Il turismo vola, l'economia reale affonda: la rotta cieca di una classe dirigente senza risposte
I dati positivi sugli scali aeroportuali non bastano a fermare la fuga dei giovani e la crisi delle filiere locali. La protesta di autotrasportatori e agricoltori mette a nudo i limiti di una classe dirigente, a Roma come a Catanzaro, forte con i tagli di nastro e debole sui problemi reali
Mettiamo subito le cose in chiaro, per evitare le solite accuse di disfattismo a buon mercato: fare promozione turistica è un dovere, farlo bene è un merito. Se i dati sul turismo crescono e gli scali aeroportuali registrano volumi record, va detto con chiarezza: sono notizie positive. Ad agosto i tre aeroporti gestiti da Sacal hanno superato i 564mila passeggeri, il 19% in più dell'anno precedente. Chiunque gestisca la cosa pubblica ha il compito di valorizzare le ricchezze del territorio e di attrarre flussi economici, ed è giusto riconoscerlo senza pregiudizi. Nessuno mette in discussione la bontà delle fiere di settore o la necessità di promuovere il brand regionale. Ma trasformare un dato settoriale, per di più stagionale e concentrato nel tempo, nell'equivalente della "rinascita di una regione" è una forzatura concettuale prima ancora che politica.
Il punto, però, è un altro. Il racconto trionfalistico della classe dirigente mostra qui il suo limite più grave. Vale sia per chi rivendica di aver cambiato l'Italia, sia per chi giura di aver cambiato la Calabria. Sono narrazioni speculari che vivono in una realtà parallela, dove basta un aumento percentuale dei flussi turistici per decretare il miracolo economico e archiviare decenni di ritardi.
Il turismo e l'agricoltura non sono due settori in competizione, né l'uno cancella l'altro. Sono due pilastri della stessa terra. Le istituzioni festeggiano i successi della vetrina del TTG di Rimini, dove la Regione ha rivendicato un giro d'affari turistico stimato in 3,1 miliardi. Intanto, sulle strade calabresi si consuma la disperazione di centinaia di agricoltori e autotrasportatori. La loro mobilitazione è partita già a fine settembre ed è sfociata in una settimana di presidi in tutta la regione, dal 16 al 20 ottobre, contro il caro gasolio e il caro vita. La promuovono, tra gli altri, il Movimento Terra e Agricoltura e Fedralog. Sono persone che non scendono in strada per partito preso. Lo fanno perché sono schiacciate dall'aumento dei costi, dalla mancanza di tutele, da infrastrutture inadeguate e da una filiera che non garantisce la loro sopravvivenza economica.
Cosa c'entra la fiera di Rimini con i trattori in strada? C'entra nella misura in cui la politica dimostra di stare a suo agio soltanto dove ci sono le luci, i fotografi e le strette di mano. Di fronte alle emergenze dell'economia reale, invece, la classe dirigente scompare.
Per giorni nessun esponente politico si è presentato di fronte a quei lavoratori. Il confronto è arrivato solo in Prefettura. I 15 milioni stanziati dalla Regione, intanto, sono giudicati insufficienti da chi protesta. È un'interlocuzione tardiva, non una risposta. È come se il destino di chi produce il cibo e trasporta le merci fosse un problema secondario, una nota a margine rispetto ai numeri del turismo.
È questa frattura il vero nodo della questione. Un'amministrazione moderna non si misura dalla capacità di sostituire un settore con un altro. Non si misura nemmeno dai comunicati stampa entusiastici che usano un dato positivo per nascondere le macerie fuori dal perimetro turistico.
Se davvero la Calabria è stata "cambiata", bisognerebbe spiegare perché i dati Eurostat la collocano stabilmente nell'angolo buio d'Europa per tasso di occupazione, in particolare giovanile e femminile. Bisognerebbe spiegare perché il reddito medio pro capite resta lontanissimo da quello del resto del Paese. E perché il sistema sanitario regionale continua a drenare risorse verso le strutture del Nord attraverso la migrazione sanitaria.
Ma soprattutto, bisognerebbe spiegare perché, a fronte di questo presunto "rinascimento", l'unica vera costante demografica continua a essere la fuga. Ogni anno migliaia di giovani e di famiglie impacchettano le loro vite e se ne vanno, perché qui non vedono un futuro.
Un aeroporto che macina record di passeggeri in una terra che si spopola non è il simbolo dello sviluppo: è l'infrastruttura di un'emigrazione efficiente. Si parte più comodi, ma si parte sempre.
I successi del settore turistico dimostrano che quando le cose si programmano, i risultati arrivano. E allora la domanda da fare a chi governa, con numeri e fatti alla mano, è semplice. Perché la stessa determinazione, la stessa presenza e le stesse risorse non vengono messe in campo per difendere i lavoratori della terra, gli autotrasportatori e la tenuta sociale della regione?
Il paradosso della politica odierna, tanto a Roma quanto a Catanzaro, sta proprio in questa dipendenza dalla vetrina. Si confonde il marketing territoriale con la politica industriale e agricola. Si festeggia l'effetto ottico trascurando la trave strutturale.
Chi afferma di aver cambiato tutto dovrebbe avere l'onestà intellettuale di rispondere a un'unica domanda: cambiata in cosa, e soprattutto per chi? Finché la propaganda si fa a Rimini e la disperazione resta sulle strade calabresi, non siamo di fronte a un cambiamento. Siamo soltanto di fronte all'ennesimo, stanco spettacolo di una politica che ha smesso di parlare con la gente.