«Il reddito non misura la bravura»: perché i professionisti calabresi restano (immeritatamente) gli ultimi in Italia
Il reddito è una derivata del valore che i suoi clienti riescono a produrre. Per questo la questione non si risolve con le tariffe, ma con la politica economica. E il passaggio decisivo spetta oggi al governo regionale
Ogni anno, quando escono i rapporti sui redditi delle professioni, la Calabria occupa l'ultimo posto e la discussione prende una piega prevedibile, si parla di tariffe, di concorrenza sleale, di evasione, di scarsa specializzazione. Sono temi legittimi, ma sono tutti insieme la conseguenza, non la causa.
Conviene dirlo con il linguaggio dell'economia, perché è l'unico che restituisce al problema la sua vera dimensione. I servizi professionali non hanno un mercato proprio, hanno una domanda derivata. Nessuno richiede una consulenza societaria, una progettazione o un'assistenza legale per il piacere di farlo, la cerca perché ha un'impresa da riorganizzare, un investimento da realizzare, un patrimonio da proteggere. Il reddito del professionista è dunque una funzione della ricchezza prodotta dal territorio in cui opera, e non può essere altro. Se il valore aggiunto per addetto delle imprese calabresi è il più basso d'Italia — poco più di trentaquattromila euro l'anno, contro una media nazionale che sfiora i cinquantasette — tutto il resto discende per necessità aritmetica, e non per colpa di qualcuno.
I numeri servono a inquadrare, non a confondere, e perciò ne userò pochi. L'ultimo Ordine dei commercialisti d'Italia per reddito medio è Paola, poco più di trentaduemila euro, e nei dieci Ordini che chiudono la graduatoria nazionale ce ne sono cinque calabresi, mentre a Bolzano se ne dichiarano oltre centottantamila e la media italiana supera gli ottantasettemila.
Il punto, però, non è la nostra categoria. Un avvocato calabrese dichiara circa la metà della media nazionale ed è anche lui l'ultimo d'Italia; e se si aggregano le casse di previdenza di tutte le professioni ordinistiche, dagli ingegneri agli architetti, dai medici ai notai ai consulenti del lavoro, il libero professionista che dichiara meno nel Paese resta quello calabrese, con meno della metà di quanto dichiara un collega del Trentino. Quando tre rilevazioni indipendenti, costruite con metodologie diverse e da enti che non si parlano, convergono in modo così puntuale, non si è davanti a un problema di categorie, si è davanti a una caratteristica strutturale del sistema economico regionale.
Nell'ultimo Rapporto sull'Albo dei commercialisti c'è un dato che ha ricevuto poca attenzione e che invece smonta un'illusione ottica ricorrente nel dibattito meridionalista. Nel 2025 il reddito medio dei commercialisti meridionali è cresciuto più di quello dei colleghi settentrionali, sarebbe a dire che, percentualmente, il Sud corre di più, e su un giornale un dato così diventa naturalmente "il Mezzogiorno recupera".
Non recupera. Una crescita del dieci per cento su una base che vale cinquantamila euro produce meno della metà di quanto produca una crescita dell'otto per cento su una base che ne vale centoventimila, e infatti nel giro di un solo anno la distanza assoluta fra le due aree si è allargata di alcune migliaia di euro. È il caso classico della convergenza nei tassi che si accompagna alla divergenza nei livelli, due economie che crescono entrambe e che, proprio crescendo, si allontanano. Chi legge soltanto le percentuali non lo vede; chi vive di quei redditi lo vede benissimo.
A questo vincolo di domanda se ne somma poi uno di offerta, ed è la combinazione dei due a trasformare la difficoltà in trappola. La Calabria ha più commercialisti per abitante della media italiana, più professionisti, cioè, su un mercato che vale la metà. Un'offerta atomizzata che incontra una domanda debole non ha modo di differenziarsi, finisce per competere sulle tariffe di prestazioni sostanzialmente indistinguibili, e il reddito diminuisce. E si tratta di un eccesso di offerta che non si riassorbe da solo, perché uscire da questo mercato ha un costo altissimo, chi ha investito 5 o 6 anni fra laurea, tirocinio ed esame di Stato non liquida quell'investimento come si liquida una posizione qualsiasi, e continua a esercitare anche quando la remunerazione non giustificherebbe più l'impegno. È la ragione per cui l'aggiustamento, in questo mercato, non avviene mai dal lato dei numeri, avviene sempre dal lato dei compensi.
