Economia calabrese in ripresa nel 2025? I dati migliorano, ma il divario strutturale con l’Italia non si chiude
Il miglioramento dimostrato nell’ultimo anno non rappresenta un vero cambio di regime, bensì una fase di rimbalzo fragile, fortemente dipendente da fattori esterni e difficilmente sostenibile nel medio periodo
Tra il 2025 e il 2026 l’economia della Calabria continua a mostrare segnali congiunturali positivi, ma questi dati rischiano di offrire un’immagine parziale e potenzialmente fuorviante se non letti alla luce del profondo gap strutturale che separa la regione dalla media nazionale. Il miglioramento registrato nel 2025 non rappresenta un vero cambio di regime, bensì una fase di rimbalzo fragile, fortemente dipendente da fattori esterni e difficilmente sostenibile nel medio periodo.
Nel 2025 il PIL regionale cresce più dell’anno precedente e in alcuni indicatori persino più della media italiana. Tuttavia, questo risultato va ridimensionato per almeno due ragioni. In primo luogo, il punto di partenza è molto basso: crescere dell’1–1,5% dopo anni di stagnazione non significa recuperare il terreno perso rispetto all’Italia, ma semplicemente ridurre marginalmente una distanza accumulata in decenni.
In secondo luogo, la crescita è trainata in larga parte da spesa pubblica, cantieri e investimenti legati a programmi straordinari, fattori che migliorano i conti nel breve periodo ma non modificano automaticamente la capacità produttiva strutturale della regione. Il mercato del lavoro, spesso indicato come il principale segnale positivo del 2025, è emblematico di questa ambiguità. L’occupazione aumenta e la disoccupazione diminuisce rispetto al 2024, ma il confronto corretto non è solo con l’anno precedente: è con i livelli nazionali. Anche dopo il miglioramento, il tasso di occupazione calabrese resta di oltre dieci punti inferiore alla media italiana.
Ciò significa che una parte consistente della popolazione in età lavorativa rimane fuori dal mercato, non per scelta ciclica ma per carenze strutturali: tessuto produttivo debole, scarsa domanda di lavoro qualificato, forte emigrazione giovanile. Il rischio è che l’aumento degli occupati nel 2025 sia in larga parte temporaneo, legato a lavori a bassa produttività o a occupazione assistita, senza effetti duraturi su redditi e competenze.
Ancora più evidente è il caso dell’export, spesso citato come prova dell’“apertura internazionale” della Calabria. Nel 2025 le esportazioni crescono rispetto al 2024 e, in termini percentuali, mostrano performance migliori della media nazionale. Ma qui il limite dei dati congiunturali è massimo: in valore assoluto, l’export annuo calabrese è inferiore al fatturato estero di una singola grande impresa manifatturiera del Nord Italia. Questo dato non è solo simbolico, ma strutturale. La crescita percentuale parte da una base talmente ridotta che basta l’andamento di pochi comparti – in particolare l’agroalimentare – per produrre variazioni apparentemente rilevanti.
Non si tratta di un sistema esportatore diversificato, ma di nicchie produttive con basso contenuto tecnologico e scarso potenziale di scalabilità. Sul fronte delle imprese, il miglioramento di fatturati e investimenti nel 2025 convive con una struttura produttiva frammentata e sottocapitalizzata. La crescita del credito riguarda soprattutto le imprese medio-grandi, mentre le micro e piccole imprese – che costituiscono l’ossatura dell’economia regionale – restano esposte a vincoli finanziari, bassa produttività e scarsa capacità di innovazione. Anche in questo caso, il confronto con l’anno precedente mostra un miglioramento, ma il confronto con la media nazionale evidenzia un divario che non si chiude.
Guardando al 2026, questi limiti emergono con maggiore chiarezza. Le previsioni indicano un forte rallentamento della crescita regionale, con un rischio concreto di ritorno a tassi prossimi allo zero. La riduzione dell’impulso degli investimenti straordinari, unita a una domanda privata debole e a una demografia sfavorevole, rende evidente quanto i risultati del 2025 siano poco consolidati. Senza un aumento stabile della produttività, senza un rafforzamento del capitale umano e senza un vero salto dimensionale delle imprese, la Calabria rischia di tornare rapidamente su un sentiero di stagnazione relativa.
Il biennio 2025–2026 non racconta tanto una “ripresa” quanto una finestra temporanea di miglioramento che non intacca il gap strutturale con l’Italia. I dati congiunturali positivi, se isolati, rischiano di mascherare una realtà più complessa: un’economia che cresce quando sostenuta dall’esterno, ma fatica a generare sviluppo endogeno. La vera sfida non è difendere il rimbalzo del 2025, ma trasformarlo in un processo strutturale – e al momento, tutti gli indicatori suggeriscono che questa trasformazione sia ancora lontana.
*Docente di Politica economica, Università Mediterranea di Reggio Calabria