Depuratori e reti colabrodo in Calabria: c’è una proposta di legge per riusare le acque reflue trattate
Dalle reti duali alla fitodepurazione, fino al riuso agricolo e industriale delle acque trattate: il testo del consigliere d’opposizione Enzo Bruno punta a rivoluzionare il sistema idrico e ridurre sprechi e infrazioni Ue
La Calabria perde acqua, depura male e paga il conto delle infrazioni europee. Da qui parte la proposta di legge regionale presentata dal consigliere di minoranza Enzo Bruno, capogruppo di “Tridico Presidente”, che punta a cambiare il modo in cui la Regione gestisce acque reflue, depuratori e riuso dell’acqua trattata. Il testo è stato depositato al Consiglio regionale con il titolo: “Disposizioni in materia di gestione sostenibile delle acque reflue urbane, adeguamento degli impianti di depurazione e riuso delle acque reflue affinate”.
Tradotto: l’acqua che oggi finisce negli scarichi, dopo essere stata depurata, non dovrebbe più essere considerata solo un rifiuto da smaltire, ma una risorsa da recuperare. Per irrigare i campi, lavare le strade, annaffiare il verde pubblico, alimentare alcuni usi industriali, servire reti non potabili e perfino contribuire alle attività antincendio.
La proposta nasce da un quadro che il documento descrive come critico e che, di fatto, rappresenta la realtà. La Calabria deve fare i conti con gli effetti della crisi climatica, con periodi di siccità più lunghi, piogge più intense e concentrate, aumento delle temperature e riduzione delle riserve idriche. A tutto questo si aggiungono le perdite delle reti: in molte aree, secondo la relazione, la dispersione supera la metà dell’acqua immessa.
Poi c’è il capitolo depurazione, quello che da anni pesa sul sistema regionale. La proposta richiama la presenza di 161 agglomerati interessati da procedure di infrazione comunitaria, con criticità concentrate soprattutto nelle province di Crotone (32%), Cosenza (24%) e Catanzaro (22%). Il documento parla di impianti obsoleti o sottodimensionati, reti fognarie inadeguate, stazioni di sollevamento vecchie, manutenzione carente e una gestione storicamente frammentata tra i Comuni.
L’obiettivo del testo è provare a superare questo modello. Non più soltanto prelevare acqua, usarla e scaricarla. Ma recuperarla, trattarla meglio e rimetterla in circolo quando è possibile. È il principio dell’economia circolare applicato al ciclo idrico: meno sprechi, meno pressione su fiumi e falde, più riuso delle acque depurate.
Depuratore di Ravagnese, La Strada: «Serve una nuova collocazione e la rigenerazione dell’area»Uno dei punti più concreti riguarda i nuovi edifici e i nuovi insediamenti. La proposta introduce l’obbligo di separare le acque già alla fonte. Le acque nere, cioè quelle provenienti da wc e cucine, dovrebbero viaggiare separate dalle acque grigie, che arrivano da docce, lavabi e lavatrici, e dalle acque meteoriche, cioè l’acqua piovana.
Questo per non far finire tutto nella stessa rete, perché, quando ciò accade, i depuratori ricevono carichi più difficili da trattare. Separare le acque significa ridurre il peso sugli impianti, rendere più semplice il trattamento e recuperare più facilmente l’acqua che può essere riutilizzata.
Nei nuovi insediamenti di grandi dimensioni il testo prevede anche le reti duali. In pratica, due reti separate: una per l’acqua potabile e una per l’acqua non potabile. Quest’ultima potrebbe servire per gli scarichi dei wc, l’irrigazione, alcuni usi tecnici o il lavaggio di spazi esterni. La proposta stabilisce che queste reti siano progettate in modo da evitare qualsiasi contatto con l’acqua destinata al consumo umano.
Il cuore della legge resta però nei depuratori. Il testo prevede l’adeguamento degli impianti esistenti e la realizzazione di sezioni di affinamento. L’affinamento è un trattamento ulteriore: l’acqua è già depurata, ma viene sottoposta ad altri processi per raggiungere una qualità compatibile con il riutilizzo. Servono vasche di accumulo, sistemi di disinfezione, controlli sulla qualità e strumenti di telemisura.
Qui entra in gioco il concetto di “fabbrica verde”. Il depuratore, nella proposta, non è più solo l’impianto che ripulisce ciò che arriva dalle fogne. Diventa una struttura capace di recuperare acqua, produrre energia, valorizzare fanghi e nutrienti. Una specie di centro industriale del riuso, con meno sprechi e più risorse recuperate.