Il tipo di prestazione fa il resto, perché a un'impresa individuale magari in contabilità semplificata — e da noi quasi sei posizioni su dieci sono imprese individuali, mentre poco più di una su dieci deposita un bilancio — non si “vendono” operazioni straordinarie, assetti organizzativi adeguati ai sensi dell'articolo 2086 del codice civile, progetti di passaggio generazionale, nella sostanza ci si occupa di adempimenti e poco di consulenza aziendale.
Qui il ragionamento merita un passaggio ulteriore, perché la composizione dell'attività non è un dettaglio contabile ma il vero cuore del problema. Una professione che per decenni esercita quasi soltanto la funzione dichiarativa non perde soltanto margine, perde l'occasione di esercitare le competenze più alte di cui pure dispone. Non è la capacità a mancare, è la palestra. E il costo di quella mancata palestra si vedrà interamente nel decennio che abbiamo davanti, perché proprio gli adempimenti sono il segmento più esposto all'automazione e all'intelligenza artificiale. La precompilazione, l'interoperabilità delle banche dati, la fatturazione elettronica e ora i sistemi generativi stanno erodendo, a velocità crescente, esattamente le attività su cui poggia la parte prevalente del fatturato professionale meridionale. Un'economia professionale ancorata alla conformità è ancorata al ramo dell'albero che la tecnologia sta segando per primo. Chi ha già spostato il baricentro sulla consulenza — cioè, in larga misura, chi opera in territori a più alto valore aggiunto — affronterà quella transizione da una posizione di forza. Chi non ha avuto il mercato per farlo la affronterà da una posizione di fragilità.
E il paradosso è che la domanda qualificata, sul piano normativo, c'è già. Il legislatore l'ha creata, l'articolo 2086 del codice civile impone dal 2019 assetti organizzativi, amministrativi e contabili adeguati; il Codice della crisi d'impresa e dell'insolvenza ha costruito attorno a quel dovere un intero sistema di rilevazione tempestiva, di segnalazioni e di composizione negoziata; la rendicontazione di sostenibilità sta scendendo lungo le filiere fino a lambire imprese che non ne sono direttamente destinatarie. Sono, tutti, giacimenti di consulenza qualificata. Ma sono giacimenti che un tessuto composto per la maggior parte da imprese individuali e da microimprese non strutturate semplicemente non riesce ad assorbire, perché quegli obblighi presuppongono un'organizzazione che in gran parte delle nostre aziende non esiste. Il Nord sta monetizzando la stessa riforma che al Sud resta lettera in larga misura inapplicata. Non per una diversa qualità dei professionisti ma per una diversa qualità dei destinatari.
Da questa configurazione discende ogni altra cosa. Margini compressi significano impossibilità di investire in tecnologia e specializzazione, e quindi impossibilità di offrire ai giovani una prospettiva che regga il confronto con un'offerta di lavoro settentrionale; il che porta all'esito peggiore, quello che si legge nelle statistiche sull'età, dove in meno di vent'anni la quota di under quarantuno iscritti agli Albi si è quasi dimezzata a livello nazionale e nel Mezzogiorno è più bassa che altrove. È, in termini economici, un equilibrio di basso livello: si autoalimenta, e nessuno dei soggetti che vi partecipa ha individualmente la forza per uscirne.
A questo punto sarebbe comodo fermarsi al lamento territoriale, e invece è il momento dell'autocritica.
Le società tra professionisti iscritte negli Albi calabresi dei commercialisti sono meno di trenta. In Lombardia ce n'è una ogni trentotto iscritti, da noi una ogni centocinquantotto, e mentre il resto del Paese, Mezzogiorno compreso, aumenta le proprie aggregazioni a ritmi vicini al dieci per cento l'anno, la Calabria si muove in controtendenza.
Da anni ripetiamo agli imprenditori calabresi che devono uscire dalla ditta individuale, strutturarsi, separare il patrimonio, costruire un'organizzazione capace di sopravvivere alla persona fisica del titolare. E’ un consiglio corretto e continuerò a darlo. Ma è un consiglio che, come professionisti, non applichiamo a noi stessi, perché lo studio individuale è il corrispondente esatto della ditta individuale — stessa dipendenza dalla persona fisica, stessa impossibilità di trasferimento generazionale, stesso limite dimensionale, stessa incapacità di sostenere investimenti indivisibili come quelli tecnologici. Non è ipocrisia, è il medesimo vincolo strutturale che pesa sui nostri assistiti e che pesa anche su di noi. Ma proprio per questo dovremmo essere i primi a romperlo, perché la credibilità di un consiglio dipende anche da chi lo dà.
