Caro carburanti, la lezione di Madrid e Lubiana: quando la volontà politica vince sul rialzo dei costi
In Italia il prezzo di benzina e diesel resta tra i più alti d’Europa, anche per il peso di accise e Iva. Spagna e Slovenia dimostrano che intervenire sulla fiscalità e sui margini della distribuzione si può: meno tasse significa alleggerire il peso su famiglie e imprese
C’è un momento preciso in cui la finzione della politica sbatte contro il parabrezza della realtà. Succede di sera, nei piazzali illuminati dai neon al quarzo dei distributori di benzina, mentre il display digitale macina cifre a una velocità ossessiva. Un litro, due euro e venti. Centoventi euro per un pieno. Chi sta davanti all'erogatore non guarda più il display ma guarda l'asfalto, oppure si stringe nelle spalle con quella rassegnazione antica che dalle nostre parti conosciamo fin troppo bene. Si chiama assuefazione al prelievo. È il gesto meccanico di chi sa di essere diventato un bancomat per le casse dello Stato.
Poi prendi la macchina, fai qualche centinaio di chilometri e superi un confine. In Slovenia o in Spagna la scena cambia. Stesso carburante grezzo, stesse raffinerie che lavorano il medesimo petrolio mediorientale o texano. Eppure la pompa dice un’altra cosa, dice un euro e ottanta, talvolta un euro e settanta. Com’è possibile? Non è una magia, e non è neppure la benevolenza dei mercati. È una scelta di potere.
Guardiamo, sempre insieme al divulgatore economico, Angelo Vaccariello, la geografia di questo paradosso. Malta, Polonia, Bulgaria, Svezia, Cipro, Spagna, Slovacchia, Croazia, Repubblica Ceca, Slovenia, Ungheria, Estonia, Irlanda, Lettonia, Lussemburgo, Grecia. Sedici Paesi dell’Unione Europea tengono stabilmente il costo del diesel ben al di sotto della soglia psicologica dei due euro. Non parliamo di eden petroliferi o di monarchie del Golfo, ma di democrazie comunitarie con economie strutturalmente paragonabili alla nostra. Il loro segreto non sta nella geologia, sta nella fiscalità.
Prendete Madrid. In Spagna il costo industriale del grezzo raffinato è persino più alto rispetto a quello rilevato in Italia. Quando il diesel esce dalla raffineria, agli spagnoli costa di più. Ma quando arriva alla pompa costa meno. Il trucco? Si chiama prelievo erariale. Madrid si accontenta di ventisette centesimi al litro di accise e applica un’Iva al ventuno per cento. Roma ne preleva cinquantatrè, di centesimi, più del doppio, e ci carica sopra un’Iva al ventidue. Un capolavoro di perversione contabile perché l'Iva è applicata non solo sul costo del prodotto, ma sull'accisa stessa. Praticamente, una tassa sulla tassa. Una matrioska tributaria che dissangua chi deve fare strada per lavorare.
Se poi si guarda a Lubiana, la lezione si fa ancora più stringente. La Slovenia non s’è limitata a calare le accise a trenta centesimi. Ha fatto di più. Ha bloccato i margini dei distributori privati a undici centesimi al litro e ha imposto una forma di prezzo calmierato fuori dalla rete autostradale. Ha fatto politica economica. Ha detto ai giganti della distribuzione che oltre questo limite non si va.
Sconto sul diesel prorogato fino al 5 settembre: il governo tassa le big dell'energia per coprire la manovraIn Italia, intanto, si assiste al solito teatrino delle proroghe. Un decreto da diciassette centesimi scade proprio oggi, lasciando il prezzo libero di impennarsi di nuovo, mentre dai ministeri filtrano le consuete veline sul Governo alla ricerca delle risorse. Risorse. Una parola vuota che serve a nascondere una dipendenza patologica. Perché la verità, pura e nuda, è che lo Stato italiano dai carburanti incassa circa trentotto miliardi di euro all'anno. Ventotto arrivano dalle accise, il resto dall'Iva. Ridurre il prezzo del gasolio non è una missione impossibile per mancanza di liquidità. Significa spingere lo Stato a disintossicarsi da un’entrata garantita, facile, immediata. Non è un problema di destra o di sinistra. È un problema di sopravvivenza dell'apparato statale.
Dire che i soldi non ci sono è una bugia contabile che non regge più. La gente è stanca. Le coperture esistono, basta guardare dove la spesa pubblica spunta come erba gramigna. Confindustria lo ripete da mesi. Ci sono 25 miliardi di euro di incentivi a pioggia erogati alle imprese che non producono un solo posto di lavoro né un centesimo di innovazione. Tagliarne la metà significherebbe recuperare subito dodici miliardi e mezzo. Poi ci sono i capitoli della difesa: destinarne dieci all'acquisto di nuove piattaforme d'arma anziché quindici libererebbe altri cinque miliardi. Risultato? Diciotto miliardi recuperati con un paio di decisioni in Consiglio dei Ministri.
Caro energia e carburanti, l’allarme della Claai: «Panificazione in ginocchio, molte attività rischiano di chiudere»Non occorre un economista da premio Nobel per fare queste somme. Occorre una volontà politica che rompa la sudditanza nei confronti delle grandi partecipate energetiche e della comoda rendita di posizione del fisco. Continuare a raccontare la favola dei mercati internazionali brutti e cattivi è una strategia di distrazione di massa che ha il fiato corto. Se sedici Stati europei hanno trovato la strada per proteggere i bilanci delle loro famiglie e delle loro imprese, pretendere che l'Italia faccia lo stesso non è demagogia ma è l'abito minimo della ragion di Stato.
Nel frattempo, la pistola dell'erogatore torna al suo posto con un sobbalzo metallico. La ricevuta stampata resta in mano, piegata in due. L'ennesima cambiale in bianco pagata a un impianto fiscale che continua a nutrirsi del lavoro altrui, mentre a Roma ci si interroga ancora su come cercare le risorse. La risposta è già scritta su quei display a cristalli liquidi, basterebbe avere il coraggio di leggerla.
*Documentarista