Calabria, i turisti ci sono ma non lasciano niente (e trovano poco): alle radici di una crisi che è anche politica
Nel 2025 presenze e arrivi sono aumentati, ma la spesa dei visitatori resta sotto la media italiana. Il problema è un modello concentrato sulle coste e su pochi mesi, incapace di valorizzare davvero l'entroterra. La soluzione? Va cercata con il lavoro e (spoiler) non è il modello dell’Albania
Da quando siamo nati ci viene raccontato che la Calabria deve vivere di Turismo (sì, con la T maiuscola), delle sue bellezze, della sua cultura, di quello che Madre Natura e la Magna Graecia ci hanno dato. Eppure, c'è un corto circuito in questo discorso: quello che vediamo, la realtà degli ultimi 20-30 anni non corrisponde al racconto.
Quello che attraversa la nostra regione è un turismo approssimativo in tutti i settori e le aree: i comuni vedono il turismo da un lato come opportunità, dall'altro come fastidio; gli operatori vogliono i turisti, ma non troppi o troppo pochi; ristoratori e gestori di bar e pasticcerie vedono solo galline da spennare per un mese, venti giorni, dieci giorni, una settimana… sempre meno tempo, sempre più emergenza di incassare.
Del territorio, delle bellezze, della cultura, delle tradizioni, resta poco o nulla, anche nei calendari estivi del 90% dei comuni calabresi. E quello che resta è spesso per merito ed impegno di associazioni, giovani e gruppi che conoscono davvero il territorio e lo vogliono valorizzare per quello che è, non per quello che qualcuno immagina possa essere.
Calabria, un’estate da dimenticare. Ma il turismo non può più aspettareInsomma, l'analisi del direttore Laratta che tanto interesse ha generato non sbagliava di un millimetro, ma alle contingenze attuali e peculiari di quest'anno si aggiungono "patologie" di lungo corso che non possono essere dimenticate o messe da parte, e che forse guardando i dati pubblicati da Banca d’Italia, Svimez e nel rapporto Misurare il valore dei territori - Il BCC Credit Index per i Comuni di Campania e Calabria, emergono con ancora più forza e capacità di fare chiarezza, se qualcuno si sforza di leggere, comprendere e passare dall'analisi ad una tesi e poi ad una soluzione che abbia visione e conoscenza del territorio alla base.
I dati, appunto
Partiamo da qui, perché è l'unico modo per non generare l'ennesima discussione a sensazione. Nel giugno di quest'anno Banca d'Italia ha presentato il rapporto annuale sull'economia della Calabria: nel 2025 le presenze nelle strutture ricettive sono cresciute dell'11,6%, la componente straniera del 28,5%, gli aeroporti regionali hanno superato per la prima volta i quattro milioni di passeggeri e le presenze complessive hanno oltrepassato gli otto milioni. La spesa turistica pesa sui consumi interni più che nella media italiana: 11,5% contro 10,2%. Non è la fotografia di una regione che il turismo lo sta perdendo.
E allora perché chi gestisce un bar sull'alto Jonio o un ristorante nel Vibonese racconta il contrario? Perché hanno ragione entrambi, e il numero che tiene insieme le due verità lo ha pubblicato questo giornale un mese fa: tra il 2022 e il 2024 la spesa pro capite dei visitatori in Calabria si è fermata al 67% della media nazionale. Due terzi. Il turista che viene da noi vale, in media, un terzo in meno di quello che vale ovunque altrove in Italia.
Non abbiamo una crisi di flussi. Abbiamo una crisi di resa. Arrivano, e non lasciano niente.
Vale la pena smontare anche un luogo comune. Si dice che il turista resti sempre meno: è vero che la permanenza media è calata negli ultimi dieci anni, ma nel 2024 il soggiorno medio in Calabria è stato di 4,65 notti contro le 3,34 della media italiana. Il più lungo del Paese. Il turista in Calabria ci resta già più che altrove: il problema non è quanti giorni si ferma, è cosa trova nei giorni in cui è qui.
E così arriviamo al dato che spiega tutto il resto. Sempre Banca d'Italia: oltre il 90% delle presenze si concentra nei comuni a vocazione marittima, il 60% sulla sola costa tirrenica, e l'85% dell'intero movimento turistico regionale si consuma in quattro mesi. Infine, nell'ultimo decennio le presenze sono cresciute meno della media nazionale.
Traduzione: il turismo calabrese esiste, funziona, cresce anche ma dentro una striscia di pochi chilometri e dentro una finestra di poche settimane. Non è un problema di stagione. È un problema di raggio. Tutto ciò che sta più su di un paio di chilometri dalla battigia non esiste nelle statistiche. E in gran parte non esiste nemmeno nella testa di chi progetta l'offerta e di chi sceglie la vacanza.