C'è del resto una scadenza che rende la questione meno teorica di quanto sembri. Una quota consistente degli iscritti calabresi ha superato i sessant'anni e si avvicina al momento in cui uno studio si trasferisce o si chiude. Ma uno studio individuale, per definizione, non ha un valore di avviamento apprezzabile, la clientela è legata alla persona, l'organizzazione coincide con il titolare, non c'è nulla di cedibile che sopravviva a chi se ne va. Il risultato è che nei prossimi anni assisteremo, salvo cambiamenti, non a un passaggio generazionale di studi professionali ma a una serie di chiusure, con dispersione di clientela verso l'esterno e di competenza verso il nulla. L'aggregazione, sotto questo profilo, non è soltanto una strategia di crescita è l'unico strumento che trasforma un'attività personale in un patrimonio trasferibile. È, letteralmente, politica di successione.
Va riconosciuto, del resto, che ai vertici della categoria il problema è stato colto per tempo. Il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili presieduto dal professor Elbano de Nuccio ha fatto dell'aggregazione professionale uno dei capisaldi del proprio mandato, dalla riforma dell'ordinamento professionale all'ammodernamento della disciplina delle società tra professionisti fino al sostegno alle forme organizzate e multidisciplinari di esercizio dell'attività, e lo ha fatto con una linea netta e ripetuta nel tempo. Lo studio professionale del futuro è strutturato, specializzato, capace di attrarre giovani e di reggere investimenti che il professionista singolo non potrà mai permettersi. Non è un dettaglio che a portare avanti questa impostazione sia un presidente nazionale, professore ordinario di economia aziendale, meridionale, che il tessuto economico di cui stiamo parlando lo conosce da vicino, perché è al Sud che quella spinta serve di più ed è al Sud che incontra le resistenze maggiori. La consapevolezza dunque c'è, la ricerca c'è, l'indirizzo istituzionale c’è, tuttavia, manca l'ultimo tratto, e quel tratto da Roma non può essere percorso.
Se il reddito professionale è una domanda derivata, allora la politica economica regionale diventa indispensabile.
E il primo terreno è la forma giuridica delle imprese, perché ogni impresa individuale che diventa società di capitali genera un bilancio, un organo amministrativo, un fabbisogno di controllo, un progetto di successione, una possibile aggregazione. Genera cioè domanda professionale qualificata dove prima c'erano soltanto adempimenti. Lo strumento tecnico esiste ed è a costo fiscale nullo, il conferimento d'azienda in regime di neutralità. Quello che manca non è la norma ma l'accompagnamento, e su questo la Regione dovrebbe condizionare una quota dei propri incentivi alla capitalizzazione e alla forma societaria dei beneficiari, invece di distribuirli indifferentemente a un tessuto che resta atomizzato.
Il secondo terreno riguarda noi, e non ammette alibi. Le nostre aggregazioni non sono poche perché manchi la disciplina, che esiste dal 2011 e di cui il Consiglio nazionale chiede giustamente l'ammodernamento. Sono poche perché abbiamo ereditato dal territorio la stessa avversione alla forma organizzata che rimproveriamo ai nostri clienti. Nessuna riforma nazionale potrà costituire al posto nostro le società che non costituiamo.
Ne discende, per coerenza, una questione che raramente osiamo porre, ed è quella dell'architettura degli Ordini. La Calabria ne ha dieci per poco più di quattromiladuecento commercialisti, una media di poco più di quattrocento iscritti ciascuno, quando il solo Ordine di Milano ne conta diecimila. È una frammentazione che riproduce sul piano istituzionale esattamente il difetto che denunciamo su quello economico, e che disperde risorse le quali servirebbero alla formazione e ai servizi. Lo dice, sapendo bene che cosa comporta, chi quell'esperienza l'ha vissuta da presidente di uno degli Ordini più piccoli. Si dovrebbero aggregare anche gli Ordini quantomeno, su base provinciale.
Resta infine il capitale umano, che è la questione più difficile e la più lenta. Più di un terzo degli studenti universitari calabresi studia fuori regione mentre i nostri atenei attraggono da fuori una quota minima di iscritti, esportiamo capitale umano formato e non lo riacquistiamo. Finché il tirocinio professionale in Calabria non offrirà condizioni economiche e prospettive comparabili a quelle del Centro-Nord, continueremo a perdere proprio la generazione che avrebbe potuto cambiare la professione.
