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14/01/2026 ore 06.46
Economia e lavoro

Il digitale in Calabria cresce ma non diventa economia: il nodo degli investimenti privati

Competenze e progetti aumentano, ma il settore resta fragile. Senza capitale e crescita strutturata l’innovazione non diventa industria, non crea lavoro stabile e non trattiene talenti sul territorio

di Matteo Pugliese*

Negli ultimi anni il digitale è entrato stabilmente nel dibattito pubblico anche in Calabria e, più in generale, nel Sud Italia. Competenze in crescita, nuove iniziative imprenditoriali e infrastrutture più diffuse hanno reso il tema meno marginale rispetto al passato. Eppure, nonostante questa attenzione crescente, il digitale continua a non produrre un impatto economico stabile e strutturale.

Il paradosso è ormai evidente: il digitale c’è, ma raramente diventa economia. Nascono progetti, non filiere. Si accumulano esperienze, ma difficilmente si costruiscono aziende capaci di crescere davvero. Molte iniziative partono, poche superano una soglia critica. Il risultato è un ecosistema vivo, ma fragile, che fatica a trasformare innovazione in lavoro stabile e sviluppo duraturo.

Il problema principale è che il digitale al Sud cresce, ma resta micro. Numerose realtà operano su mercati ridotti, con modelli pensati per funzionare in una dimensione locale e per un tempo limitato. Non è solo una questione tecnologica, ma strutturale: senza crescita non si genera valore sufficiente per alimentare un ecosistema che si rafforzi nel tempo. Un digitale che non scala non crea economia, né continuità.

Una parte rilevante della spiegazione sta in un fattore spesso rimosso dal dibattito pubblico. Quando si parla di sviluppo digitale, l’attenzione si concentra quasi sempre su formazione, fondi pubblici e infrastrutture. Tutti elementi necessari, ma non sufficienti. Molto meno si parla di investimenti privati. Eppure, senza capitale privato, il digitale resta sperimentazione.

Non diventa industria.

Il capitale privato segue logiche precise. Non interviene per colmare divari territoriali o sostenere iniziative per principio. Valuta il rischio in relazione a una possibile crescita futura. Un investitore osserva il team, il mercato, la governance, la capacità di crescere e la possibilità di uscire dall’investimento nel tempo. Il capitale non cerca territori promettenti in astratto, ma

contesti leggibili, in cui sia chiaro perché investire abbia senso. Dove questa leggibilità manca, l’investitore semplicemente non entra.

Ed è proprio qui che molte aree del Sud risultano poco attrattive. Non tanto per mancanza di competenze, quanto per la frammentazione dell’ecosistema. I progetti sono spesso isolati, poco visibili, scollegati tra loro. Le storie di crescita strutturata sono rare, le exit (ovvero il momento in cui chi ha investito in un’azienda realizza il valore creato ed esce dall’investimento) sono quasi assenti. Le relazioni tra università, imprese e capitale non seguono un percorso continuo. Anche quando il potenziale esiste, il rischio percepito resta elevato.

In questo scenario, i fondi pubblici svolgono un ruolo importante ma limitato. Servono per avviare iniziative, ridurre barriere iniziali, favorire la sperimentazione. Diventano un problema quando rappresentano l’unico motore del digitale. Un’impresa che nasce principalmente per ottenere un finanziamento tende a misurarsi più con la rendicontazione che con il mercato.

Il problema non sono i bandi, ma ciò che spesso non arriva dopo: liquidità, crescita, responsabilità imprenditoriale.

Esistono però modelli da cui trarre un’indicazione di metodo. Negli Stati Uniti il capitale privato non è un elemento esterno, ma parte integrante dell’ecosistema digitale. Business Angels, ex imprenditori e piccoli fondi alimentano un ciclo continuo di investimenti. Le exit, anche di dimensioni contenute, rigenerano capitale, competenze e fiducia. Il sistema si autoalimenta perché il valore non esce, ma circola.

La soluzione non è copiare quel modello, ma comprenderne il principio. Rendere un territorio investibile significa costruire condizioni chiare e riconoscibili. Progetti con metriche comprensibili, team professionali, reti di investitori locali, collegamenti commerciali che superino i confini regionali. Non si tratta di attrarre investitori con slogan, ma di meritare investimenti creando un contesto leggibile e coerente.

Il rischio di non affrontare questo nodo è un digitale che resta micro e intermittente. Realtà che sopravvivono, ma non crescono. Che non generano occupazione stabile, non trattengono talenti (o favoriscono la tornanza) e non producono ritorni capaci di attirare nuovo capitale. Ad oggi, ogni progetto riparte da zero, senza accumulare valore, esperienza o fiducia.

Alla fine, la questione è prima culturale che economica. Rendere un territorio investibile non significa snaturarlo, ma renderlo comprensibile a chi decide di rischiare capitale. Senza questo passaggio, il digitale al Sud rischia di restare una promessa che si ripete ciclicamente. Con esso, può diventare finalmente un’infrastruttura economica reale, capace di sostenere sviluppo, lavoro e futuro.

*fondatore dritara.tech

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