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13/03/2026 ore 17.47
Economia e lavoro

Gas e petrolio, gli occhi del mondo ancora puntati sullo Stretto di Hormuz

A due settimane dall’avvio del conflitto il regime iraniano continua a bloccare i traffici marittimi e commerciali. Oltre 1.000 miliardi di dollari il conto della guerra (secondo Axios)

di Redazione Economia

Il conflitto globalizzato è sfuggito di mano al “controllo” Usa. Washington pensava di rovesciare il regime degli ayatollah in pochi giorni ma dopo due settimane di guerra l’unico effetto dell’azione militare in Medio Oriente sono i venti di crisi che soffiano forte sull’economia mondiale. Famiglie ed imprese sono le prime a pagarne i costi e con effetti speculativi che si avvertono un po’ ovunque. Oltre 1.000 miliardi di dollari il costo della guerra, in appena due settimane, secondo un’analisi riportata da Axios, tra azioni militari, distruzioni e danni alle infrastrutture e ripercussioni economiche internazionali.

La Cnn, il New York Times ed il Wall Street Journal anche oggi tornano a bacchettare l’Amministrazione Usa, il presidente Trump ed il Pentagono per aver sottovalutato la capacità di resistenza e di risposta di Teheran che sta infliggendo gravi danni economici ai paesi del Golfo e che tiene in scacco Asia ed Occidente con il blocco dello Stretto di Hormuz. Si protrae lo stop al traffico marittimo e ai commerci di gas e petrolio: uno shock economico ed energetico che se prolungato avrebbe effetti devastanti. Un quarto della produzione mondiale di greggio viaggia su queste rotte. Si pensa a soluzioni alternative come l’utilizzo dell’oleodotto Petroline Est-Ovest (BPSA) per trasportare il petrolio fino al complesso portuale di Yanbu situato sulla costa del Mar Rosso in Arabia Saudita. Oppure l’utilizzo dell'Abu Dhabi Crude Oil Pipeline (ADCOP) per trasportare il greggio dagli impianti di Habshan direttamente al porto di Fujairah sul Golfo di Oman, evitando lo Stretto di Hormuz.

La Cina si è assicurata una sorta di “lasciapassare” che le consente di superare indenne il blocco dei pasdaran. Gli scambi commerciali tra i due paesi valgono circa 15 miliardi di dollari. Dall’Iran partono greggio, condensati, polimeri, minerali di ferro e rame. La Cina esporta macchinari industriali, attrezzature elettriche, parti di autoveicoli, prodotti chimici e tessili. Pechino è il più grande acquirente di petrolio iraniano “sanzionato”, circa il 90% delle esportazioni di greggio dell'Iran. Nel 2025, la Cina ha importato circa 1,38 milioni di barili al giorno. Pechino ieri ha deciso lo stop a tempo illimitato delle vendite all’estero di carburanti per preservare le scorte nazionali.

Il presidente Usa Trump dal canto suo ha autorizzato per 30 giorni gli acquisti di petrolio russo “in transito”, cioè stoccato su navi in mare. Misura decisa per tentare di contenere l’aumento dei prezzi.

La prima a beneficiare del via libera è stata l’India. New Delhi importa dal Golfo Persico quasi il 60% del suo fabbisogno di Gpl, che lo scorso anno è arrivato a 33,15 milioni di tonnellate acquistate dal Qatar. Oggi è alla ricerca di fornitori alternativi e pensa a reintrodurre kerosene e carbone. 

Secondo l’International energy agency la situazione attuale rappresenta la più grande interruzione dell’offerta petrolifera nella storia del mercato globale. L’agenzia stima che i produttori del Golfo abbiano già ridotto la produzione di almeno 10 milioni di barili al giorno a causa delle difficoltà di esportazione, mentre la produzione mondiale potrebbe scendere di circa 8 milioni di barili al giorno nel mese di marzo. Si tratta di un calo superiore al 7% rispetto ai circa 107 milioni di barili giornalieri prodotti a febbraio, una contrazione che non ha precedenti. Dall’inizio della guerra il petrolio è aumentato del 52% ed il gas del 63%. Nessuno è immune dalle ripercussioni economiche del conflitto: gli effetti su crescita ed inflazione si vedranno fin da subito. Il presidente Trump ha dichiarato che il balzo in avanti dei costi per le materie prime energetiche sono una manna per gli Usa che esporterà e guadagnerà di più. Non tutti sono così fortunati. Secondo il Financial Times alcuni paesi europei hanno avviato colloqui con Teheran nel tentativo di negoziare un accordo che garantisca un passaggio sicuro alle loro navi attraverso lo Stretto di Hormuz. Il quotidiano economico riporta che «la Francia è uno dei Paesi coinvolti nei colloqui» e che «anche l'Italia ha compiuto dei tentativi di avviare delle discussioni con Teheran».

Immediata la smentita di Palazzo Chigi. «Non ci negoziati bilaterali o trattative dirette con l'Iran» ha fatto sapere il Governo al termine del vertice straordinario del Consiglio Supremo di Difesa presieduto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che si è riunito oggi al Quirinale. Il Consiglio ha espresso «grande preoccupazione per lo scenario di crisi che si è determinato con la nuova guerra in corso a seguito dell'azione militare degli Stati Uniti e di Israele contro l'Iran».