Amendolara, dietro la strage l’ingegneria dello sfruttamento: il “padronato” che unisce caporali e colletti bianchi
Approfondimenti investigativi sulle aziende nella Piana di Sibari e nel Metapontino. I contratti come “scudi” per passare i controlli mentre i braccianti sono spesso costretti a restituire parte della paga. Come funziona la “mafia senza lupara”
Gli approfondimenti investigativi sono partiti nelle scorse ore: controlli nelle aziende della Piana di Sibari e del Metapontino: i fari si sono (ri)accesi sul sistema dello sfruttamento che porta sulle nostre tavole una parte della frutta: un’architettura perfetta, che permette alle aziende di risparmiare azzerando spesso i diritti.
Perché l'orrore della strage di Amendolara non è solo il prodotto di una violenza cieca, ma anche l'esito di uno schema economico sofisticato: una sorta di nuova schiavitù, un sistema che ha superato il vecchio concetto di caporalato per evolversi nel più strutturato “padronato”. Questa organizzazione del lavoro si regge su un’integrazione perfetta tra manovalanza criminale e colletti bianchi.
Una piramide del profitto su tre livelli
Il sistema si articola su tre piani distinti che permettono di industrializzare lo sfruttamento. Al gradino più basso operano gli esecutori materiali, spesso stranieri, incaricati del reclutamento, del trasporto e del controllo fisico dei braccianti.
Il salto di qualità avviene però nel secondo livello, dove professionisti italiani - commercialisti, avvocati e funzionari pubblici - forniscono il supporto legale e amministrativo necessario a far apparire ogni attività in regola. In questo scenario, persino alcuni farmacisti compiacenti ricoprono un ruolo economico cruciale, fornendo sostanze dopanti per consentire ai corpi dei lavoratori di reggere turni massacranti che superano le 13 ore giornaliere. Al vertice siedono le aziende, che abbattono drasticamente i costi del lavoro pur riuscendo talvolta a figurare nella “Rete lavoro agricolo di qualità” dell’Inps.
Strage di Amendolara, Progetto Sud: «Le denunce sul caporalato c'erano già dal 2020, la violenza non nasce dal nulla»Il bilancio della miseria: lavorare per 2 euro all’ora
I numeri dell'inchiesta sull’eccidio della statale 106 svelano un bilancio economico spietato: buste paga da 350 euro al mese per un lavoro praticamente quotidiano, con retribuzioni orarie reali che oscillano tra i 2 e i 3 euro.
L'ingegneria finanziaria del sistema prevede meccanismi di recupero del credito forzoso.
Innanzitutto il “cash-back” dei contributi: lo stipendio viene versato tramite bonifico per garantire la tracciabilità formale, ma il lavoratore è poi obbligato dal padrone o dal commercialista a restituire in contanti la quota dei contributi previdenziali versati.
A volte, poi, i contratti vengono utilizzati come “scudi”: vengono emessi fogli di ingaggio regolari per superare le ispezioni, ma dichiarando solo una frazione minima delle giornate (7 o 8 al mese invece della piena operatività).
C’è un altro meccanismo: il controllo delle prepagate. I caporali gestiscono spesso direttamente le carte intestate ai braccianti, prelevando il denaro e trattenendo quote arbitrarie per il trasporto e l'alloggio. Alle vittime di Amendolara venivano chiesti 5 euro al giorno per garantire il trasporto sui campi di fragole.
La «mafia senza lupara» e il capitale sociale
Questo modello economico non genera solo profitti immediati, ma estrae capitale politico e sociale. L’imprenditore governa il sistema di intermediazione per costruire network di riferimento da spendere con la classe dirigente, rendendo il sistema una vera “mafia senza lupara” - è così che l’ha definita il procuratore di Castrovillari Alessandro D’Alessio - che si insinua nel tessuto sociale attraverso l’omertà diffusa.
Lo sfruttamento prosegue nella gestione dei servizi minimi: le vittime vivevano ammassate in dieci persone in una singola stanza, pagando ai propri aguzzini persino il diritto di essere trasportati nei campi. Il “padronato” utilizza la parvenza di legalità per mascherare un regime di totale assoggettamento economico, rendendo la schiavitù moderna un asset finanziario che riesce a sfuggire ai controlli e agli strumenti normativi.