Unical, il rettore Greco: «L’intelligenza artificiale è già qui. La vera sfida è restare umani»
Lectio magistralis al seminario del Rotary 2102: «Le macchine non pensano, ma sono potentissime. Servono cultura, responsabilità ed empatia»
Una riflessione lucida, profonda, a tratti provocatoria. Nell’Aula Magna dell’Università della Calabria, il rettore Gianluigi Greco ha offerto molto più di un intervento tecnico: una vera e propria lettura del presente e del futuro, nel corso del seminario distrettuale del Rotary 2102.
Un discorso che ha attraversato i grandi temi dell’innovazione, ma che ha posto al centro una questione decisiva: il rapporto tra uomo e intelligenza artificiale.
«L’università deve aprirsi al territorio»
In apertura, il rettore ha richiamato il ruolo dell’ateneo nella società:
«L’università non può essere una torre d’avorio», ha affermato. «Quando abbiamo l’opportunità dobbiamo aprirci al territorio, costruire relazioni e collaborazioni».
Una visione che si lega alla storia dell’Università della Calabria e alla figura del suo fondatore, Beniamino Andreatta. «Qui, cinquant’anni fa, si poteva costruire qualsiasi cosa. Si scelse di costruire cultura. E quella scelta è ancora oggi attuale».
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Entrando nel cuore del suo intervento, Greco ha voluto chiarire un punto spesso frainteso:
«Queste macchine non pensano, non comprendono, non hanno coscienza», ha spiegato. «Funzionano su numeri e schemi. Anche ChatGPT fa una cosa molto semplice: prevede la parola successiva».
Una semplificazione che, però, non riduce la portata del fenomeno: «Non pensano, ma sono strumenti straordinariamente potenti».
Il punto di svolta
Il rettore ha poi ricordato uno dei momenti simbolo della rivoluzione tecnologica, la partita di Go del 2017 in cui una macchina sconfisse il campione del mondo:
«La cosa sorprendente non fu la vittoria, ma il modo in cui avvenne. Con una mossa che nessun umano era in grado di comprendere».
Un episodio che, secondo Greco, ha segnato un passaggio chiave: «Da quel momento abbiamo capito che le macchine potevano fare cose che non siamo più in grado di prevedere».
Il rischio di perdere competenze
Tra i temi più delicati affrontati, quello della perdita di capacità umane:
«Se deleghiamo tutto alle macchine, chi formerà i professionisti del futuro?», si è chiesto.
Un esempio concreto arriva dalla medicina, dove l’intelligenza artificiale è già in grado di supportare – e in alcuni casi superare – le capacità diagnostiche umane. «Oggi queste tecnologie imparano dai dati prodotti dagli uomini. Ma se smettiamo di produrre conoscenza, chi le addestrerà domani?».
Pensiero veloce e pensiero lento
Greco ha richiamato la distinzione tra pensiero veloce e pensiero lento:
«Sul riconoscimento immediato le macchine hanno già vinto. Ma resta uno spazio umano, fatto di riflessione, interpretazione, senso».
Ed è proprio lì che si gioca la partita del futuro:
«Dobbiamo difendere il pensiero lento, la capacità di comprendere e collegare».
«Attenzione all’empatia». Il rettore ha poi posto una domanda destinata a far riflettere: «Se un medico non ascolta il paziente, siamo sicuri che domani quel paziente preferirà lui a una macchina?».
Un passaggio che introduce il tema dell’empatia: «Non diamo per scontato che resti solo umana. Le macchine potranno imparare anche a simularla».
Creatività e cultura
Nel finale, Greco ha offerto una chiave di lettura culturale:
«Le macchine scelgono sempre la parola più probabile. Ma la cultura nasce dalla parola meno probabile».
Un invito a preservare ciò che rende l’uomo unico:
la creatività, l’intuizione, la capacità di uscire dagli schemi.
Il messaggio
La conclusione è chiara: «Non dobbiamo avere paura dell’intelligenza artificiale. Dobbiamo avere paura di non essere all’altezza di governarla».
E ancora: «La vera sfida non è tecnologica, è culturale».
Dall’Università della Calabria arriva così un messaggio forte: il futuro non è scritto nelle macchine, ma nella capacità dell’uomo di guidarle con consapevolezza, responsabilità e visione.