla violenza domestica. È compartimentata, nascosta, “protetta” da quelle mura che dovrebbero invece proteggere la vita. E la figura femminile è straordinaria. Come se Jenny Saville incontrasse Anna Magnani. A Mendicino Remy Uno ha omaggiato le manualità tradizionali della cultura manifatturiera femminile (l’arte dell’impasto e della panificazione e quella della seta). Nel Parco della Sila, Rame 13 ha, sì, tributato attenzione ai mammiferi che sopravvivono in Calabria, ma ha trasfigurato la purezza dei lupi e delle volpi in simboli di radicamento attivo e resistenza senza disperazione. A macchia d’olio a Crucoli il disegnatore Taxis ha celebrato con un murales elegantemente cartoon la Cinquecento, macchina da entroterra, da resilienza senza fretta, da sprint senza competizione; Kraser a Rogliano ha istoriato tori che rimandano più alla dinamica delle sculture di Dalì che alle tauromachie vere e proprie.

Se Gulia Urbana nasce perciò in quel vasto entroterra sottovalutato, che tocca Rogliano e Parenti, il confine tra province oltre San Mango e Martirano, in realtà ha sempre unito due immaginari: la periferia urbana depressa e il territorio interno spopolato. E per dirla meglio: i quartieri dormitorio dei cinque capoluoghi, ai quali si somministrava degrado e spavento, e i paesi alti, inclinanti e declinanti, quasi fossero in procinto di uscire dalla storia e dalla vita. Per reagire a quelle due narrazioni, Gulia le ha trasformate in scenografie dell’impeto e della condivisione.

Non è detto un domani, quando il turismo ingordo e compulsivo delle mode social sarà finalmente dismesso, i bravi operatori turistici non scelgano di creare tour nella Calabria delle opere della Gulia. Dove la comunità ha lo “sfizio” di incontrare la libertà e viceversa. Il passato chiede al futuro molte storie da raccontare. "Gulia Urbana" ne farà street art: bene culturale e beni comuni.

*professore di diritto ecclesiastico e canonico Umg Catanzaro