Carburanti: il grande inganno dei prezzi tra accise, Iva e margini delle compagnie a pagare sono sempre gli automobilisti
Dalla tassazione sui singoli litri alle sanzioni dell’Antitrust, fino agli sconti volontari delle compagnie: un’analisi dei meccanismi che incidono sul costo dei rifornimenti e sulle tasche dei cittadini
Ci hanno raccontato per mesi la storiella comoda della tempesta perfetta. La guerra, le navi che allungano le rotte attorno al Capo di Buona Speranza, i mercati internazionali impazziti. La vulgata politica è pulita, quasi poetica. Il prezzo del carburante sale perché il petrolio brucia lontano da qui. Ma chiunque abbia passato due ore sui registri contabili dell’economia reale sa che la realtà ha un odore assai più terroso. La verità si annida in una gigantesca illusione ottica, un gioco delle tre carte al neon installato lungo le statali italiane.
Ma guardiamo i numeri senza anestesia. Nel primo semestre di quest’anno, il prezzo medio della benzina al litro si è piantato a 1,854 euro. Se si scompone quella cifra con un bisturi da autopsia, la sorpresa dura poco. Il costo del prodotto raffinato, la materia prima vera e propria che galleggia sulle quotazioni Platts, pesa per circa 0,689 euro. Tutto il resto è una sovrastruttura. L’accisa fissa si mangia 0,581 euro. L’IVA al 22% ne incassa altri 0,334. C’è persino un paradosso contabile da teatro dell’assurdo, perché l’IVA viene applicata anche sopra l'accisa. Si paga un’imposta su un’altra imposta. Lo Stato, solo di tasse, intasca 0,915 euro per ogni singolo litro erogato. Avete capito bene. Quasi il 49% del totale finisce dritto nei forzieri dell’Erario.
Nel frattempo, dai palazzi romani partono le comunicazioni trionfali. Pura propaganda. Riduzioni temporanee, tagli d'emergenza sulle accise del gasolio, interventi d’estate pompati dalle agenzie di stampa come atti di puro coraggio civile. Costo dichiarato per il bilancio pubblico: 379,6 milioni di euro. Un’enormità? Dipende dai punti di vista. Perché mentre lo Stato fa la figura del benefattore che sfila tre decimi di euro dal totale, continua a incassare una valanga di gettito fiscale garantito dalla percentuale dell'IVA su prezzi gonfiati. Cede con la mano sinistra quello che riprende moltiplicato con la destra.
Ma ridurre tutto a una colpa della politica sarebbe un errore di superficialità. Un alibi perfetto per i giganti dell'energia.
Se si sposta lo sguardo dalla cassa dello Stato alla filiera della raffinazione, la nebbia si dirada. Nel settembre dell’anno scorso l’Antitrust ha staccato un verbale da 936,7 milioni di euro a carico di Eni, Esso, IP, Q8, Saras e Tamoil. Un’intesa restrittiva della concorrenza durata dal 2020 al 2023. In parole povere: le compagnie si allineavano sulla componente del prezzo relativa ai biocarburanti. Non erano vittime incolpevoli del barile di Brent. Erano parte attiva di un meccanismo che teneva i margini ben coperti a spese degli automobilisti.
Quindi la favola delle compagnie petrolifere affrante che soffrono insieme ai cittadini crolla sotto il peso di una sentenza. E crolla pure l'ipotesi del governo impotente. I due attori della vicenda si tengono per mano.
A questo punto del teatrino entra in scena la mossa più raffinata: il “price cap”. All’inizio dell’autunno il Ministero ha sventolato la “limitazione dei prezzi”. La parola “cap” evoca tetti di legge, decreti rigidi, mano pubblica che ferma le speculazioni. Invece non c’è alcun tetto strutturale imposto per norma. Quelli annunciati da Eni e IP non sono altro che sconti commerciali volontari, decisioni aziendali revocabili con un soffio di vento, un’operazione d’immagine presentata all'opinione pubblica con i crismi del calmiere di Stato.
È la sintesi perfetta dell'ambiguità, il taglio dell'accisa dovrebbe abbassare il prezzo alla pompa; i margini della filiera assorbono una fetta del beneficio; l'IVA resta proporzionale e mantiene la cassa statale al sicuro; gli extraprofitti accumulati nei momenti di picco non subiscono alcun prelievo automatico e permanente.
Lo stesso Senato ha dovuto ammetterlo senza troppi giri di parole nei report tecnici sulle coperture finanziarie. Il meccanismo attuale trasferisce interamente sulla finanza pubblica il costo della crisi energetica. Si usano le tasse di tutti per contenere il prezzo che arricchisce i soliti. Un circolo vizioso in cui il cittadino paga due volte. Prima paga come contribuente per finanziare lo sconto fiscale, poi paga come consumatore al distributore.
La beffa finale sta nell'opacità dei dati. Nei corridoi della Commissione Bilancio della Camera lo hanno verbalizzato chiaramente: manca una tracciabilità precisa sul gettito IVA, IRES e IRAP generato dalle oscillazioni dei carburanti. Non ci sono i numeri di dettaglio per capire se lo Stato stia guadagnando dall’inflazione dei prezzi più di quanto spenda per i tagli d’emergenza. Si viaggia a fari spenti in un mare di stime approssimative, mentre i bilanci dei colossi petroliferi continuano a chiudersi in attivo.
Mentre la pistola dell'erogatore scatta e la pompa stacca il flusso, l'automobilista guarda il display. Ha pagato la sua benzina, la sua quota di accise per guerre dimenticate, la sua percentuale di IVA, il margine della raffinazione e la quota del cartello. Torna in macchina, gira la chiave, imbocca la statale. Sotto la luce dei lampioni, il tabellone del distributore continua a lampeggiare nel buio, pronto a cambiare cifra alla prossima mossa della mano che muove i tre bicchieri.
*Documentarista