Chi decide, e che cosa si promuove davvero
A questo punto la domanda diventa politica, e conviene porla con precisione perché è facile sbagliarla. In Calabria c’è un assessore al Turismo: è Giovanni Calabrese, e ha la delega sin dal primo mandato di Occhiuto. E c’è un piano strategico, la Giunta ne ha approvato uno, il piano strategico 2026 lo scorso giugno.
Il problema è che la materia turistica è di per sé complessa e comprende tante sfaccettature da far lavorare assieme. E qui da noi è spaccata in due. All'assessorato vanno sviluppo economico, lavoro, normativa sulle strutture ricettive, fiere. Al presidente restano, per decreto di nomina, cultura, rapporti con l'Unione europea, marketing territoriale, promozione della Calabria e dei suoi asset strategici, attrazione degli investimenti e incoming. Cioè: la promozione della Calabria come destinazione non è una politica di settore, è una prerogativa della presidenza.
Da qui prende il via tutto il resto, Calabria Straordinaria compresa. Un marchio nato sotto la delega del marketing territoriale non è il brand di una destinazione: è l'insegna istituzionale della Regione, buona per il turismo come per l'agroalimentare, la cultura, gli eventi, la promozione degli asset. Va bene per tutto, e proprio per questo non seleziona niente. Un brand turistico serio dice a chi si rivolge, in quali mercati, con quale promessa e con quale obiettivo misurabile: quante presenze in più, da dove, in quali mesi. Un'insegna istituzionale dice soltanto che la Regione c'è. Sono due mestieri diversi, e in questi anni ne abbiamo fatto uno solo.
C'è poi un passaggio pubblico della politica regionale che vale più di qualsiasi analisi. Alcune settimane fa, davanti agli imprenditori del settore, il presidente Occhiuto ha detto che la Regione ha fatto la sua parte e che ora tocca a loro. Nella stessa occasione l'assessore Calabrese ha dichiarato che la destagionalizzazione è in corso e che i turisti «arrivano ormai durante tutto l'anno», a conferma della strategia avviata.
Ma l'85% delle presenze turistiche calabresi si concentra in quattro mesi, e lo dice la Banca d'Italia sui dati del 2025. Quella frase e questo numero come possono convivere nella stessa realtà? O uno dei due è sbagliato, o la destagionalizzazione di cui parliamo non è un fatto. E finché il successo di una politica turistica si misura con le dichiarazioni, invece che con i giorni dei mesi di calendario segnati “sold out”, potremo cambiare piani ogni anno senza che cambi mai davvero niente.
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C'è un pezzo che nell'analisi del direttore resta sullo sfondo, ma che diventa centrale nel quotidiano di ogni turista e calabrese durante l’estate; è quello che rende strutturale tutto il resto: le persone. Quando vai al bar, al ristorante, in un lido, persino in un negozio…
Ancora secondo i dati di Banca d'Italia: l'ospitalità calabrese conta circa 200mila posti letto e assorbe una quota di occupazione superiore alla media nazionale, ma (testuale) anche per l'ampio ricorso a forme contrattuali flessibili i livelli retributivi risultano inferiori a quelli medi degli altri settori.
Detta in parole povere: si lavora tanto, per poche settimane, male pagati. Da questa frase discende tutto. Un settore che offre contratti di quaranta giorni a stipendi bassi non attrae, non trattiene e soprattutto non forma. Chi impara davvero il mestiere se ne va: in Emilia, in Trentino, sulle navi, all'estero e non torna. Chi resta impara sul campo, in fretta, spesso da chi a sua volta ha imparato in fretta. Nessuno investe nella formazione di una persona che l'anno prossimo probabilmente non ci sarà. Nessuno insegna il sorriso, l’accoglienza, l’autovalutazione di quello che si può o non si può fare.
E allora una domanda semplice, alla quale in questa regione nessuno sa rispondere con un numero: quanti sono oggi gli istituti alberghieri attivi in Calabria, quanti ragazzi ci si iscrivono, quanti si diplomano e quanti di questi, cinque anni dopo, lavorano ancora nel turismo qui da noi? Non è una domanda retorica: è la prova del nove di tutto il ragionamento sul modello da rifare.
Se una regione che dichiara di voler vivere di turismo non sa dire quanti professionisti dell'accoglienza produce e quanti ne trattiene, non ha un'industria: ha una stagione. E una stagione non si programma, si subisce. Il problema poi, è anche che nel frattempo il mercato si è mosso, e si è mosso a centoventi chilometri dalle nostre coste.
