Sezioni
Edizioni locali
19/07/2026 ore 06.30
Economia e lavoro

Il raddoppio dei fondi all’editoria: perché senza regole stringenti si rischia lo spreco

Il piano Tajani per il rilancio del settore culturale necessita di una svolta normativa: stop ai fondi per le sigle di comodo al servizio della politica e spazio solo a chi garantisce lavoro regolare e notizie di qualità

di Raffaele Florio

Il recente annuncio del vicepresidente del Consiglio, Antonio Tajani, in merito alla volontà del governo di aumentare progressivamente le risorse destinate all’editoria fino a raddoppiarle, riapre un dibattito cruciale per il sistema democratico del nostro Paese. Sostenere quella che viene definita “la prima industria culturale italiana” è senza dubbio un obiettivo condivisibile, soprattutto dopo anni in cui i contributi statali hanno subìto costanti contrazioni. Tuttavia, l’efficacia di questo provvedimento dipenderà interamente dai criteri con cui tali risorse verranno distribuite.

Il rischio concreto, infatti, è che un incremento lineare dei finanziamenti si traduca in una pioggia di sussidi indistinti, capaci di tenere in vita realtà fittizie a discapito del giornalismo di qualità.

La vera sfida non risiede nella quantità di denaro stanziato, ma nella capacità di selezionare i beneficiari in base al reale valore informativo prodotto. Aprire i rubinetti del credito senza filtri rigorosi rischia di alimentare un sottobosco di testate e redazioni che esistono solo sulla carta.

Si tratta spesso di strutture prive di una reale presenza sul territorio, che non producono informazione indipendente ma che sopravvivono riutilizzando passivamente veline d’agenzia e comunicati istituzionali. Realtà che, pur di intercettare i fondi degli enti locali o delle Regioni, tendono ad appiattirsi sulle posizioni del potere politico di turno, venendo meno al ruolo primario del giornalismo: informare i cittadini in modo critico e indipendente.

Per evitare che il raddoppio dei fondi si trasformi in un’operazione assistenziale improduttiva, è indispensabile che lo Stato vincoli l’erogazione delle risorse a tre requisiti oggettivi e misurabili:

La qualità e l’originalità dell’informazione: verificare che la testata produca effettivamente cronaca, inchieste e contenuti originali, differenziandosi da chi si limita al semplice “copia e incolla” di materiale pubblicitario o istituzionale.

La consistenza reale delle redazioni: accertare la presenza di strutture fisiche e organizzative stabili, composte da professionisti regolarmente iscritti all’Ordine e attivi nel ciclo produttivo della testata.

La tutela del lavoro giornalistico: monitorare i contratti e le retribuzioni. Non è accettabile che un editore acceda a ingenti finanziamenti pubblici se poi non garantisce una paga dignitosa e tutele adeguate ai propri collaboratori e precari.

Solo attraverso un sistema di controlli rigidi e trasparenti il piano del governo potrà dirsi un reale “investimento per la democrazia”, capace di premiare il merito, proteggere il pluralismo e difendere la dignità della professione giornalistica.