Il bluff del pieno al prezzo bloccato. Eni mette un freno ai rincari ma il conto resta sulle famiglie
Il colosso energetico fissa una soglia per diesel e benzina, mentre Palazzo Chigi arriva tardi e la filiera continua a muoversi tra margini, accise e speculazioni che pesano sui consumatori
Le luci del display sopra la pompa segna due euro e venti. Poi due e diciannove. Un decimalino in meno per farti credere che qualcuno, da qualche parte nei palazzi del potere, stia vegliando sul tuo portafoglio. È la commedia del distributore. Un teatrino quotidiano dove l’automobilista medio fa la parte del fesso e la politica quella del Salvatore con la benzina altrui.
Per mesi ci hanno raccontato la favola bella del mercato libero. Ci hanno detto che i prezzi salivano per la geopolitica, per le raffinerie scarse, per le cisterne incagliate, per il destino cinico e baro. Poi, d’improvviso, Eni decide di mettere un tetto al prezzo. Un mese a due e diciannove il diesel, uno e novantanove la verde. Un miracolo? No, un’operazione di maquillage corporate. Eppure la mossa dimostra una cosa chiarissima, quasi sfacciata: fare qualcosa si poteva. Se lo fa il colosso energetico partecipato dalla cassaforte dello Stato, significa che la leva c’era fin dal primo giorno. Solamente, nessuno aveva voglia di tirarla.
Benzina e diesel, Eni mette un tetto ai prezzi: dal 28 settembre risparmio fino a 17 centesimi al litroEcco il paradosso che fa ribollire il sangue. Abbiamo assistito a sei mesi di speculazione selvaggia, con i profitti delle compagnie petrolifere schizzati verso le stelle, mentre al governo ci si limitava a mettere pezze bagnate su ferite aperte. Il taglio delle accise? Una mancia. Un pannicello caldo che i distributori e i grandi player della filiera si sono rimangiati nel giro di una settimana, riassorbendo lo sconto nei loro margini di guadagno senza battere ciglio.
La verità è una soltanto, ed è spoglia di qualsiasi iperbole. Di fronte a una speculazione internazionale sfacciata, uno Stato vero non manda i messaggini di condoglianze ai consumatori. Fa pressione. Impone un “price cap”. Utilizza il peso della sua azienda partecipata per dettare l'agenda del mercato, innescando quell'effetto domino che costringe anche i concorrenti ad abbassare le creste. Non è questione di rispolverare il Capitale di Marx o di trasformarsi in pericolosi bolscevichi. Si chiama semplice tutela dell'economia reale. Si chiama bloccare un travaso di liquidità irragionevole dalle tasche delle famiglie ai bilanci delle multinazionali.
Invece no. Si è preferito il teatro. Si sono scelti i proclami, le uscite a favore di camera, le manovre d'effetto pensate per i tg della sera. Fino alla scena madre di questi giorni, dove il Ministero delle Imprese e quello dell'Ambiente convocano d'urgenza le società petrolifere per chiedere di "aumentare la raffinazione" sul suolo nazionale. Una mossa che fa sorridere per il suo tempismo. Chiunque conosca un minimo la materia sa che la capacità di raffinazione non si allarga come un elastico da un giorno all'altro. Ma se persino il governo si risolve a chiedere questo passo, significa che il margine di manovra esisteva. Esisteva a marzo, esisteva ad aprile, esisteva quando il carburante alle stelle sventrava i bilanci delle piccole imprese del trasporto.
Lavorare sottotraccia fin da subito avrebbe fruttato molto di più di questa passerella fuori tempo massimo. Invece si è scelto di aspettare che fosse la prima azienda di Stato a muoversi per ragioni d'immagine, lasciando che il prezzo salisse per motivi che con la reale disponibilità di greggio non c'entravano nulla. Chi chiama tutto questo "libero mercato" mente sapendo di mentire. Il prezzo della benzina che schizza in alto da un'ora all'altra per una minaccia bellica a cinquemila chilometri di distanza non è la legge della domanda e dell'offerta. È speculazione pura. Quella che si studia al primo anno di economia e che genera extraprofitti monstre per pochi, lasciando il conto da pagare a chi deve mettere in moto il furgone per andare a lavorare.
Adesso resta da vedere se gli altri marchi avranno il buon gusto di inseguire la mossa di Eni o se continueranno a mungere il casello. E resta da capire se il governo, esaurita la scorta di slogan, avrà il fegato di imporre regole certe se il mercato dovesse tornare a salire. Ma mentre il display della pompa si azzera e la pistola del carburante comincia a erogare, la sensazione che ti resta appiccicata alle dita non è il profumo dell'idrocarburo ma è il puzzo di un'occasione sprecata. L'ennesima dimostrazione che quando il palazzo decide di muoversi, per le tasche di chi sta sulla strada è sempre maledettamente troppo tardi.
Documentarista