Chiudo allora con tre considerazioni che, messe insieme, sono la ragione per cui ho scritto queste righe.
La prima riguarda noi, e va detta senza falsa modestia. Nulla, in questi numeri, autorizza a concludere che il professionista meridionale valga meno del collega settentrionale. Il percorso di accesso è nazionale, l'esame di Stato è nazionale, i principi contabili, i principi di revisione e le regole deontologiche sono identici da Bolzano a Reggio Calabria. E la qualità del lavoro professionale meridionale non ha bisogno di essere rivendicata, perché è nota e riconosciuta, la si ritrova nelle commissioni di studio nazionali, negli incarichi giudiziari di maggiore complessità, nella gestione delle crisi d'impresa e nell'amministrazione dei patrimoni sottratti alla criminalità organizzata, nella docenza universitaria, negli organi di vertice degli enti di categoria. Il reddito, in questo mestiere, non misura la competenza, misura il valore prodotto da chi quella competenza acquista. È la tesi da cui siamo partiti, e vale anche come difesa della categoria.
La seconda riguarda l'assetto istituzionale, e anche qui il quadro è migliore di quanto comunemente si creda. I commercialisti italiani hanno oggi una guida autorevole, capace di leggere il fenomeno con gli strumenti dell'economia aziendale e di tradurlo in indirizzo politico, la ricerca della Fondazione nazionale misura e documenta, il Consiglio nazionale ha scelto l'aggregazione come linea strategica e la porta avanti con continuità nelle sedi legislative. Il disegno c'è, la competenza tecnica c'è, la sensibilità meridionale anche. Ma un Consiglio nazionale può costruire la cornice normativa e culturale dell'aggregazione, non può decidere al posto di una Regione dove vadano le risorse di quella Regione.
Ed è la terza considerazione, che è poi una richiesta precisa. Il cambio di paradigma di cui il tessuto imprenditoriale calabrese ha bisogno non si realizzerà senza il governo regionale, e non è questione di enunciazioni programmatiche ma di capitoli di bilancio. Servono misure che finanzino l'aggregazione delle imprese, coprendo i costi vivi che oggi la rendono un lusso - la perizia di stima, gli oneri notarili, l'adeguamento dei sistemi amministrativi, l'assistenza professionale al conferimento - e legando ad essa, in via prioritaria, l'accesso ai contributi regionali. Servono misure che finanzino allo stesso modo l'aggregazione degli studi professionali, perché una società tra professionisti nasce con costi di costituzione, di integrazione informatica e di riorganizzazione che il singolo non affronta e che invece un contributo mirato renderebbe sostenibili. Uno studio strutturato è, a sua volta, l'unico interlocutore capace di accompagnare l'impresa che si trasforma. E serve, infine, un intervento sul tirocinio, perché nessuna delle due aggregazioni ha senso se non c'è chi la erediti. Borse regionali per i praticanti, integrazione del compenso di tirocinio, incentivi agli studi che assumono e stabilizzano giovani professionisti, convenzioni con gli atenei calabresi che leghino il percorso universitario all'ingresso nella professione sul territorio. Sono spese modeste in rapporto a qualunque bilancio regionale, e sono le uniche che agiscono contemporaneamente sulla domanda e sull'offerta di servizi professionali.
Le competenze, dunque, ci sono e sono riconosciute. La guida nazionale c'è ed è autorevole. Manca la politica economica regionale che trasformi l'una e l'altra in valore prodotto sul territorio. Non serve una riforma nazionale, serve che a Catanzaro si decida che l'aggregazione, delle imprese e di chi le assiste, è una priorità di spesa e non un auspicio da convegno. Perché alzare il valore aggiunto prodotto in Calabria è l'unica politica per le professioni che valga la pena discutere, tutto il resto è redistribuzione di una torta che non cresce.
*dottore commercialista e pubblicista
Fonti dei dati citati: Fondazione Nazionale di Ricerca dei Commercialisti, Rapporto 2026 sull'Albo dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili (dati al 31 dicembre 2025) e Rapporto 2025 per il dettaglio regionale; Cassa Forense–Censis, Rapporto sull'Avvocatura 2025; AdEPP, XV Rapporto sulla Previdenza Privata; Confprofessioni, X Rapporto sulle libere professioni in Italia; Istat; Camera di Commercio di Cosenza.