Il testo prevede anche il recupero dei fanghi di depurazione. Quando le condizioni tecniche e sanitarie lo consentono, i fanghi potrebbero essere trasformati in compost o ammendanti agricoli. La proposta cita anche il recupero di nutrienti come azoto e fosforo, utili per l’agricoltura.
Altro capitolo: l’energia. Gli impianti di trattamento dovrebbero puntare su fonti rinnovabili, fotovoltaico in autoconsumo, recupero del biogas dai fanghi e recupero del calore. Per gli impianti più grandi, con carico pari o superiore a diecimila abitanti equivalenti, viene indicato un percorso verso la neutralità energetica entro il 2045, in linea con la normativa europea.
La proposta guarda anche alle aree interne e montane. Qui entra in gioco la fitodepurazione, cioè l’uso di sistemi naturali, basati anche su piante e bacini filtranti, per trattare le acque reflue. Il testo la indica come soluzione prioritaria per comunità montane, case sparse e piccoli centri dove portare tutto verso grandi impianti centralizzati può essere difficile o troppo costoso.
Per sapere dove intervenire, però, bisogna prima conoscere lo stato reale delle reti. Per questo la proposta prevede un censimento da completare entro ventiquattro mesi. I Comuni, insieme ai gestori del Servizio idrico integrato e con il supporto dell’Autorità Idrica della Calabria (Arrical), dovrebbero rilevare lo stato delle reti fognarie, la presenza di infiltrazioni e acque parassite, le criticità degli impianti e la situazione degli edifici pubblici e privati rispetto alla separazione delle acque. I dati finirebbero in una banca dati regionale aperta e aggiornata.
La regia dovrebbe passare da un programma regionale triennale per il riuso delle acque reflue affinate, da adottare entro 180 giorni dall’entrata in vigore della legge. Questo programma dovrebbe individuare gli impianti prioritari, fissare gli obiettivi di riutilizzo, indicare le aree soggette a stress idrico e stabilire i criteri per distribuire le risorse disponibili.
Nel sistema di governance entrano diversi soggetti: la Giunta regionale, l’Autorità Idrica della Calabria (Arrical), i gestori del servizio idrico, Arpacal, le Aziende sanitarie provinciali, i Comuni e le Autorità di bacino. La proposta prevede anche un tavolo regionale permanente per le acque reflue, presieduto dall’assessore competente, con funzioni di coordinamento e monitoraggio.
Depurazione a Crotone, sul tavolo del subcommissario Daffinà due studi per risolvere le criticitàIl riuso dell’acqua, però, non sarebbe libero né automatico. Ogni impianto dovrebbe avere un piano di gestione del rischio. Questo documento serve a individuare pericoli chimici, microbiologici e fisici, stabilire le responsabilità dei soggetti coinvolti e indicare le misure di sicurezza da adottare lungo tutta la filiera: dal depuratore all’utilizzatore finale.
I controlli sarebbero affidati a più livelli. Il gestore dovrebbe effettuare l’autocontrollo, mentre Arpacal si occuperebbe dei profili ambientali e le Aziende sanitarie provinciali di quelli igienico-sanitari. I dati del monitoraggio dovrebbero poi confluire nella banca dati regionale ed essere messi a disposizione del pubblico.
Sul piano normativo, la proposta richiama il nuovo quadro europeo sul trattamento delle acque reflue urbane e sul riutilizzo dell’acqua. Il riferimento principale è il Regolamento europeo 2020/741, che disciplina il riuso delle acque in agricoltura, insieme alla Direttiva europea 2024/3019, che aggiorna le regole sul trattamento delle acque reflue urbane.
La relazione tecnico-finanziaria precisa che la proposta non comporta nuovi o maggiori oneri diretti per il bilancio regionale. Le risorse dovrebbero arrivare da fondi statali, Pnrr, Fondo sviluppo e coesione, fondi europei, proventi tariffari del servizio idrico integrato ed eventuali stanziamenti regionali futuri.
Molti aspetti operativi verrebbero definiti da un regolamento attuativo, da approvare entro 180 giorni. Li dovrebbero essere stabiliti i parametri tecnici, le procedure autorizzative, le frequenze dei controlli, i requisiti delle vasche di stoccaggio, delle reti duali e degli impianti di fitodepurazione, oltre ai criteri per concedere o revocare i contributi.
Infine, la proposta prevede una clausola valutativa. Ogni due anni la Giunta dovrebbe presentare al Consiglio regionale una relazione sullo stato di attuazione della legge: quanti impianti sono stati adeguati, quanta acqua è stata effettivamente riutilizzata, a che punto sono le procedure di infrazione europee, quali risorse sono state spese e quali ostacoli sono emersi.