Attacco all’Iran, chiuso lo Stretto di Hormuz: gas e petrolio nel mirino di Teheran
La Repubblica islamica colpisce navi, porti e raffinerie. Stop al traffico marittimo. A rischio i commerci mondiali. Balzo in avanti dei prezzi del greggio e dell’oro
Non si entra e non si esce. Lo Stretto di Hormuz è al momento inaccessibile. Decine di cargo, portacontainer, petroliere e navi per il trasporto di gas naturale liquefatto sono bloccate con le loro merci negli hub marittimi e al largo delle coste dei Paesi del Golfo divenuti obiettivo primario della ritorsione militare iraniana all’attacco sferrato da Usa e Israele. Teheran ha colpito le basi americane in Medio Oriente e la rappresaglia ha finito per coinvolgere obiettivi civili, porti ed aeroporti dei paesi “ospitanti”.
Oggi sono state colpite 2 raffinerie in Arabia Saudita e Kuwait e 4 navi cargo alla fonda nelle acque territoriali di Oman, Bahrein ed Emirati Arabi. La situazione si fa di ora in ora sempre più complessa, preoccupante e drammatica.
L’escalation di violenza mette a rischio i commerci mondiali. Gli armatori hanno stoppato le rotte e interrotto le prenotazioni di merci dirette in Medio Oriente. Le compagnie assicurative hanno annunciato l’imposizione di surplus sui premi marittimi per chi transiterà in area di guerra.
Da Hormuz passano ogni giorno milioni di metri cubi di gas e di barili di petrolio destinati all’Asia e all’Europa: il 30% del traffico di greggio via mare, 24,3 milioni di barili, e il 20% di gas naturale liquefatto, 290 milioni di metri cubi. L’80% è destinato all’Asia, il restante 20% all’Europa.
Il Qatar è il secondo fornitore di gas con un quinto della produzione mondiale. La Cina è il primo importatore dal Golfo Persico con una quota pari al 19% e la sua compagnia di transhipment, Cosco, movimenta il 45% delle merci in arrivo e in partenza dall’Asia. Il solo traffico di petrolio e gas attraverso lo Stretto di Hormuz vale 1,5 milioni di dollari al giorno, 547 milioni di dollari all’anno. L’11% dei traffici commerciali nell’area riguarda prodotti chimici. Primi importatori Usa, Canada e Australia, quest’ultima con oltre un terzo degli acquisti complessivi di merci provenienti dall’estero.
Lo stop del traffico marittimo nell’area mediorientale ha già causato un aumento del 10% del prezzo del greggio, passato ieri da 75 ad 82 dollari al barile. L’Opec Plus ha deciso di aumentare le quote a 206mila barili al giorno a partire dal 1° aprile. Si teme un forte rialzo dei prezzi dell'energia, con previsioni che indicano il rischio, in caso del prolungamento del conflitto, che il petrolio superi i 100 dollari al barile. Gli aumenti potrebbero riguardare anche i prezzi del gas, con effetti imprevedibili a causa del crollo delle forniture dal Qatar. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, che coordina le scorte di emergenza dei Paesi Ocse non ci sono però rischi immediati per gli approvvigionamenti energetici. I rischi potrebbero essere però legati a fenomeni speculativi in grado di portare verso l’alto l’asticella dei prezzi. Insieme al greggio e al gas aumenterà quello dell’oro.