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Nel 2024 l'Albania ha accolto 11,7 milioni di visitatori, con una crescita del 15,2% sull'anno precedente e una popolazione di 2,7 milioni di abitanti (di poco superiore a quella calabrese, per il doppio di superficie). Secondo il barometro dell'organizzazione mondiale del turismo delle Nazioni Unite è il Paese europeo cresciuto di più rispetto al 2019: più 80%. Gli italiani sono stati 1,2 milioni. Il turismo vale ormai circa l'8% dell'economia albanese.
Perché ci vanno? Perché costa meno, si arriva facilmente e il paesaggio, diciamocelo, è lo stesso nostro: mare, montagne che ci si tuffano dentro, borghi di pietra, cucina mediterranea, siti Unesco. In pieno agosto un volo Roma-Tirana può costare la metà di un Roma-Cagliari.
Ma la cosa che dovrebbe preoccuparci non è il prezzo: è che l'Albania ha smesso di competere solo sul prezzo. Ha una strategia nazionale del turismo con orizzonte 2030 costruita su qualità, autenticità e sostenibilità, che in concreto significa agriturismo che hanno imparato da noi, per loro stessa ammissione; itinerari nelle aree protette, laghi, canyon, montagne, e progetti europei di formazione professionale.
Negli ultimi anni sono nati boutique hotel lungo la costa e le strutture esistenti hanno investito in ristrutturazioni e nella formazione del personale. Stanno facendo, con dieci anni di ritardo su di noi e dieci di anticipo sui nostri risultati, esattamente quello che noi diciamo di dover e voler fare da trent'anni.
E attenzione, perché la lezione è doppia. Quel modello mostra già le sue crepe: prezzi esplosi fino al 90% in poche stagioni, problemi di acqua potabile e di rifiuti, una stagione 2025 sotto le aspettative, residenti che non riescono più a permettersi il proprio Paese.
È il conto che si paga quando si insegue il volume senza costruire il sistema. Non è un modello da copiare: è un avvertimento che arriva da due direzioni insieme. Da un lato ci portano via il turista che cerca mare e prezzo. Dall'altro ci mostrano, in diretta, dove finisce chi punta tutto sui numeri e niente sulla qualità. Il turista che cerca mare e prezzo, noi, non possiamo più permettercelo. Non perché non lo vogliamo: perché su quel terreno abbiamo già perso.
Quello che non ha vocazione, ma ha potenziale
Se il turismo calabrese vive in una striscia di costa e in quattro mesi, allora il resto della Calabria: quella dei borghi, dei parchi che coprono quasi un quinto della superficie regionale, delle comunità arbëreshe, occitane e grecaniche, dei cammini, delle aree interne che si svuotano, non è un territorio "senza vocazione turistica". È un territorio che nessuno ha mai provato seriamente a rendere acquistabile.
La differenza non è semantica. Un attrattore è una cosa bella. Un prodotto è una cosa che qualcuno può prenotare, raggiungere, pagare e raccontare al ritorno. La Calabria è piena di attrattori e quasi priva di prodotti. Un turista che dorme a Tropea non ha modo di comprare una giornata in Aspromonte; uno che sta sul Tirreno cosentino non può comprare il Pollino; uno che è sullo Ionio non trova un pacchetto per la Sila. Non perché quei luoghi non valgano: perché nessuno ha costruito il trasporto, la prenotazione, la guida, il pranzo, la traduzione in inglese e la garanzia di rientrare in albergo per cena.
Chiudo con una proposta minima, che non costa quasi nulla e che può fornire un dato che oggi nessuno ha: cominciamo a misurare quanti turisti della costa consumano almeno una giornata nell'entroterra, dove e come. Un indicatore solo. Perché quel numero oggi non esiste, e finché non esiste possiamo continuare a raccontarci qualunque cosa senza dover dimostrare niente, comprese le destagionalizzazioni annunciate in conferenza stampa.
Il resto è lavoro. Lungo, poco spettacolare, fatto di comuni che si mettono d'accordo tra loro, di associazioni che conoscono i sentieri e le famiglie, di cooperative e cooperazione, di case vuote che tornano a essere ospitalità, di gente che sa costruire un racconto e trasformarlo in qualcosa che si può vendere. Quel lavoro, in Calabria, qualcuno lo sta già facendo: quasi sempre da solo, a macchia di leopardo e senza una visione regionale condivisa e strategica, quasi sempre senza risorse, quasi sempre senza che nessuno se ne accorga al di fuori di quel comune e della nostra regione.
Se vogliamo davvero passare dall'analisi alla soluzione, come chiede il direttore, il punto di partenza è smettere di aspettare che i territori "non vocati" si valorizzino da soli, e cominciare a mettere intorno allo stesso tavolo chi il territorio lo conosce e chi sa costruirci sopra un progetto. Non è una questione di promozione. È una questione di metodo. E il metodo, a differenza del mare, delle montagne e delle bellezze della Calabria non ce lo ha regalato nessuno: va costruito, con fatica, sudore e passione.