Economia sociale in Calabria: tutti d’accordo sui principi, ma il modello resta incompiuto. Ecco i ritardi strutturali
Dal primo rapporto presentato alla Bcc di Rende la cooperazione emerge come il segmento più maturo dell’economia sociale calabrese, mentre le imprese profit faticano a tradurre i principi in strategia. Il gap tra dichiarazioni e pratiche resta ampio
La presentazione del Primo Rapporto sull’Economia Sociale e la Cooperazione in Calabria, andata in scena a Rende nella sede della Bcc Mediocrati, ha offerto molto più di una semplice fotografia statistica. È stata, piuttosto, una diagnosi lucida dello stato dell’economia calabrese: un sistema che ha ormai interiorizzato i valori dell’economia sociale, ma che fatica ancora a trasformarli in struttura, metodo e strategia.
Il dato emerso con maggiore chiarezza è stato uno: l’economia sociale è riconosciuta, condivisa, persino evocata come modello di sviluppo, ma resta largamente incompiuta nella sua applicazione concreta. Una distanza netta tra dichiarazioni e pratiche che attraversa tutto il tessuto produttivo regionale.
Cooperative più mature, imprese profit in affanno
Nel corso della presentazione è apparso evidente come il sistema cooperativo calabrese si collochi su un livello di maturità nettamente superiore rispetto alle imprese profit. Non solo in termini valoriali, ma soprattutto sul piano operativo.
Le cooperative hanno dimostrato una maggiore consapevolezza dei principi dell’economia sociale, una più alta percezione dell’impatto positivo sul territorio e una più frequente traduzione di questi valori nelle scelte strategiche.
La presentazione ha certificato, senza ambiguità, che la cooperazione rappresenta oggi il segmento più avanzato dell’economia calabrese orientata al bene comune.
Il limite, semmai, è sistemico: il modello cooperativo resta un’isola avanzata, mentre il resto del tessuto imprenditoriale procede più lentamente, spesso limitandosi a un’adesione formale o retorica.
Il grande nodo: “tra il dire e il fare”
Il passaggio più delicato emerso dalla presentazione riguarda il cosiddetto “salto di qualità”.
Solo circa sei imprese su dieci hanno dichiarato di applicare in modo strutturato i principi dell’economia sociale nelle proprie scelte strategiche. Un dato che segnala una diffusione significativa dei valori, ma anche una persistente difficoltà a renderli sistema.
Centralità della persona, dignità del lavoro e sostenibilità ambientale sono risultati temi ampiamente condivisi. Tuttavia, la loro applicazione concreta è apparsa frammentata, disomogenea e spesso non misurata.
La governance inclusiva resta poco praticata, la transizione ecologica avanza lentamente e il rapporto con il territorio non sempre si traduce in collaborazione strutturata.
Il quadro restituito è quello di un’economia che ha interiorizzato il linguaggio del cambiamento, ma non ancora la sua grammatica operativa.
Welfare, parità di genere e impatto: i ritardi strutturali
Nel dibattito sviluppatosi attorno al Primo Rapporto sono emerse tre aree di particolare fragilità, che rappresentano altrettanti nodi irrisolti dell’economia calabrese.
Il welfare aziendale è apparso ancora marginale: solo una minoranza delle imprese ha attivato strumenti strutturati di benessere organizzativo. Un limite rilevante in un contesto territoriale segnato da precarietà occupazionale e fragilità sociali.
La parità di genere nei consigli di amministrazione è risultata debole e disomogenea, con forti differenze settoriali e territoriali. Un dato che ha confermato come l’inclusione femminile non sia ancora percepita come leva di qualità decisionale, ma come variabile accessoria.
La misurazione dell’impatto sociale e ambientale, infine, è emersa come la vera area critica. Senza strumenti di valutazione, l’economia sociale rischia di restare un orizzonte etico, più che una politica economica verificabile.
Isec: una sufficienza che segnala potenziale, non compimento
L’Indice di Sviluppo dell’Economia Sociale e Civile (ISEC) ha restituito un punteggio medio di 46 su 100. Un risultato che ha confermato un’adesione complessivamente discreta, ma ancora lontana da una piena strutturazione del modello.
La governance inclusiva è risultata l’area più solida.
La responsabilità ambientale ha mostrato segnali incoraggianti.
Restano invece deboli la collaborazione sistemica, il rapporto con la comunità e, soprattutto, la misurazione dell’impatto.
Il messaggio è apparso chiaro: le imprese agiscono spesso in modo isolato, senza costruire reti, filiere e alleanze capaci di generare scala e continuità.
Fiducia fragile e sviluppo rinviato
Sul fondo della discussione è emerso un clima di fiducia ancora incerto.
La presentazione ha fotografato un tessuto imprenditoriale segnato da aspettative prudenti, quando non apertamente pessimistiche. La percezione di una situazione economica regionale critica ha continuato a frenare investimenti, crescita e programmazione di medio-lungo periodo.
È in questo contesto che l’economia sociale è apparsa, più che una scelta ideologica, una necessità strutturale. Non un’alternativa al mercato, ma una possibile risposta alla stagnazione.
La lezione dell’evento: dal consenso al sistema
La presentazione del Primo Rapporto ha lasciato una conclusione netta: in Calabria esiste un consenso ampio intorno all’economia sociale, ma manca ancora la sua piena istituzionalizzazione.
La cooperazione ha indicato una direzione possibile. Le imprese profit hanno mostrato segnali di apertura.
Ora la sfida si sposta sulle politiche pubbliche, sugli strumenti finanziari, sulla capacità di misurare e accompagnare il cambiamento.
Perché l’economia sociale non vive di dichiarazioni, ma di scelte organizzative, regole e investimenti coerenti.
Ed è su questo terreno che, dopo l’evento di Rende, si gioca la vera partita per il futuro produttivo della Calabria.