Barilla, Ferrero e le altre: i colossi italiani del cibo fanno correre il Paese ma crescono i timori per i dazi americani
Il valore dei brand food tricolore supera i 14 miliardi di euro, con il produttore di pasta nella top ten mondiale e quello di dolciumi con ricavi a quota 18 miliardi. L’export agroalimentare vola a 70 miliardi, ma l’ombra delle imposte Usa fino al 30-45% su vino, formaggi, pasta e olio può causare danni per oltre 2 miliardi di euro
C’è una bella storia che unisce la cucina e l’economia: i marchi alimentari italiani, da Barilla a Kinder, da Galbani a Amadori, non sono solo simboli del gusto, ma veri e propri motori di crescita per il nostro Paese. Secondo il Brand Finance Food & Drink 2025, il valore complessivo dei brand food italiani supera i 14 miliardi di euro, con Barilla che balza al 9° posto mondiale – un dato che esalta il nostro saper fare ben oltre i confini nazionali.
I grandi nomi come Barilla, Ferrero (Kinder, Nutella, Ferrero Rocher), Galbani/Parmalat, Amadori, Aia/Veronesi e Findus hanno mostrato una crescita solida, grazie a un mix vincente di identità, innovazione e presenza globale.
Barilla ha puntato su pasta “premium” e nuove linee salutistiche, con oltre 4,8 miliardi di euro di ricavi nel 2024 e importanti investimenti in sostenibilità.
Ferrero ha spinto su innovazione e internazionalizzazione, con ricavi di circa 18 miliardi di euro, consolidando Kinder e Nutella tra i primi 50 marchi food al mondo.
Galbani e Parmalat, parte del gigante Lactalis, giocano la carta della filiera integrata, mentre Amadori e Aia puntano su benessere animale e filiere trasparenti.
Findus continua a innovare nel surgelato, cavalcando i trend del momento come la riduzione degli sprechi e la convenienza.
Il 2024 si è chiuso con un export agroalimentare da 69–70 miliardi di euro, un record in gran parte attribuibile ai nostri marchi globali. Ma il fronte interno resta complesso: le private label (marche del distributore) hanno raggiunto il 31–32% della quota grocery, una pressione crescente che richiede strategie di differenziazione e premiumizzazione.
Tempi incerti: i dazi americani e l’effetto domino sul food italiano
Sul fronte internazionale, però, si profila un rischio concreto: i dazi americani. Gli Stati Uniti, secondo mercato per i nostri prodotti agroalimentari (circa 7,8 miliardi di euro nel 2024), potrebbero alzare barriere tariffarie che metterebbero in difficoltà l’intero comparto.
Nonostante si siano raggiunti accordi per un aumento al 15%, la situazione attuale indica l'applicazione del dazio al 30%, con effetti stimati fino a 2,3 miliardi di euro di danni per agro-food italiano. In alcuni casi, si tratta addirittura di picchi del 30-45% su formaggi, vino, pasta e conserve .
Settori critici nel mirino:
Formaggi Dop (es. Parmigiano Reggiano, Grana Padano) potrebbero pagare fino al 35%: un colpo duro per un export da 500 milioni di euro l’anno.
Vino italiano, con un export da 1,9 miliardi di euro verso gli Usa, rischierebbe un tracollo fino al 70–80% nella domanda in caso di dazi massicci (fino al 200%) .
Olive oil e pasta: anch’essi sotto minaccia, con potenziali aumenti dei costi sui consumatori americani e cali di volumi.
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Secondo Coldiretti, il comparto vino potrebbe perdere 6 milioni di euro al giorno, tra ritardi negli ordini e incertezza nelle trattative.
L’anno scorso, dazi tamponeranti avevano già causato cali dell’export su frutta (-15%), carne lavorata (-28%), formaggi (-19%) e liquori (-20%).
La politica reagisce: il governo italiano e l’Ue hanno chiesto garanzie e hanno aperto canali diplomatici per evitare un’escalation. Il ministro Tajani e la premier Meloni hanno invocato “garanzie” e ribadito che il settore “è strategico” per il Paese.
I grandi marchi del food italiano sono oggi un orgoglio nazionale: capaci di crescere, esportare e rappresentare il made in Italy nel mondo. Ma i dazi americani sono una minaccia seria: colpiscono direttamente vino, formaggi, olio, pasta e carni, con effetti a catena su domanda, redditività e produzione.
La partita si gioca ora tra diplomazia, unità europea e capacità di adattamento. I nostri brand devono continuare a essere forti e flessibili: puntare sulla qualità, trovare canali alternativi e difendere l’accesso a un mercato che ha fatto la storia del nostro export.